Cartoline da Granada, Nicaragua/Un poeta giapponese…

Le maschere guerriere guardano un po stupite un giapponese, un poeta giapponese, che, nella luce del tramonto, sale le scale di un ‘carro por poetas’. E legge nella sua lingua, di bassi e rimbombi, una poesia. Sfilano comunque in un carnevale. Chissà chi è la maschera? Il giapponese o questi occhi che non ti guardano? E’ il carnival poetico dove sfilano santi, tori infuriati, ragazzi che si prendono a bastonate, e poeti che, inconscientemente, trovano il coraggio di salire i gradini di un carro di cartapesta. Ruben Darìo, il poeta, non si muove dalla sua posizione: quelle quattro dita a sorreggere il mento. Un cordoba per il suo pensiero.

Chiedo, con ostinazione da bambino: chi è un poeta? Alfonso, poeta salvadoregno, non scansa la risposta: ‘E’ una circostanza’. O, forse, anche lui non ha risposto. Altri mi guarda con qualche compassione. Altri ancora mi chiedono: ‘Usted no es poeta?’. Il poeta italiano mi dice: c’è la buona poesia e la cattiva poesia’. E vorrei ancora chiedere: cosa è una poesia buona? Cosa è un poesia cattiva? Un altro conta, con ossessione, le sillabe, sfiorandosi il petto. Forse il carnival poetico fa solo domande. Come le stelle e la luce del tramonto. E nemmeno il lago conosce le risposte. Caminar preguntando, insomma. Come sempre.
