In questi giorni due amici mi hanno ricordato Belgasin, il vecchio custode della moschea Gurgi, la più bella della Medina di Tripoli. Un’amica mi ha addirittura parlato di un articolo vecchio di sei anni che avevo scritto per Il Manifesto e del quale mi ero completamente dimenticato. L’ho ritrovato. E così, nella lontananza immensa che mi divide da Tripoli, mi viene di sistemarlo in questo piccolo spazio. La mia Tripoli è in piccoli uomini come Belgasin. A cui avrebbe dovuto essere risparmiata la violenza di questi giorni. La moschea Gurgi è a cinquecento metri dall’hotel Corinthia. Questo albergo fu il primo grattacielo a rompere la perfetta simmetria della Città Vecchia. Oggi vi trovano rifugio i giornalisti e si spara fra i suoi saloni. Qualcuno troverà tempo e pace per andare a vedere come sta Belgasin? Sono passati quasi due anni da quando lo incontrai l’ultima volta. Mi accorgo che scrissi quell’articolo sei anni fa. Ho deciso di lasciarlo così com’era. A volte ci sono tempi immobili in cui ci piace tornare.
Belgasin, il custode della moschea Gurgi
Belgasin, da quando lo conosco (e cioè da più di dieci anni), è sempre vestito con la cravatta, una giacchetta scura (la penna bic nel taschino) e una camicia chiara. Quest’anno ha compiuto ottanta anni. Da tempo, quando vado a trovarlo, mi fa accomodare in una stanzetta ricolma di ombra, nascosta dietro la moschea Gurgi a Tripoli. Siedo sul suo letto e Belgasin mi offre un bicchier d’acqua: è come se mi regalasse un momento di pace assoluta. Guardiamo le vecchie foto appese alle pareti e lui racconta di tempi lontani. Belgasin parla un italiano dolce e spezzato, memoria di scuole italiane e degli anni della colonia. Lui è il custode della moschea: ogni giorno apre la sua porta verde e accoglie, in silenzio e con un sorriso, gruppi di turisti che chiedono di poterla visitare. Per me, la moschea Gurgi è la più bella di Tripoli: piccola, decorata con arabeschi floreali, abbellita da sedici colonne, con un minareto (il più alto della città vecchia) ottagonale. Si trova alle spalle dell’Arco di Marco Aurelio, unico monumento romano di Tripoli: per questo ogni turista che approda in città bussa alla porta di Belgasin. Lui c’è sempre. Spesso sono decine e decine di persone in una sola volta: ora le crociere Costa arrivano con regolarità in Libia e scaricano sulle banchine di Tripoli eserciti di turisti. La moschea è troppo piccola per accoglierli tutti. Belgasin dirige il traffico della gente fra le due porte del cortile interno dell’edificio. Sorveglia che tutti si tolgano le scarpe e si inchina leggermente se qualcuno offre una mancia. Solo una volta ho visto il vecchio custode cambiare di abito: era Maoled, la festa della nascita del Profeta, il ‘Natale’ musulmano.Allora Belgasin indossò la sua veste lunga, chiuse la moschea e se ne andò nella zuwiya Sarira, centro di misticismo sufi nel cuore della città vecchia. In piedi su un gradone, ondeggiando lievemente, guardò per ore i fedeli suonare ‘i tamburelli’ e i piccoli piatti di ottone di una preghiera ipnotica. Nei vicoli della medina i ragazzi facevano esplodere petardi. Noi, unici ‘occidentali’ persi fra la gente in festa, eravamo presi di mira da questi guappi dall’aria spavalda: cercavano di far scoppiettare quegli ordigni rumorosi fra le nostre gambe. Poi scappavano ridendo. Belgasin, ogni volta, li redarguiva con un gesto e loro, per un attimo, si mostravano pentiti.
Bella, Tripoli. Con questa sua aria mediterranea. Con il vento del mare che, perfino in estate, raffresca l’aria. I tripolini passano le sere a godersela nei giardini di fronte alla piazza Verde. Paese a mille facce, la Libia. Noi abbiamo in mente solo Gheddafi, vecchio e contraddittorio leader al potere da 37 anni. Cosa è rimasto della sua utopia del deserto? Lui diceva di sé: ‘Sono un beduino analfabeta. Non so cosa siano gli arredi, bevo l’acqua delle piogge e delle pozze nelle mie mani congiunte. Non ho un certificato di nascita’. I suoi figli giocano in borsa, vanno in vacanza in Costa Smeralda, si sono comprati un bel pezzo di Juventus (un pessimo affare, visto con gli occhi di oggi) e uno di loro ha giocato tredici minuti di calcio di serie A nella scorsa stagione. Il mito beduino è ancora nella storia del clan Gheddafi?
Il consolato italiano di Bengasi è ancora vuoto dopo essere stato razziato e bruciato a febbraio. Lampo improvviso nella storia recente della Libia. Gli amici di Tripoli e Bengasi mi chiamarono subito: ‘Non credere ai giornali. Nessuno, qui, ha ragioni di cattiveria contro gli italiani’. Dissero proprio così. Belgasin non mi disse nulla, lui è uno degli specchi della mia Libia. Scosse la testa. Lasciò che i turisti entrassero in moschea e se ne disinteressò. Mi accompagnò nella sua povera stanza. Da una brocca versò un bicchier d’acqua.
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