Abdel al-Hakim Belhaj sembra trovarsi a suo agio, con la sua mimetica sbiadita dall’uso, di fronte alla stampa internazionale. Ha parole ben soppesate per chiunque chieda un incontro con lui. Ben si capisce: oggi è il volto ‘nuovo’ di Tripoli. Ha ragione Bernardo Valli, inviato di Repubblica nella capitale libica: le metamorfosi teologiche, militari, politiche di questo islamista quarantacinquenne sono ‘da capogiro’. Nato a Derna, in Cirenaica, nel 1966, riappare, poco più che ventenne, sulle montagne dell’Afghanistan ai tempi della resistenza Jihadista contro l’invasione sovietica. Ha imparato molto negli inverni afghani. E’ stato fra i fondatori del Lifg, emiro del Libyan Islamic Fighting Group e alleato di al-Qaeda e dei Talibani almeno fino al 2000 (un anno prima dell’attacco alle Torri Gemelle). Almeno a leggere le sue interviste.
Agli americani non importò poi molto che avesse rotto l’alleanza con Bin Laden. La Cia continuò a dargli la caccia. Lo sorprese e lo arrestò in Thailandia (o in Malesia?) nel 2004. Lo imprigionò a Bangkok (o a Hong-Kong? I giornali, nella fretta e smarriti nel web, raccontano diverse versioni) e poi, perfidamente, lo consegnò a Gheddafi. Che se ne liberasse lui, per Washington era solo ingombrante. Al-Hakim Belhaj, incarcerato nella prigione di Abu Salim, sopravvive a quattro anni di prigione libica. Viene liberato, nel 2008, su pressione di Saif al-Islam, il figlio secondogenito di Gheddafi, che cercava un’intesa con i gruppi dell’islamismo radicale e forse, più di altri, avvertiva le crepe che stavano aprendosi sotto il regime del padre. I due uomini, in questi mesi, si sono ritrovati su sponde opposte delle barricata.
L’esperienza guerrieradi Belhaj (e la fedeltà dei suoi uomini, un migliaio di combattenti, a quanto si racconta) diventa preziosa per gli insorti di Bengasi. E’ un capo militare riconosciuto. Guida la sua brigata in numerose battaglie della guerra civile libica. Il 22 agosto sono i suoi uomini a raggiungere per primi la Piazza Verde, cuore di Tripoli, luogo simbolico del potere libico, e, il giorno dopo, a espugnare Bab al Aziziya, la caserma di Gheddafi. Oggi è il comandante militare di Tripoli e, a leggere le sue parole in una intervista all’agenzia iraniana Fars, ritiene che la guerra in Libia sia una ‘rivoluzione islamica’.
Piroetta non da poco: da ricercato e prigioniero della Cia a combattente con la protezione degli aerei della Nato. Gheddafi ha fatto un percorso inverso (tutta la sua vita è stata una cinica metamorfosi): ora saltano fuori documenti, sempre a leggere i giornali, che dimostrano accordi inconfessabili con la Cia e con l’M16 britannico. Salvo tornare a essere il nemico pubblico numero Uno.
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