Giri di sud/Ombre dei musicisti
Qualcuno si arrabbia, ne sono certo, nel mischiare il diavolo e l’acqua santa.
Perché vado in cerca di guai?
Con un linguaggio che mai ho azzardato.
Forse, per cancellare gli anni del mestiere.
E guardare (seguire sarebbe troppo) le ombre.



Le ombre sulle pareti
Riflettono la musica? O i musicisti?
Come si fotografa la musica?
Luoghi che più diversi, musiche che più diverse.
Non capisco nulla di musica.

I quattro ragazzi country, li ho lasciati all’osteria che apparivano mammolette un po’ sgangherate e belle.
Un po’ hippy. Fuori tempo.
Musica? ‘Cazzutissima’. Poi si arrischiano in qualcosa che sta fra il country e il metal. Così dicono.
Parlano di contadini del Sud degli States. A Reggio Calabria. Mi viene in mente: ‘Andavano giù a meridione…’
Fratelli cazzuti, Horny Brothers.
Il banjo c’è e Domenico ha un set di armoniche come gioielli.

Suonatori girovaghi, da bar, caffè, matrimoni, feste, piazze.
Da strada. Buskers.
Tutina di ordinanza, pelle nuda sotto, cappelli e balle di paglia.
Dieci anni di conservatorio per suonare un palloncino celeste.

Ho un’armonica al collo, ma nemmeno Domenico riesce a farla suonare. C’è il sudore di venti anni.

La gente attorno mangia patatine, beve birra (gli artisti la reclamano a lungo) e mojito.

Luogo: la corte del cinema Piccolo, a Matera.
Pubblico: da sera di estate. Belli e distratti.

E’ arrivato il vento. Il freddo d’agosto. Murgia. Erba secca. Bruciano i boschi a Gravina. Il bosco della Difesa Grande. A Bitritto, invece, è arrivata, violenta, la tempesta.
Donato avvolto nel suo panno rosso scarlatto.
Monaco-contadino-custode della cripta della masseria Jesce.

E, nelle campagne di questa Puglia, c’è un ragazzo che ascolta la storia di un uomo nato in Palestina. E, dopo averne inteso le parole, si mette a dipingere sui muri. Racconta. Dicono che sono affreschi.

C’è un rabdomante, che cerca l’acqua migliore. In una terra arsa.
Fuori ci sono i taralli, le focacce.
Resilienza attiva, si viene qui alla domenica a potare i fichi e a liberare le pietre.
Nella cripta fa di nuovo caldo, sediamo su panche.
C’è Vito e la sua viola da gamba (spero che sia una viola da gamba)
Serissimo. Silenzioso.

Una volta lo guardai stupito mettere un saracco fra le corde di un contrabbasso e intonare lo stridio dell’Italsider. All’alba. Me ne innamorai, credo.
Una volta sono andato a trovarlo. Speravo di fotografare la musica.
E ora suoni della tradizione armena del decimo secolo.
Vecchie melodie.
Le parole di Bartolomeo Vanzetti, fra pochi giorni, saranno novanta anni dall’impiccagione dell’uomo che girava con un carretto e vendeva pesci.

Vito sussurra le parole. Il suo archetto sussurra la musica.
Ha un vecchietto taccuino nero, un moleskine, mette gli occhiali e legge.
L’ombra sulla parete. L’affresco di un monaco.

Il luogo: la cripta della masseria Jesce, nelle campagne di Altamura
Il pubblico: avvolto dal vento e dalla musica, ed era difficile trovare nella notte, la masseria. La luna nei giorni calanti. Si beve birra. Raffo.

I ragazzi passano le notti con birra e altro sotto il muraglione delle Monacelle.
Se stai vicino agli spalti le loro risate irrompono nella musica. Deviazioni del jazz.
Trent’anni di jazz a Matera. Storia dell’Onyx. Confesso: cerco il significato di Onyx.
Trovo: satellite spia degli Stati Uniti, fiume dell’Antartide. Fidarsi di wikipedia?
Che ne dici di Onice?

Uri Caine, Mark Helias e Clarence Penn che si diverte come un bambino a sfiorare la sua batteria.
Perfetto. Forse, troppo perfetto. Dai, qualche imperfezione. Eccola, credo.

Seguo il volto di Clarence. Sorride, alza gli occhi chiusi al cielo, stringe in denti.
Thelonious.
Free.
Mark appare quasi impassibile, ma quando sorride è per il gusto.
Uri invece è un ‘signore’, sorride di piacere. Guardo i suoi sandali muovere i piedi.

Siamo di New York. ‘Terrible president’. Già, a New York.
Vado a ritrovare la pagina del Gioco dove Dizzi Gillispie è ‘senza rete sul trapezio più alto’.
Clarence sta arrampicandosi, con dolcezza. Fino a là?
‘Il jazz ha ringiovanito Matera’
C’è un’ombra: le mani di Uri sono un riflesso sul nero lucido del grande piano.

Spariscono, come una cometa di suoni. Che rimane, per un po’, nell’aria.
‘Si sono divertiti’.
Andrea dice: ‘Andiamo a mangiarci due salsicciotti’. Non c’è più Vanni. Già.

Luogo: il terrazzo magnifico delle Monacelle affacciato sul buio delle gravina e sulle voci dei ragazzi.
Pubblico: il cerchio del jazz, vuole essere qui, ha sapere e passione. Con punte snob. Si beve vino. Aglianico.
E io, casinista e stonato (cacciato dalla maestra di musica in prima elementare), vorrei mischiare luoghi, confondere le acque, puzzle di armoniche, viole e pianoforti (obbligatoria la batteria di Clarence), azzardare improbabili orchestre. Così, per vedere l’effetto che fa. Se fossi stato un po’ più giovane…
