Il primo passo.2, Lires-Muxia/Whisky al mattino…

Chi accende la luce per primo?
Suona la sveglia di Darina. Ore sette e quarantacinque. Nessuno si muove.
Cerco la torcia.
Ho disperso ogni bene per il letto. Imbarazzo. Fruscio di sacchetti di plastica.
I rumori che faccio sono fragori.
Ma cosa sto scrivendo? A chi gliene frega…

Whisky al mattino. Almeno tre bicchierini. Niente male. Penso sempre che dovrei fermarmi qui, con questa gente che beve prima che il sole sorga. I camminatori hanno banane e yogurt. Mi faccio afferrare da un pane al cioccolato. Cerco di andarmene prima che schiarisca. Un ponte di cemento salta i gradoni subacquei che consentivano di scavalcare il fiume Castro.



Salita fino a Boasilveiro. Accanto al segno del cammino, mettono sempre una pubblicità di taxi. Sono tentato di chiamare. Ma al paese hanno lasciato aperto un self-service di bevande calde, abitanti invisibili, un muoversi dietro una finestra schermata. Aria di letame nell’aria, campi in attesa, mais tagliato. Mi piace camminare. Nel bosco di eucalipti l’inglese, credo di aver capito che si chiama Huxley, mi sorpassa correndo. A ruota i passi più lenti di Danira. Mi raggiunge in salita. E come sempre per un po’ sta al mio andare. Poi si stufa e dice: ‘Se vado più veloce ci vediamo a Muxia’. Lei non si ferma da Angel.

Angel ha un figlio piccolo e di fronte alla fattoria del nonno (diciassette ettari affittati a un grande allevatore) ha messo un baracchino (è il primo anno che ci prova) che offre caffè e panini. Come non fermarsi? ‘Mi sposto – mi annuncia, quando gli chiedo come vanno gli affari – Per l’inverno vado in una zona industriale. Centrale e biomassa. Mille operai’, mi racconta. Io penso che gli operai mangiano di più dei camminatori. Ne passano due, ma oltre ‘buen camino’ non dicono. Il prossimo che mi dice ‘buen camino’, ringhio. Angel mi avverte: ‘Cuidado, il vento del nord-est porta nuvole e sole. Cambia tutto in mezz’ora’.

Facile previsione. Arcobaleno. E la prima pioggia. Di lato. Faccio finta di nulla. Lei smette. Ci riprova un chilometro dopo. Faccio finta di nulla. Mi distraggo con le grandi pale eoliche. Il vento mi scuote, sembra di essere in aeroporto, rombi di ali negli orecchi, gli eucalipti guardano il cielo e appaiono rassegnati alla compagnia. Io, con facilità, penso a Don Chisciotte, ma non ho pensieri. Lasciano che quelle pale immense facciano i loro cerchi nell’aria. E allora la pioggia si abbatte sul bosco.

Per fortuna nessuno mi vede (mi hanno sorpassato in un paio) quando cerco di coprire lo zaino dalla parte degli spallacci. L’acqua comincia a discendere nella maglietta. Poi smette, mi fa vedere di cosa è capace. Torna il sole. E i tetti delle case di Xurantes hanno colori saturi, rosso mattone, le case hanno le finestre aperte.

Lavori stradali hanno divelto i segni di pietra del cammino. Vado a casa. Seguo la direzione dell’oceano. Spiaggia, villaggio turistico in costruzione, campo di calcio, Muxia sembra allontanarsi. Alla fine, dietro un curvone di scogli, appare: case moderne, non è villaggio per pescatori, condomini. Rossi, viola, celesti. Nessuno per strada.

Scarto il primo albergue. E la pioggia arriva a catafascio. Due ragazzine mi appaiono sperdute e annoiate del paese. Non mi aiutano, hanno gli occhi di chi si smarrisce nel nulla. Guardo l’insegna di un albergue. Casetta bianca, calzini a tendere. Respiro forte. Ed entro. E c’è un’altra ragazzina, piccola e tonda, la figlia dei proprietari, non riesce a sorridere. No, lei non ha gli occhi delle altre due. Conosce il suo posto nel mondo. Posso andare a chiamarle? Questa qui non ne può più di pellegrini. Recita a soggetto, ha una mappa in mano e un pennarello nero. Io non chiedo e lei dice: qui il supermercato (crocetta), se va a Santiago è per di là (freccetta), la chiesa sul mare è per qui (crocetta). Messa alle sette e scrive 19.00. Dodici euro per la cama. Asciugamano e lenzuolo. Un lusso. Perfino la lucetta sopra il letto e il lucchetto per lo zaino. Dai, però, sorridi. Niente da fare. Ma questo è buon posto, i camminatori si fanno da mangiare. Io vado là dove la terra comincia e una chiesa guarda l’oceano. Qui il Santo vide sbarcare la Vergine su una barca di pietra. Solo qui sarebbe stato possibile. Bella storia. E il faro dai colori sbiaditi e arrugginiti mi impiglia nel suo vuoto.




Salgo fino al mirador, prendo l’acqua, guardo un vecchio (la mia età) che si china, come un fenicottero, per fotografare il cippo del chilometro zero.

Improvvisamente, un senso di solitudine. Nessuno per strada. Messa alle sette di sera davanti all’oceano. Bene, ora mi camuffo da pellegrino.



Darina si avvicina, prega, si inginocchia, alla fine saluta: ‘Ovunque tu vada, fai un buon viaggio’.
Prendo tutta l’acqua obliqua dell’oceano, una donna mi costringe a guardare le previsioni di tempesta, ho il mio ombrello del Costa Rica, piccolo e verde.

Ci vogliono anche le statistiche (inattendibili): 18,4 chilometri, qualcosa come 25mila passi, quattro ore e qualcosa. Sto bene, un po’ bagnato.

