Storie di Pronto Soccorso/Se un giorno di fine inverno, il sangue…
Ho appena imparato che se verso dell’acqua ossigenata su una macchia di liquido rosso e si forma una piccola schiuma di bollicine, ho la certezza che sia sangue. Per conseguenza ho anche appreso che per rimuovere sangue da un tessuto occorre la stessa acqua ossigenata. Buono a sapersi per rimediare ai danni provocati dai miei graffi da psoriasi che lasciano sangue su tutti i lenzuoli che frequento.
Si scoprono molte cose, quando devi stare in un luogo in cui non avresti nessuna intenzione di rimanere. Si fanno anche molte amicizie.
In questi posti, metti il pronto soccorso dell’ospedale di Isernia, si impara molto. È ‘formativo’ passare una giornata dietro la sua porta scorrevole. Una lezione di umanità, di fatica, di dolore, ma anche di sorrisi, di stanchezza, di amicizie improvvise, sicuramente di lavoro, di attesa, di speranza. La vita, insomma. Quella ‘normale’. Elon Musk non verrebbe mai ricoverato qua dentro.
Antefatti: colazione a Duronia, bassa montagna molisana. Così diversa dalle mie abituali. Yogurt, thé, pane e miele, bignè al cioccolato di dubbio gusto, banana.
Due minuti dopo aver mangiato, avverto il tipico agitarsi di un vomito in risalita. Lo sento che si arrampica per uscire dal mio corpo. Bagno occupato, non trovo un catino, ma riesco a uscire di casa appena in tempo. Vomito sul largo gradino davanti alla soglia, investendo la povera piana di rosmarino. Vomito in due episodi: con la seconda poltiglia biancastra esce un bel disegno rossastro, lo psicologo militare mi chiederebbe: cosa ci vedi? (al tempo, sapevo cosa rispondere per ottenere 15 giorni di convalescenza per ‘nevrosi d’ansia. Bisogna rispondere: ‘Un orso’)’. Direi che questa mattina si tratta di un cerchio che vola in aria trattenuto da un lungo filamento rosso. Sangue? Non ho mangiato rape rosse e niente che sia rosso. Facciamo che è sangue.
Sto bene. Ma Daniela e Greta insistono: andiamo in ospedale. Telefonata al medico, conferma: andate in ospedale. Andiamo in ospedale. A Isernia, un’ora di strada. Ok, controvoglia.
Parcheggi dell’ospedale. Devi raggiungere il pronto soccorso. Passi davanti a una porta: ‘Morgue’. Buon segno, incoraggiante. Mi piacerebbe chiedere quanti conoscono questa parola. E di fronte all’edificio dell’ospedale si notano almeno tre imprese di pompe funebri (nello stile elegante e mercantile di oggi). Non pensiamoci. Comodo. Ma un po’ di discrezione in più non guasterebbe.
Stanzetta del pronto soccorso. Finestrella del triage. ‘Venga dentro’. A fianco dell’infermiere, spiego. Caccio Daniela che teme la mia versione. Colore azzurro, è la sentenza. ‘Non dia troppo retta al colore. Diciamo un’ora’. Sono l’unico uomo fra una decina di donne, la gran parte di mezza età e più. Cappotto e borsa sulle ginocchia. Malumori serpeggianti, proteste rabbiose a labbra strette, attese, attese, attese. Per un marito, un figlio, per un dolore insopportabile al petto (ma la donna che lo accusa è fuori dalle righe). Niente di sorprendente, questi sono i pronto soccorso, imbuto verso i quali si accalcano malati e sani. Con le ‘urgenze’ che arrivano in barella. Corpi antichi, pance immense, carne cadente, vecchie con vestaglie tirate fuori dai cassetti e unghie verdi, genti dolenti, femori rotti, color pallido, urla di pena, barbe non fatte, angosce, soccorritori con tute gialle e rosse ben tirate, quasi tutti sovrappeso. Qui i soccorritori sono quasi tutti Croce Rossa. E tutti ben cicciottelli.
Mi siedo, apro il Mac e mi piacerebbe trovare le parole per raccontare questo palcoscenico. Un tempo pensavo di raccontare: ‘Le attese’. Perché fatico a realizzare le idee?
Personaggi: l’uomo della sicurezza. Giovane. Turno di dodici ore. Poi un giorno di riposo. Si mette la mascherina per entrare in reparto. Controlla che entri solo chi è autorizzato a farlo, si piazza sulla porta quando è aperta e cerca di allontanare i parenti che si sporgono dentro. Fa questo lavoro da otto anni. Lo ritiene un buon lavoro. ‘Un’azienda seria’. Per lo più passa queste ore in un gabbiotto con tavolo che assomiglia a un banco di scuole.
