Ha ragione, Mariano. Il carro ‘cresce’. Ora sembra immenso. La folla ritma il suo passaggio. Grida e cori sincopati. E’ un gigante nero, il carro. La Madonna è lontana. Il carro è stato consegnato al popolo. L’auriga lascia le briglie sciolte, le mule accennano una corsa. L’elastico è tirato oltre ogni limite. Le ruote clangano sulle pietre del corso. Occhi e orecchi ora intendono un solo rumore. I ragazzi si sporgono dalle transenne, i poliziotti indossano i caschi, spintonano via i più irrequieti, sanno esattamente chi salterà. Confronto a muso duro. Ma i ragazzi hanno sguardi solo per il carro. Come battere sul tempo gli avversari.
I poliziotti davanti al carro
L’assalto
La preda
Il carro conquistato
Il carro spolpato
Il piccolo trofeo
Il trofeo
E poi io non capisco più niente. Vedo la massa del carro accelerare, intuisco il balzo dei ragazzi, vedo gente già sul carro, i poliziotti alzano i manganelli e li fanno ruotare, corrono anche loro, ma poi si dissolvono, l’urlo diventa come un’onda, i ragazzi diventano un’onda. Tutto è travolto. Alzo il braccio sinistro, proteggo la macchina fotografica, scatto a ripetizione, senza sapere cosa sto scattando, vedo un Cristo galleggiare sulla folla, vedo altri pezzi volare via. I ragazzi strappano, sfasciano, distruggono, si impossessano di statue, angioletti, ali, colombe….le spinte diventano emozioni, si ringhia, gente cade davanti a me, ci si ammucchia uno sull’altro, il carro ora è una festa di uomini appesi al suo scheletro, la folla sembra rilassarsi, i pezzi più grandi sono svaniti, tutto era già organizzato, l’auriga è sopravvissuto anche questa volta, altri si stanno contendendo i frammenti più piccoli. Una spalla, un fregio, un pezzo di cartapesta qualsiasi. Da conservare il ricordo. Danza sul carro, ebbrezza, c’è chi esibisce la conchiglia o il leone conquistato. Si spinge ancora, ma l’orgasmo si è consumato nel giro di una manciata di secondi. La festa ha atteso questi due minuti. Ora c’è gioia, senso di appagamento, ci si accorge della stanchezza, dello sfinimento. Si respira. Ci si guarda attorno senza capire. Io non capisco. Vedo pezzi volare ancora, vedo ragazzi che si fanno guappi con la compagna dagli occhi lucenti, vedo magliette in briciole, una scarpa perduta nella calca. Solo le mule sembrano impassibili. L’auriga Belisario è come pietrificato al suo posto, sguardo nel vuoto, lo tocco per capire se è ancora in sé. Il ghigno vorrebbe essere un sorriso. Si scuote. Mi viene la tentazione di salire sul carro, ma sarebbe un sacrilegio. Questa è una storia di Matera.
Riesco ad aggirare il carro. Raggiungo le transenne, mi siedo sopra. Guardo la folla dalla piattaforma. Penso che è splendido, tutto questo. Le luminarie illuminano un oceano di teste. Il carro è uno scheletro di legno. I ragazzi hanno ferite dai chiodi. Bambini razzolano nei rottami. I cavalieri si aprono una via di passaggio. Non so come, ma l’auriga riesce a far ripartire il carro.
La fine del carro
Appare un mezzo dei pulitori: vengono già raccolte le schegge del legno, quanto è rimasto del carro. La gente si impossessa nuovamente del corso. Nelle case arrivano i predatori con i loro trofei. Orgoglio. Si ammira quel pezzo di cartapesta. Si aspettano i fuochi.
Io cerco il fiato che avevo perduto. Rinasco. O forse torno alla vita normale. Momento felice. Sto seduto ai confini della festa e mi godo la bellezza della gente, la stanchezza della gente, la felicità esausta di Matera.
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