Palagianello ha un castello … (e un prato per seminare parole)

I due gatti hanno trovato rifugio nel cavo di un muro, si stringono uno all’altro, si godono il sole e il nascondiglio. Mi avvicino. Intruso. Saltano all’indietro. Nell’ombra. Il più coraggioso viene a dare un’occhiata.
Ci sono strane porte nel paese. Sono come sospese a metà del muro. Abitanti volanti?
E il castello tira fuori tutto il suo orgoglio. Superbia, forse arroganza. Si mette in mostra, prende il colore del sole, ascolta le voci dei muratori e dei poeti. Sa di essere quinta di scenografia e allora sfolgora nel tramonto, gioisce del mare, accende le luci. Si pavoneggia.


(Naturalmente) c’è il fantasma, il conte Caracciolo che ha nostalgia di Napoli, il gioco delle carte, la sfortuna al poker, i contadini sanno barare con maestria, le donne del servizio, i figli illegittimi, le operaie dalle cosce forti sulle quali far rotolare le foglie del tabacco. E un podestà a cui baciare la mano.
Poi le metamorfosi, il tempo fa questo gioco. Da sempre. Gli sfollati della guerra diventano castellani. In un solo stanzone. Poi la solitudine. Poi qualcuno indovina le carte giuste e arrivano denaro, carpentieri, architetti, elettricisti, sindaci con la fascia tricolore per l’inaugurazione. Infine, i ragazzi che più ragazzi non sono e cercano parole di una nuova lingua.


Loro sanno delle lingue e hanno cura dei dialetti. Hanno la contemporaneità dalla loro parte e la memoria dentro di loro. Lo sanno. Anche nei momenti nel quale il sole tramonta troppo presto e verrebbe da chiedersi.
Mischiano. Sanno fare mosaici e labirinti.
Poi sono le madri che friggono coccoli, che qui chiamano pettole. Su una cucina senza fiamma. E, allo stesso tempo, raccontano della povertà. Che diventa tradizione e fierezza. Da lì veniamo, ti dicono.
E’ un mondo che spiazza, se solo ti fermi a pensarci.

I poeti si confondono con gli attori. Fumano sigarette rollate con le dita.
Bevono vino in bicchieri di plastica.
Mangiano lasagne e verdure impanate.
E camminano nel sole.
Parlando con l’aria.


Il milanese è veloce, spigoloso, fatto a geometrie irregolari.
E’ sceso dalla metropolitana. Guarda la folla stanca e si ripete: ‘La poesia serve a tutti. Lo sento di pelle, di pancia’.


Il pugliese rallenta, guarda verso il basso, si passa una mano sul viso.
E’ più morbido. Ha ragione il milanese quando dice che è ‘antico’. Modernissimo, cioè.
La prima volta che lo incontrai aveva una maglietta senza maniche, nera, mi appariva come un falegname e leggeva poesie a tre persone sedute su un gradino. Poi lo rividi nella notte, con un amico con la chitarra. Leggeva a voce alta per un albero, per un solo albero. ‘Sono incline alla solitudine’, dice. E le sue braccia si attorcigliano a nascondere il viso. Dove trova la forza?


Il milanese e il pugliese raccontano storie diverse. Di periferie del Nord, di piccoli paesi del Sud.
‘Non so stare fermo’, dice il pugliese con la sua malinconia che sa di allegria. Ti devo credere?
‘Proviamo’, invita il milanese che si muove come un vecchio felino.


Risale in metropolitana, il milanese. Quaranta minuti di viaggio, vi è il tempo per una penna,
sbircio il suo taccuino. In tasca sempre il taccuino con la copertina cartonata.
Il tempo dell’andare è giusto per prendere parole.
Diventano storia di ogni giorno
assieme fanno settimane, mesi, anni, vita
Sa conservare parole
Io ho la paura che le parole mi siano scivolate addosso. Dove sono finite?
non hanno lasciato tracce sul corpo
e io vorrei la mano sul corpo e rimanere immobile, fremere, sentirne la breve felicità.

Guardo la ragazza che sfiora sempre il braccio di chi le passa vicino.

Il milanese sa mettere in fila le parole, una dopo l’altra
sa saltare fra le parole, come se fosse il gioco del mondo
Rayuela
Le parole diventano frammento della vita
La raccontano, sono viaggio
convince uomini in bicicletta a diventare postini di poesia in via Padova.
Io so dove è via Padova. Lì ho conosciuto anche io Ricky Gianco. Già sapete che mi distraggo.
Ma il milanese mi porta fino a Ricky, e questa è distrazione vera. Lo sento cantare.

Però, e senza ragione, mi viene in mente un poeta che non conosco. Beppe Salvia, raccontano che era il migliore. A trent’anni si gettò da una finestra. Abitava in via del Fontanile Arenato. ‘Ho sempre avuto l’impressione che abitasse in quella via perché il nome gli piaceva’. Perché annoto il nome di Beppe mentre parla il pugliese? Cosa c’entra? A cosa serve la poesia? Un poeta si è buttato dal terzo piano. Qui, nel cerchio di chi semina parole, vi è allegria.


