Barcellona
Devo scrivere.
E’ stato il mio mestiere, vendere parole.
Un tempo avrei scritto su un taccuino, oggi ci sono i social.
Non posso scrivere altro, se non scrivo di Barcellona. E’ questo quello che sento, non so dirlo in altro modo. Un modo di fare qualcosa?
Ma cosa scrivo che non abbiano già scritto gli altri, che non abbia già scritto io (conservo i giornali, con me funziona meglio la carta, e so che scrivono/scriviamo le stesse cose, sempre).
Ci sono quattordici morti, altri, fra i feriti, moriranno.
Ragazzi che uccidono ragazzi. E’ così anche in guerra. Questa è una guerra?
Non ho foto questa volta, da mille anni non vado sulle Ramblas.
Pensò a Niccolò, ucciso pochi giorni primi in una discoteca a un passo da Barcellona da un altro ragazzo che sapeva di arti marziali (era lui l’arma): ecco, adesso, dopo che i giornali hanno parlato a lungo di Niccolò, se ne dimenticheranno. E io immagino la vita di Niccolò, perché ho visto i ragazzi come lui tirare un carretto al mercato centrale di Firenze alle cinque del mattino. Non c’entra niente, ma c’è qualcosa che si impiglia dentro di me. Non so niente del suo assassino, non lo immagino. Forse lo vedo mentre si allena in una palestra. Sapeva di stare affinando, le sue mani, i suoi piedi, delle armi mortali? Sì, credo che lo sapesse.
Di fronte a un camion lanciato sulle Ramblas, ci sono leggi dei giornali che non è possibile ignorare. Ci sono quattordici morti. Non so se Niccolò riapparirà nelle pagine dei giornali, se i giornali hanno ancora un senso.
Quattordici morti nella città più europea e indipendentista del nostro continente. La città dell’accoglienza, dove vi è stata la più imponente manifestazione a favore gli immigrati. La città che ha eletto una sindaca che diciamo, con lieve ipocrisia, viene dalla società civile (facendo intendere che c’è una società incivile). E’ una brava sindaca, la migliore che la città possa avere.
Come sempre ci accorgiamo di come è cambiato il mondo alla faccia di chi vuole chiudere porte e costruire muri: trentamila italiani vivono a Barcellona (come a Nizza, dove un camion travolse la folla sulla lungomare), fra le vittime e i feriti ci sono uomini, donne e bambini di trentacinque nazionalità (ci sono algerini, marocchini, kuwaitiani, mischiati con i tedeschi, gli italiani, i catalani, i belgi, gli statunitensi), Ramblas multietniche. Pochi mesi fa, nel rogo del grattacielo popolare di GrenFelle a Londra, assieme persero la vita decine e decine di uomini e donne di origini, storie, paesi diversi. Il mondo è già cambiato.
Si chiede a scrittori di scrivere. Giusto. Ed Emanuele Trevi scrive: ‘Sono abbastanza stufo di sentir dire che non prevarranno, perché in questo momento stanno prevalendo’. Poche pagine più in là, un altro scrittore-giornalista, Beppe Severgnini, quasi gli risponde: ‘Le modalità dell’attentato descrivono i gesti disperati di una forza sconfitta’.
