Il ponte vibra a ogni passo. Il peso di un camion sembra un terremoto: il ponte oscilla. Eppure è un ponte senza glorie: cinquanta metri di lunghezza, non di più; spallette che vengono giù a pezzi; pozzanghere di piogge obbligano a camminare con cautela. Questa è davvero la Frontiera. Dajabon, il più importante luogo di passaggio fra Haiti e Dominicana. Qui circola denaro e uomini. Un doppio cancello sbarra il ponte. Non è vero: il cancello haitianon è spalancato. Il cancello dominicano è controllato da tre persone. Un militare giovane con addosso una giacchetta che annuncia che ‘el sueno comienza’ e due tipi dall’aria da capobastone. Sono loro a decidere chi passa e chi no. Nessuno esibisce documenti. Ci si conosce qui sul ponte. C’è aria di mance che scivolano di mano in mano. C’è aria di violenza nascosta. Qualche spinta, qualche stupida arroganza, accenni di ferocia. E’ un gioco crudele. Ed è un teatro. Muove soldi, la frontiera. E’ una finzione, la frontiera. Una finzione vera.
El rio Masacre se pasa a pie
Un fiume divide i due paesi. Il fiume Masacre. Nome di sangue: qui, in un autunno tropicale, più di settanta anni fa, vennero massacrati migliaia e migliaia di haitiani, colpevoli della loro pelle nera. Il fiume Masacre se pasa a piè. Nei giorni del massacro perché era colmo di corpi. Oggi perché le sue acque non arrivano al ginocchio e allora, dieci metri, sotto il ponte ragazzi, uomini e donne passano il confine camminando con tranquillità. Alcuni, damerini, non vogliono nemmeno bagnarsi i mocassini di plastica lucidati con la cera nera e allora affittano le spalle di un caballo, un ragazzo che ti prende in groppa e ti fa passare il fiume.
Il cancello
Tutto è irreale. Questa frontiera dovrebbe essere sorvegliata per fermare l’ìmmigrazione clandestina haitiana. In realtà, la frontiera non esiste. E, allo stesso, tempo è ben disegnata. Chi passa il Masacre a piedi, trova una ‘seconda frontiera’. Soldati o buscones haitiani, mediatori di qualsiasi sporco affare, sull’altra sponda. A loro bisogna pagare il pedaggio di aver passato la frontiera. Dopo sarà un gioco a guardie e ladri. Nessun haitiano illegale ha documenti. Il passaporto è un lusso. Un atto di nascita è un lusso.
La frontiera
Ragazzini nudi sguazzano nel fiume. Scatto delle foto e loro si arrampicano sulla sponda dominicana. Si abbarbicano a inutili barriere di metallo. E’ tutto finto: ci sono fili spinati nuovi di zecca che sigillano spallette di un nuovo ponte. Ma lasciano aperto il sentiero che scende al fiume dove un uomo sta passando con sulle spalle una liquidara. Un piccolo contrabbando. Ma il vero contrabbando è l’appalto Unione Europea per quel filo spinato.
Sulla frontiera si vive arrabilando. Senza regole. La frontiera sta lì perché muove davvero denaro. I militari dominicani sono malpagati e integrano il loro salario taglieggiando gli haitiani che premono sul confine. In Dominicana c’è lavoro, ad Haiti c’è solo la fame.
La frontiera
Nei dieci metri di terra di nessuno, sul ponte, ci sono quattro soldati Onu uruguaiani. Parliamo di Furlan, campione del calcio. Stanno lì. Statue a ricordare che dovrebbe essere una legalità internazionale. Sotto i loro occhi avviene di tutto. E tutto è spietato e tranquillo. Anche noi, in mezzo a questo luogo da matti, siamo irreali. Stiamo lì, fra due cancelli, a scattare fotografie e a chiederci chi è il regista. Decine di donne, dai due lati del fiume, lavano i panni nelle acque di fango e rifiuti del fiume Masacre.
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