Il medico del triage (o infermiere) ha l’età della pensione. E una ferita medicata in mezzo alla testa. Riempie sbrigativamente i fogli e assegna i colori. Il mio, confermo, è azzurro. La donna con il dolore al petto implora un po’ indispettita: il male sta crescendo. Colore azzurro anche per lei. Di default.
Leggo una lunga lettera degli operatori del pronto soccorso appesa al muro. Testimonianza di condizione di lavoro difficili. ‘Non importa che tu sia figlio, nipote, moglie di chicchessia, non importa che tu sia bianco, nero, giallo. A noi non importa essere minacciati, non ascoltiamo la fatidica frase ‘ti/vi denuncio’ noi vi accogliamo in triage e vi diamo un codice colore pari alla gravità dei segni e dei sintomi…’.
E ancora: ‘Non è nostra intenzione incolparvi dei nostri estenuanti turni, abbiamo scelto questo lavoro, l’amiamo, vi chiediamo solo di aiutarci a farlo bene, senza paura di un’aggressione per aver dato un codice bianco…’.
Credo che ben pochi leggano questa lettera attaccata con lo scotch.
Un uomo sovrappeso viene fermato dal guardiano, insiste per entrare nel pronto soccorso. Sibila: ‘Io chiamo i carabinieri se lei non mi fa passare’. Alcuni giurano che abbia detto: ‘Io sono una persona influente’. Non passa. Altri, più abili, si intrufolano le volte in cui la porta scorre.
Vengo chiamato. Due infermiere. Toste e gentili. Quattro provette di sangue, cercano le vene, elettrocardiogramma. Viene un medico. Anziano. Così a naso un ‘gettonista’. Racconto del vomito rosso. ‘Allora non è uno sputo’, rimprovera l’infermiera. ‘Ok, aspettiamo gli esami’.
L’infermiera mi conduce in corridoio. Mi indica una carrozzina, una poltrona mobile, con la pelle strappata. ‘La chiameranno’. Vediamo: arrivato alle 11.16, ‘preso in carico’ alle 12.56. 14.23: tutto bene, immagino, dopo la prima visita. Attività cardiaca ritmica, non edemi declivi, addome trattabile, peristalsi presente. Gli ospedali dovrebbero avere dei traduttori. Vado avanti e indietro sulla poltrona. Accanto a me un ragazzo in attesa di risultati da tre ore. Flebo terminata. Cappellino da baseball. Tranquillo: ‘Mi sento invisibile’. Dietro a lui la donna con il dolore al petto. Bofonchia, accusa, ce l’ha con la sua dottoressa, anche lei vuole chiamare i carabinieri, non me ne vado senza una lastra. Poi c’è un vecchio (ho sempre timore quando scrivo vecchio: io cosa sono? L’infermiera bionda mi fa i complimenti: ‘Porta bene i suoi anni’, resisto alle tentazione di mandarla a quel paese e di chiederle se andiano al cinema assieme). Cambi turno: spariscono infermiere e medici del turno del mattino. Io vengo assegnato un altro dottore. Scoprirò che è un ex-primario. Gli chiedo: ‘Come mai è qui?’. ‘Non ci sono medici’.
Torno dal vecchio. Ha rabbia a scatti. Pressione oltre 180. ‘Non scenderà mai se mi tengono qui’. Flebo lentissima. La moglie impaurita è fuori e ogni volta cerca di entrare. Ha occhi spaventati, piccola, una sola ruga su tutto il viso, spaventatata. ‘Devo fare l’insulina, sono saltate tutte le terapie, non ho mangiato, mi vogliono uccidere’. La pressione rimane a 180. L’uomo è infuriato. ‘Vado via, vado via, firmo, firmo. Faccio il pazzo’. Nessuno ha tempo di stargli dietro.
I medici di base di queste persone hanno tutti consigliato di andare al pronto soccorso. C’è qualcosa che non funziona là fuori. Un altro vecchio. Mi chiede una penna e un foglio di carta. Prima l’ho sentito sussurrare: ‘Dio mio, dio mio, che faccio. Mamma mia che devo fare’. Mani sul viso. Sull’orlo di un pianto dirotto. Ha una gamba gonfia, fasciata e chiazze di sangue marcio quasi all’altezza della caviglia. Non riesce a infilarsi la scarpa. Vuole essere ricoverato. ‘Nessuno verrebbe a casa a cambiarmi la fasciatura’. Un letto non c’è. L’uomo ha sguardi disperati. Aspetta una telefonata. Qualcuno deve portare da mangiare a sua moglie. Chiama la sorella. Cerca di istruirla: ‘Devi andare al bar, un caffè molto macchiato, un bignè grande o due piccoli. Portali subito’. La sorella deve essere altrettanto vecchia e non capisce. La moglie non sa aprire la porta di casa. ‘Siamo vecchi, siamo soli’. Ripete l’ordine: ‘Un bignè grande, o due piccoli. Stasera si vedrà’. Ma lui vuole rimanere in ospedale, che qualcuno gli curi la gamba. Che è sempre più gonfia, come quella di un ippopotamo. Mi restituisce la penna.
