Diario dancalo.1/L’indifferenza del Rift
18 gennaio. On the road again

È semplice partire.
In fondo basta essere disposti a noleggiare una buona Toyota e accordarsi per una paga decente con un bravo autista.
È difficile partire. C’è sempre un momento in cui il tuo desiderio si incrina e mille ragioni arrivano a consigliarti: ‘Non andare. Rimani’.
Per noi è ancora più facile. Un’agenzia organizza per noi. Conosco gli autisti da anni. Conosco il cuoco che cucina per noi. Sono bravi, molto, hanno esperienza e sapere. Facile partire quando altri pensano per noi. Siamo un bel gruppo, alla fine amo il momento della partenza.
E allora sali in macchina. Auto numero Uno. Con gli anni, salire e scendere da un fuoristrada è un indicatore delle tue età, delle tue agilità perdute, della debolezza dei tuoi muscoli. Ti tiri su, aggrappandoti alla maniglia, scopri quanto solo alti i fuoristrada.
Agganci la cintura, dai un’occhiata a Nati, l’amico di cento viaggi, ne osservi le mani sul volante, saluti il portiere dell’albergo, lo scheletro del grattacielo è indifferente, sei uno dei tanti che se ne va. Non c’è molto traffico nella nuova Addis Abeba, almeno a quest’ora.

È molto diversa questa partenza da quella del duemila e dieci? Lo stradone verso il Sud è diventato una pista di lancio, hanno abbattuto case, cancellato interi quartieri, allargato la careggiata, costruito marciapiedi larghi come piste di atletica. Ci sono le piste ciclabili. Non vedo biciclette.
Allora già scrivevo: ‘Hanno costruito tangenziali attorno ad Addis Abeba. I condomini si moltiplicano come cavallette. I cinesi si sono impossessati dei cantieri, fanno e disfanno l’Africa. I palazzi in costruzione sono alveari di ponteggi, donne manovali portano sacchi di cemento per infiniti piani di scale. Sbuffi neri dei camion…’.
È cambiato? Todo cambia. I condomini ora sono foreste di città satellite. Sono sorti allevamenti di mezzi grattacieli. I ponteggi in legni di eucalipto sono ancora cruciverba sulla pelle dei nuovi palazzi, gli operai sono acrobati, hanno il caschetto giallo, ma vivono in bilico sul vuoto. Nuovi quartieri in bianco e grigio, i nuovi architetti detestano i colori? Ci saranno i negozi? A prima vista non ci sono piazze. Le chiamano ‘sub-cities’. Sanno troppo di periferia di Milano o Napoli. Di nuovo: impalcature come intrico di pali, raramente ci sono tubi innocenti.

Sosta per la benzina e un altro caffè. Un ragazzo espone le sue magliette indosso a manichini con le mani alzate, una resa preventiva. I camion sbuffano ancora fumi neri. Sono una fila senza fine, arrivano da Gibuti a passo lento con tutte le merci che vedremo nei mercati di Addis.
Ho già percorso questa autostrada. Lunga cento chilometri. Con pedaggio. I bulldozer già incidono l’altopiano per allungare l’asfalto verso il mar Rosso.
Il Rift, come sempre, ha un basso profilo, non sembra di scendere verso il taglio che sta spaccando in due l’Africa. Non c’è spettacolo. Perdiamo settecento metri di quota e non ce ne accorgiamo. Il paesaggio è riarso e sbiadito dai mesi della stagione secca. Qualche contadino trova il tempo per far volare in aria la pula degli invisibili chicchi del teff. Altri ottocento metri di un pendio inavvertibile per raggiunge Awash. No, Miki, rasta antico, incontro del primo viaggio, non abita più qui. La sua capanna è scomparsa dentro i confini di un lodge di lusso. Il lago Basaka non ha smesso di invadere altre terre. Ha sommerso i binari dove, mille anni fa, camminammo con Greta accarezzando un pigro coccodrillo. Ha sommerso anche la strada che ora fa un largo giro fino a sfiorare la piana sotto le pendici del vulcano del Fanta Ale. Dal suo cratere si alza un pennacchio di fumo. Una volta, duemila anni fa, sono salito lassù in cima. Chissà come accadde?


