Controcorrente. Pasqua a Venezia. Nella folla. Convergere su san Zaccaria. Sei euro un biglietto per il vaporetto. Coda davanti alla pizzeria a taglio di san Rocco. Autofotografarsi, ora è possibile (fine anche della relazione con un passante: ‘Scusi, ci può fare una foto?’), davanti al ponte dei Sospiri. Ponte dei Sospiri? Ponte Scavolini. Come i palazzi di san Marco ora sono Palazzo Lavazza. Onore alla pubblicità. Ma il sindaco di Venezia aveva davvero bisogno anche dei soldi della Scavolini? L’orgoglio deve essere roba sciocca. I turisti si autofotografano nella galleria d’acqua Scavolini. La pubblicità si chiama ‘Il cielo dei sospiri’. Mi dicono che si montano ponteggi a uso pubblicitario: potrebbero essere molto più ridotti per il vero restauro, ma bisogna pensare anche ai fondali della Scovolini. Venezia è così pezzente da aver bisogno dei soldi della Scavolini?
Autofotografia al Ponte dei Sospiri
Il rito della fotografia sul ponte dura trenta secondi. Strana cerimonia: un’occhiatina veloce, si annuisce con un sorriso, una conferma che quello è il Ponte dei Sospiri, la macchina impostata su tutti gli automatismi possibili, uno scatto, una controllata distratta al display, uno scarto di lato. E via. Velocità del mondo.
Anche noi, politically correct, osserviamo una ricca famiglia nera (padre, madre, carrozzina, due bambini robusti) che gira per san Zaccaria. Sudafricani, così a occhio. Potrebbero essere angolani. Congolesi. La diversità colpisce. In questa folla di gente pallida. Le famiglie dell’Est (menu in russo) non sorprendono più. E poi ci sono altri neri a san Zaccaria: giocano un estenuante guardie e ladri con i carabinieri in alta uniforme con il loro carico di borse taroccate. Si muovono entrambi a pattuglie, si conoscono, i carabinieri assumono un’aria severa e camminano senza correre, gli altri corrono. E cercano di nascondersi fra le gambe dei turisti. Quante borse avranno venduto a fine giornata? Scene che fanno parte della iconografia veneziana. Nessun si stupisce di queste fughe improvvise. Non ci si volta nemmeno.
Musica ‘apache’ a san Zaccaria
Due gruppi di indiani si schierano sulla ‘riva’. Concerti di longmusic. El condor pasa e musica new age. Pifferi, tamburi e base musicale. Casse e batteria di strumenti. In una valigia davanti al due (o trio) una valigetta con dentro sacchettini colorati: ‘Sorpresa 1 euro’. Penne apache. Anche sul sedere. Eppure giurerei che sono indios peruviani. Mi raccontano che niente è causale: una impresa tedesca organizza il tour di questi indiani. Chissà se è vero. Gli apache fanno più folclore degli indios andini?
Tour leader
Il turismo si concentra. Venezia è un cerchio a più strati. Il turismo non ama la solitudine. Vaporetto per san Servolo, vecchio manicomio della città. Siamo i soli passeggeri. Camminiamo in un luogo di grande bellezza. Nessuno. Solo le piante felici della primavera. Poi passeggiata fino a san Pietro in Castello. Prati a Venezia. Siamo in cinque ad arrivare fino a qua. Non c’è un solo bar. Perfezione. Silenzio. Due ragazzi sono seduti sui gradini di un pozzo, intenti a leggere una guida.
E poi a notte, al mattino (nemmeno tanto tardi: basta camminare alle otto, andare fino alla pasticceria che ostinatamente è aperta), si sentono i passi sul selciato delle calle. Banale magia di Venezia.
Le folle di san Zaccaria ricordano il ‘non voler sapere’ dei mesi prebellici nel 1939 e 1940. Vacanze sull’orlo della guerra.
I camerieri sono bengalesi, croati, rumeni, arabi. Qualcuno è di pelle scura. Sono pochi i camerieri veneziani.
Penso che se non riusciamo a parlare agli uomini e alla donne che vanno e vengono a san Zaccaria non abbiamo alcuna possibilità. Se non parliamo ai turisti, non riusciremo a smuovere un solo sassolino di questo mondo. Per fare cosa? Cosa ne fareste del turismo a Venezia? Cosa fareste di fronte a ventitre milioni di persone all’anno?
Passo tre volte sul ponte di Rialto. Il cameriere ha l’aria di una stanchezza irrecuperabile. E occhi di malinconia. Immagino, senza immaginarlo, il momento in cui, a notte, si stenderà su un letto a una piazza in cui, da una venti giorni, non cambia le lenzuola.
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