Medici e infermieri alle prese con referti.
‘Le feci sono nere?’. E indica la mia maglietta: ‘Come questa’. No, direi di no. Si fidano e scrivono ‘assenza di melena’. Ma sono sicuro che non sia nera?
Mi viene un pensiero truce: da quasi tre anni non cerco sangue occulto (e dovrei farlo, immagino), il mio gomito sanguina da quarant’anni, il mio sperma si scura di sangue da almeno sei anni. Posso scrivere qualcosa sul sangue?
Arrivano ambulanze. Una barella con un uomo senza espressione e una pancia dilatata. Perduto. Si è rotto il femore. Non possono trasferirlo in un letto, sono tutti occupati nelle stanze, tre letti per stanza, e lenzuole sfatte del pronto soccorso. E non c’è un’altra barella. L’ambulanza, medico compreso, è costretta ad aspettare. Tre operatori sanitari e il medico bloccati. Cercano di scherzare: ‘Il nostro turno finisce alle sette’. Il medico si siede su un panchetto, passa un‘infermiera e lo scambia per un paziente e gli chiede il nome e perché sia lì. Risata generale dei suoi amici. Il medico ne combina un’altra: esce dall’ospedale e sale su un’altra ambulanza. Si accorge dell’errore appena in tempo. Tutti sovrappeso, tranne il medico, e strizzati in tute rosso vivo. Simpatici.
Alla fine salta fuori una barella.
C’è un supervecchio. Dalle campagne. Faccia scavata dagli anni e dalla vita, coppola in testa, barba ispida, bocca aperta, senza dentiera. Lo saluto. Non capisce. Guarda nel vuoto. Occhi perduti. Ha una cannula infilata nel braccio. Tiene stretto un bastone. Una cosa preziosa. Un’infermiera si inginocchia davanti a lui e gli mette in mano una penna: ‘Deve fare una trasfusione, ho bisogno del suo consenso’. Cerca di farlo firmare. Lui non capisce, è disperata. L’infermiera esita. Lui trova la forza di dire: ‘Mia figlia’. E la donna vola a cercarla. Torna con la firma e spinge la carrozzina a tutta velocità. Il bastone striscia sul pavimento.
Nelle stanze destinate ai letti c’è ciò che non vorresti vedere. Fagotti umani con lenzuola attorcigliate attorno alle gambe. Soprattutto donne, vecchi, carni bianche e lasciate andare. Marcite con il tempo. La dignità è dimenticata. Capelli tinti che diventano scope. Corpo rannicchiato. Bocche aperte. Trucco sfatto. Una donna dagli abiti larghissimi è una mongolfiera nera, enorme come un pachiderma, siede a gambe larghe davanti al letto dove è disteso un uomo con una pancia che è come pallone. Sguardi persi.
Sono le cinque. Un altro elettrocardiogramma. ‘L’ho già fatto’, mostro gli elettrodi attaccati addosso come prova. ‘Non lo troviamo’. ‘Facciamo prima a rifarlo’. Un infermiere tirocinante, giovanissimo, orecchino, riccioli, tranquillo, ben deciso. L’infermiera lo sorveglia mentre mi piazza gli elettrodi (uno non si attacca), lo aiuta a sbrigare compiti semplici: dove scrivere il mio nome, i miei anni, come piegare il nastro di carta, lo incoraggia a leggere il tracciato. Poi gli chiede di farmi il prelievo e non perde di vista le sue mani. Chiedo alle mie vene di smetterla di nascondersi. Tocca anche lei la vena predestinata. Lui è cauto, e deciso. Bravo.
Anche il secondo prelievo deve essere andato bene. Mi chiama il medico, l’infermiera mi toglie le cannule al volo e lui mi spiega: ‘L’emocromo non rivela un sanguinamento significativo. Il consiglio è di fare una gastroscopia’. Poi parliamo d’altro, ho voglia di parlare d’altro: gli racconto un po’ dei miei ospedali, scopro che lui è di Napoli, gli dico di ringraziare la gente di questo pronto soccorso. ‘Lei ha visto il nostro lavoro, qui dentro siamo sempre di fronte a una umanità’. Gli chiedo la sua mail. Mi dá un foglietto strappato da un quaderno.
Vado via. Sono le 18.20. Daniela, Greta e Zeno hanno aspettato sette ore. Adesso c’è un’ora di strada.
Fuori dell’ospedale c’è una tenda e uno striscione: ‘Quanto vale una vita?’. Il sindaco di Isernia dorme qui da due mesi. Protesta per i tagli alla sanità molisana, commissariata da diciassette anni (Ho capito bene?).
Dovremmo fare una tendopoli in difesa della sanità pubblica.