Voglio tornare al Buffet de Aouache. Vorrei passare la mia notte nella suite di Hailè Selassiè. La vasca con le zampette di leone. Madame Kiki, Kiki Assimacopolous, aveva 82 anni quando finalmente la incontrai. Mi apparve meravigliosa. Lei, il suo buffet, la veranda, il giardino, le cotolette fritte, le patate che friggeva personalmente, le sedie di plastica bianca. Dio mio!.
Kiki se ne è andata. So che per un tempo, il buffet è stato tenuto aperto dalla figlia, aveva un nome complicato: Spirulakia, qui è avvenuta una tragedia, lei è stata uccisa da un suo dipendente pochi anni fa.

Convinco Nati a deviare in cerca del Buffet. La ferrovia è abbandonata da tempo. Siamo alla periferia della città. Riconosco il serbatoio dell’acqua, gli oleandri sono ancora fioriti, il sapore della polvere, quel cartello che ricordo benissimo. Varchiamo i binari. Ecco, il mio buffet. Conservato, protetto, resistente, in attesa, assopito. Le sedie bianche, la veranda, il giardino meno curato, la stanza reale, due letti al posto del grande letto sul quale avevo dormito, mancano solo le cotolette e le patatine. C’è una donna, dall’età indefinita. Custode solitaria di questo luogo. Spiega a Nati: ‘Non viene più nessuno’. Il bancone rosso del bar, i sedili sui quali arrampicarsi. Niente appare cambiato. Riapriamolo. Riapriamolo, dai. Per gratitudine verso madame Kiki che ha incantato generazioni di viandanti. Per gratitudine verso sua figlia. Devo ritrovare uno scambio di promesse e messaggi con sua nipote.

Bisogna sempre andare via. Ma se volete rimanere ancora un po’ nel Buffet, qui trovate un po’ della storia di madame Kiki, andrebbe riscritta ricordando la gente migrata dalle poverissime isole greche: https://andreasemplici.it/madame-kiki-era-mia-madre/
Qui leggerete spesso: ‘un tempo…’. Due parole da vecchio. Un tempo, dunque, dormivano sulle sponde degli stagni di Bilen. Devono essere qui, da qualche parte. Adesso deviamo dalla strada principale, imbocchiamo una pista sterrata, ci muoviamo fra acacie spinose che fanno volare polvere. Oggi c’è il Doho Lodge. Chissà che fine ha fatto il vecchio Bilen Lodge? Qui si ritrovato attempati e bellissimi bird- watchers: di giorno sono infaticabili con binocoli e focali lunghissime, a sera si ritrovano attorno a un tavolo e riempiono i fogli di un censimento su quaderni da ornitologi. Tutti oltre i sessanta, divisa di ordinanza, serissimi, appassionati. Non si fanno distrarre dalle tentazioni. Mentre loro annotano il numero degli uccelli avvistati, altri uccelli si radunano dietro le cucine, cibo garantito, e osservano da lontano quegli uomini con cui hanno trascorso la giornata. Il suono di una chitarra e il canto dolcissimo di ragazzi che hanno montato tende nei terreni del lodge. Falcetta di luna rovescia nel cielo.




Il sole tramonta sul canneto e sulle acque dello stagno. Dove siamo? Immersi in una vasca di acqua rovente. Gaudenti in questa Africa che cerca di sopravvivere. E io cerco solo di non scivolare, gambe fragili, mi addormento appoggiato al bordo delle piccole piscine, prendo sulla schiena la cascata di acqua rovente che esce dal gioco dei tubi, osservo il volo di un grande rapace che si accoccola sopra il ramo ondeggiante di una palma. Il profilo degli uomini e delle donne assorti dal tramonto d’oro del sole. Questa luce irripetibile splende anche sui pastori, ma gli ospiti del lodge, temo, pensino che sia solo per loro. Non è così, non è così: è per ogni essere umano. Che strani pensieri, mi vengono in mente. Non aspetto che il sole se ne vada, vado a vedere il volo di uccelli verdissimi che accerchiano la buca dove i cuochi gettano gli scarti della cucina. Ordino gli spaghetti per cena, aspetto che appaia una donna che ho a lungo guardato mentre giocava con le acque calde. Come si chiama questo stagno attorno al quale sorge il Doho Lodge? Non l’ho nemmeno chiesto. Ci sarà ancora il leone solitario di cui ci raccontavano sempre anni e anni fa? Una notte immaginai di sentirne il ruggito e il respiro attorno alla mia capanna. Dove siamo?
Guardo le foto dei giovani afar che incontrai troppo tempo fa. Erano bellissimi, giovani, orgogliosi.
Dove siete, ragazzi?