Il milanese dice di Rancore, la poesia gridata, urlata, scioglilingua, aggorgalingua, intrigalingua, annodalingua e poi dipana la matassa, lasciale correre come il gomitolo che corre via dietro al ferro e un cane si fa le unghie. Da quanto vengo a Palagianello mi disfo (sto cercando la parola: disfare, mi piace, ma come sta al tempo presente?) di De Andrè e incontro i rapper. I ragazzini mi portano i loro Mp3 (che non so usare) e ora un milanese dai capelli bianchi mi racconta delle loro parole iperveloci, mi dice di Rancore. Mai che scelgano un nome accomodante.

Il pugliese non ha più tempo, i figli, il teatro, i traslochi.
Poi riappaiono parole, ti leggono le tue poesie al telefono. Avevi dimenticato?
Allora comincia a scrivere, riapre un barattolo, loro scalpitano per uscire e lui le libera, le lascia su ogni panchina che incontra. Qualcuno le raccoglie.


E’ così la poesia?
Ci vuole anche la tenacia.
Ci vuole l’amico di Satriano che lavora per un barattolo di miele e per dieci euro. I dieci euro, ogni tanto.
Ti pagano di più per una poesia?

Alla fine scrivo assieme ai ragazzi. Capita nel buio, nel sole, scrivere assieme, nessuno sa dove comincia un filo, quale è il mio maglione? Le parole saltano da una bocca all’altra, le afferri come farfalle e le consegni a un’altra parola.
Ci sono le ceneri di Gramsci ad aiutare, se solo le avessi lette. Il milanese e il pugliese si incontrano nella sua isola, ci sono i suoi occhiali rotti, tre giorni insonni per capire: a cosa serve la poesia?
Il pugliese mi passa il libro con un gesto gentile: ‘La poesia serve a regalare un futuro remoto’.


Non andate più a dormire, ci sono le parole, ma anche i corpi, soprattutto i corpi, hanno denti strani anneriti, storti, sghimbesci, hanno angoli retti nel viso, rughe e occhi che ti guardano dal basso, hanno sorrisi diversi

Prendo appunti, lascio la macchina fotografica, vorrei i vostri volti, ragazzi..
Di chi mi innamoro questa sera? Lo so, basta un occhio. Se andassi in metropolitana a ogni fermata, un amore.
Siedo un metro indietro, sempre un metro indietro, mai che entri nel cerchio
Ma sono qui
Mi nascondo
Mi scoprono, voglio essere scoperto.
Guardo la ragazza davanti a me cerco di capire come siano le sue gambe, maledetto inverno.
Garbatella 2, cosa è accaduto?
Lo sappiamo io e te.
Ho passeggiato alla Garbatella, scrutando dietro le persiane.
L’albero delle arance grondanti, rimane, come gocce, nell’orecchio
Cancello e riscrivo. Perché quella notte, così lontana.
Mi distraggo, smarrisco passaggi, non ascolto, mi capita sempre, non so dove vado, non lo ricordo.

Sono stremato, oscillo, tentenno, non ce la faccio, il corpo si allarga attorno al vuoto nella pancia, gli occhi cercano le sopracciglia, la macchina fotografica mi strattona per tenermi all’erta. E’ tempo di fare a pezzi la macchina fotografica. Adesso non c’è più nemmeno la pellicola e gli scatti non finiscono mai. Ai suoi tempi, dopo il fotogramma numero trentasei, lei diventava un oggetto ‘inutile’. Un’illusione.

Due luci rossi indicano la strada di casa, quando si lascia un castello c’è sempre la nebbia.
Non giudicate ciò che scrivete, è un buon consiglio.
Ho perso due libri, è che erano sottolineati, libro nel libro.
Non fotografo.
Non andate più a dormire
C’è una spiaggia che sa aspettare all’alba
Le tracce di una donna
Un sole leggero
E una corsa con le onde
A fare da coro.
Non mandate i camerieri a dormire
Che diventino musicisti, questa notte
Che i piatti si trasformino in sassofoni
E i bicchieri in tamburi
Non andate più a dormire
Che il sonno nasconde
Il gioco della pelle
Gli occhi sono socchiusi
Ingannano
Ti sto guardando
E il miracolo è per voi
E per una volta, per una sola volta,
rimani
non te ne andare
rimani
rimani
rimani
(non andate più a dormire
il telefono suonerà questa notte
afferra la pistola, sai che è nel cassetto, sotto un panno
è sempre stata lì, un volta l’hai guardata a lungo, senza toccarla.
svegliati per bene, ora
porgi la mano alla donna
aiutala, dille una parola,
questo glielo devi,
‘Andiamo’, solo questo. Con voce che non guarda
Vestiti per bene
Il metallo nella tasca profonda del cappotto/ Le dita la cercano
Metallo freddo, anche allora era novembre.
Non sparare
E’ finita
Non ho mai saputo dove sia scomparsa quella pistola)