Poco più di un anno fa, dopo Nizza e Dacca, dopo Istanbul e Andria/Corato, dopo Dallas e Ankara (davvero ricordiamo tutte queste storie?), scrissi (anche allora dovevo scrivere):
Nelle ultime tre settimane è accaduto tutto. Da Dallas ad Ankara, da Nizza ad Andria e Corato, da Istanbul a Dacca. E tutto è andato on-line in mezzo secondo. Era questo che intendevamo quando dicevamo ‘sempre connessi’? Appena nove mesi fa, dopo l’eccidio di Parigi, dopo il Bataclan, ero certo che non avremmo avuto paura, né rabbia (ce lo chiedeva Valeria che là è morta). Che ci saremmo rialzati. Dopo i morti all’aeroporto di Bruxelles, ho scritto che la paura non passava, che la paura aveva vinto. Che loro avevano vinto. Adesso, dopo questi ultimi venti giorni, non so. E ho pensato: noi tutti viviamo accerchiati da amici e parenti che hanno il cancro. Ognuno di noi conosce qualcuno che ha il cancro. A volte ci sentiamo accerchiati dal cancro: è come se fossimo il bersaglio in un tirassegno. La nostra difesa è conviverci fino all’indifferenza. (Quasi) certi che a noi non potrà accadere. Non so se ne abbiamo paura o meno, ma il cancro è un compagno stabile dei nostri giorni. Non per questo non andiamo al mare o non siamo felici di una bella cena. Deve aver pensato così chi non ha aspettato un solo giorno pur di stendersi nuovamente sulle sdraio sotto la Promenade des Anglais fermandosi un minuto davanti ai fiori lasciati per i morti. Siamo in una terra incerta e, forse, sconosciuta: un territorio scosceso fra paura, indifferenza, voglia di normalità, impotenza, desiderio di non sapere, divisi fra voler vedere sempre e di non essere mai più connessi. Un bilico.
Giovedì sera aveva deciso di andare al mare, al tramonto. Disconnesso. La lievità della disconnessione. Non ho saputo dell’attentato fino al giorno dopo. Ascoltando la radio al mattino ho temuto di aver fatto l’abitudine alla violenza. Non ho interrotto quel che stavo facendo. La sera prima avevo passeggiato sul lungomare, mangiato in un piccolo ristorante, osservato la gente, non c’era nessuna televisione accesa. Nessun accenno a quanto stava accadendo a Barcellona. Le ragazze facevano selfie, allegre. Ragazzi marocchini cercavano di vendere borse termiche e occhiali da sole agli ultimi bagnanti.
Il giorno dopo, venerdì, un giorno tranquillo in una città di turisti. Si parla delle polemiche sull’eccesso di turismo, qualcuno dice che a Barcellona è nato un movimento ‘tourist go home’, ma nei bar non si parla di quanto è successo sulle Ramblas. Tutti noi siamo stati sulle Ramblas, e se non ci siamo stati, è un luogo ‘simbolo’.
A sera vado a una festa di paese. Ne sono felice, mi diverto. Nemmeno una parola su l’attentato.
Certo, non chiedo.
Voglia di normalità? Rimozione? Proprio negli anni in cui le tragedie sono ‘postate’ in tempo reale. La polizia catalana ha chiesto di non pubblicare video e foto del sangue delle Ramblas. Niente da fare, sono andate subito on-line. Sono state vendute, prese, afferrate dalle televisioni e dai social.
E io penso ai ragazzi che vengono uccisi da altri ragazzi. A notte cammino per il corso della città dove vivo. A mezzanotte è affollata come ogni notte. Si fatica a passare. Si sta lì, un bicchiere in mano, i sorrisi, gli amori, la folla, gli amici, la bellezza dei ragazzi, l’andare in su e in giù. Strada pedonale. Dove sono gli accessi a questo centro storico? Qualcuno li sorveglia? E’ un posto pericoloso, questo? Non lo penso e non lo pensa nessuno fra questi ragazzi che sto sfiorando mentre torno a casa.
Alla radio raccontano di turisti fuggiti da Barcellona. Un giornalista alla televisione dice: ‘Non se ne è andato nessuno, ne stanno arrivando altri’.
Ma poi…anche io, ho i miei simboli, il mio finale che deve dare coraggio, speranza, futuro. La Catalogna mi è cara, ne amo gli uomini e le donne, mille anni fa andavo in cerca degli Els comendiantes (cancellavano dalle locandine: gruppo spagnolo e ci scrivevano sopra: catalano) proprio a Lloret de Mar, il mio cuore batte per il Barca, oggi più che mai. Ho ricordi da meraviglia del barrio Raval che io, credo, chiamavo barrio Chino, la mia pensione stava nella piazza del Pi, e ora mi scopro un orgoglio nel leggere il titolo del El Pais, il più importante giornale spagnola, ha un titolo in catalano: No tenim por. Non abbiamo paura.
