Andrea Semplici
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Il viaggiatore distratto nella Murgia/Il castello invisibile e la Terra Rossa

Murgia settentrionale, Puglia

La nebbia appare impenetrabile. Un’illusione. Di fronte al caffè Bellavista, a Gravina, Giuseppe mi dice: ‘Sarà una bella giornata’. La nebbia sta già sfilacciandosi e poi Giuseppe conosce bene la strada che conduce a Spinazzola. Per anni, l’ha percorsa due volte al giorno. ‘Tre chilometri dritti, poi curva a destra, poi a sinistra, ancora dritto…’. Navigatore della memoria. ‘Mi sono divertito a cercare altri stradelli nella Murgia’.

Il sole appare all’improvviso, come se qualcuno avesse tirato su il sipario. Verde accecante, il grano imperioso che segue il sole. Speriamo che non sia un tranello. Chi glielo spiega ai germogli che l’inverno è appena cominciato. Se questa è la fine del mondo, è innegabile che sia piacevole.

 

 

 

La macchia arrossata è visibile da lontano. Fu questo affioramento pietroso a guidare, quasi novanta anni fa, un geometra preveggente, Luca Nanna, e un ragioniere incuriosito, Paolo Cappello, entrambi di Altamura, fino a questa crinale della Murgia in ‘Agro’ di Spinazzola. I due amici di escursioni raccolsero alcune di queste pietre, color rossastro, bellissime a vedersi fra il calcare carsico dell’altopiano. Dovevano avere buoni contatti: le inviarono a Genova, a un laboratorio specializzato e ebbero la risposta che già sospettavano. Bauxite. Questo territorio era ricco di idrossidi di alluminio e minerale ferrosi. Una piccola ricchezza per produrre alluminio. Il minerale cavato sulla Murgia veniva trasportato al porto di Trani e spedito, via nave, a Porto Marghera. I veneti divennero proprietari della cava di Spinazzola nel 1949 e, per quasi trent’anni, qui si è scavato fino a creare un autentico canyon da Far West. Nel 1978, la bauxite africana rese non più conveniente ai veneti di estrarre il minerale dalla cava pugliese. Fine della storia mineraria.

Sono nate canne nel cratere della cava

 

L’ultimo carico di bauxite

Rimane la ‘bellezza’ della ‘miniera di bauxite’. Rimane ‘la terra rossa’. Provo a camminare con i bastoncini, è una prima volta. Come si fa a scattare foto e avere i bastoncini in mano? I miei passi sembrano calcare onde leggere, non oscillo, ma mi sento in un liquido amniotico. Speriamo bene. Giuseppe mi invita a scendere nella cava. Cerco equilibrio sulla gravina di piccole pietre. La macchina fotografica è malconcia, ha una macchia grossa come un pisello sul sensore (e dove pulirla?, ora che Maurizio ha sospeso il suo lavoro, poi vive a Firenze. Come mi manca Maurizio), l’obiettivo è caduto a terra e sembra ancora funzionare. Non ricordo più i comandi (o, forse, non li ho mai saputi). C’è un grande ciliegio spoglio sorto fra la terra rossa, applauso al vento o alla capra che ha portato fin qui il suo seme. C’è un piccolo laghetto di acqua piovana dove è sorto un canneto. Giuseppe non lo ricordava. La cava è stata ripulita dopo che era diventata discarica di copertoni e rifiuti inquietanti. Territorio da proteggere la Murgia. Mi godo il sole, vorrei sapere fotografare. Mi sembra di essere in Zabriski Point. Dove lei, quaranta anni fa, si spogliò per farmi (farci?) scattare foto. Non vennero molto bene, ma il ricordo si è conservato. Ricordo il Gran Canyon.

Riemergiamo dalla cava. C’è una montagnola di terra rossa. Era l’ultimo carico di minerale. Il lavoro deve essersi interrotto all’improvviso. Nessuno trasportò questo minerale fino al mare. E’ rimasto qui. A occidente, la nebbia copre come una coperta bianchissima la valle del Bradano.

La steppa murgese

Giuseppe ha un’altra tappa di questa mattina di fine anno. La roccia di una collina si trasforma, via via che ci avviciniamo, in un castello. Le sue mura, il suo torrione sono figlie della pietra. Chi le ha generate? Chi ha osato un fantastica architettura rupestre?

Il castello di Garagnone

È un luogo di escursioni, ci sono tre ragazzi con un piccolo drone (già: e se mi imparassi a teleguidare un drone?) e un altro gruppo in bicicletta, accompagnati da un pischello dal profilo di castoro: racconta molto bene la storia del castello ‘invisibile’ di Garagnone.

Il castello e la roccia

Già, Garagnone, come un camaleonte, si camuffa con la roccia: il castello emerge, ‘scaturisce’…Lo costruirono architetti e manovali abilissimi attorno all’anno Mille. Fatico a capire dove la roccia diventa architrave o parete. Chi è vissuto quassù? Dove sono le ‘case’ dove abitavano soldati e contadini? La rocca invisibile è un luogo strategico: sorvegliava la via Appia e apparteneva alla famiglia normanna degli Altavilla. Nel 1532, Carlo V° si garantì la fedeltà dei Grimaldi, famiglia genovese, signori di Monaco, cedendo loro questa lontana fortezza. Raccontano che un erede contemporaneo dei Grimaldi sia, recentemente, salito in questa Murgia per dare un’occhiata alle sue antiche terre. Il castello invisibile non resse all’urto del terribile terremoto del 1731.

Il ciclista in vetta a Garagnone e i ragazzi del drone

 

Pascoli murgesi

Saliamo: prima i ragazzi con il drone, poi noi, dietro i ragazzi in bicicletta. Ne sento il respiro, arrancano, arranco anche io. È la prima volta che affronto una salita sconnessa, cerco i passaggi sull’erba, guardo le gambe robuste e tornite delle ragazze strizzate in pantaloni elastici. I ragazzi fanno i bulli. C’è allegria. Guardo anche i culi che salgono tendendo i muscoli posteriori: e ricordo le mie fisioterapie. Ce la faccio. All’ultimo chiedo aiuto a Giuseppe che ridiscende di venti metri per permettermi di superare un pietrone troppo liscio. Paura. Vertigini. I muscoli avvertono il cervello: ‘Ehi, questo deficiente sta facendo qualcosa di pericoloso. Avvertilo, fagli prendere paura’. E lui, il cervello, ci riesce benissimo. Ma Antonio mi soccorre e appoggiato a lui arrivo in cima. Un ciclista professionista arriva in vetta in bicicletta. I ragazzi siedono e ascoltano racconti, il drone vola. È bellissimo e selvatico il paesaggio della Murgia. Non c’è nemmeno un albero. Pietre, pietre, pietre ed erbe. E poi il cielo.

Piscina di raccolta di acqua piovana

 

Valle del Bradano

Scendere è difficile. Giuseppe mi deve fare da stampella. Appoggio le mani sulle sue spalle. Aggiriamo il lastrone di roccia. Sto attento a ogni passo. Guardo in basso. Ce la faccio. Non è finita. Si scende ancora, piccole pietre sul sentiero. Giuseppe mi guida verso l’erba. Traballo. Un metro dopo un metro. Ecco, arriviamo. Il muretto tirato su dal parco e da manovali che non hanno il sapere dei loro nonni, le ‘sedute’ d’artista, il parcheggio per le biciclette, la solida ‘piscina’ per il recupero delle acque (ben più saggia della canalizzazione in cemento che hanno scavato cinque metri più in là: quanti soldi?).

Un gregge di pecore va in cerca di pascoli più alti.

 

 

 

 

 

 

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