Caminhos.12/Cercal do Alentejo-Moinhos de Pinheiro, i due mulini
Lascia sempre qualcosa da fare. Nel caso ci fosse un futuro. Non completare, non finire, costruisci una ragione per tornare. Ricordi quello che ti aveva consigliato Josè? I viaggi non finiscono mai, bisogna ritornare con un’altra luce, in un’altra stagione, in un’altro tempo. E se non sarà possibile, ci saranno altri che guarderanno per i tuoi occhi.
L’arcobaleno incoraggia, indica una direzione, colora le nuvole grigie. L’uomo della Casa Azul avverte il viaggiatore: ‘Per di là’. E io decido che non seguo i segni bianchi e rossi. GoogleMaps mi dice che posso percorrere sei chilometri in meno e, stamattina, ultimo giorno di cammino (forse, almeno di questo cammino) ho voglia di risparmiare qualcosa alle mie gambe. Non so come la schiena reagisce allo zaino. E quindi, alla strada nazionale vado a sinistra e non a destra. Dovrebbero essere meno di due chilometri fino al percorso di un tratturo. Dai, Google se hai ragione, giuro che mi metto a studiare cos’è un account.

Trecento metri fuori da Cercal e si scatena la pioggia. Violenta, improvvisa, quasi capace di far male. Gocce come punture di spillo. Come sassolini sul naso. Il viaggiatore è fortunato (e si impone di ricordarselo quando avrà meno fortuna): c’è un bar dall’altro lato delle strada. Anzi, una trattoria. E si chiama Alem Tejo, il viaggiatore apprezza il gioco di parole. C’è un vecchio barista-ristoratore. Vivaddio, è orgoglioso di parlare solo il portoghese. Ho la prova che non riesco a farmi capire, ma questa conversazione mi piace molto. Chiedo solo un caffè. E pane e burro (dai, Marianna, sono in viaggio a piedi e questo è il Portogallo: in Italia nemmeno lo tocco il burro, lo so, lo so: c’è il ‘voluminoso ateroma’, spero che stia ben aggrappato alla sua arteria). Lui non capisce, e allora chiama Teresa, sua moglie. Mi guarda con occhi interrogativi e diffidenti (devo essere malridotto): ‘Un caffè grande?’. ‘Sì’. La macchina non è ancora pronta, fuori piove come se avessero aperto le acque di una diga, posso aspettare. Aspettiamo. Alla fine il caffè è pronto e il pão e manteiga ha il sapore di un antico risveglio. Saluto il vecchio (la mia età), Teresa è già scomparsa in cucina, mi piacerebbe fermarmi qui fino a pranzo. Il vecchio si raccomanda: ‘Tiene un cappello?’. Non so come l’ha detto, ma ho capito. Lo rassicuro. ‘Ho il paragua’.

Riprendo l’asfalto. Poi c’è lo stradello che avevo visto in GoogleMaps. E’ appena cento metri dopo il bar di Alem Tejo. Toh, i segni rossi e gialli (sarebbe felice Mario) di un cammino ‘circolare’. Solo che io sono so dove ‘circola’, ma quella è la mia direzione. Vado. Passo davanti a casa di due vecchie donne. Finalmente le vedo sulla porta, in realtà stanno aspettando un’altra vecchia donna che deve passare a prenderle. Hanno gonne nere e ruvide e un fazzoletto in testa. Seguo il tratturo, dietro i recinti ci sono cani enormi, mi piacciono le case del campo portoghese, hanno colori leggeri, giallo-avorio, blu chiaro, qualche rosso. Seguo i segni. Ora c’è un cane libero davanti a me. Alzo il bastoncino e lui se ne scappa. C’è anche un vecchio, ma non si muove di un passo, il cane abbaia mentre io passo. I segni voglio mandarmi a sinistra. Ma GoogleMaps mi strattona la giacca: a destra. A destra, mai. Vado a destra. Il viaggiatore si interroga.
Passa una macchina. Il viaggiatore alza un braccio, l’uomo si ferma, abbassa il finestrino. ‘Non so, non so. I don’t know’. I tratturi sono un cruciverba. Non mi resta che fidarmi dei segni blu di GoogleMaps. Disegno geometrie spezzate, quasi il percorso di un labirinto, cammino per lati orizzontali e verticali. Devo stare attento alla batteria del telefono. Ritrovo la Nazionale 12o. Poi un nuovo stradello di campagna. Fermo un trattore colossale, solo le ruote sono alte quanto me. Chiedo. ‘Non vada di qua: troppi saliscendi, troppe curve’. Penso: ai miei piedi importa qualcosa delle curve? Lo convinco. ‘D’accordo, vada, ci arriva anche di qua’. Vado, e lui si mette ad arare il campo. Riprende a piovere.

Trovo rifugio sotto una sughera. E comincio contorsioni per cercare di mettermi il poncho, proteggere lo zaino, cercare l’ombrello, trovare il cappello. Pantavento? No, dai. Devo sembrare un vagabondo matto, il viaggiatore è consapevole della sua maldestria. Passano due macchine e mi seguono con gli occhi. Apro l’ombrello, per fortuna (ricordatene in altre occasioni) non c’è vento.
Sì, ci sono i saliscendi. Lo zaino pesa, ma le mie spalle sembrano dirmi: ‘Tranquillo, ce la facciamo’. La gamba è meno sicuro e ogni tanto cede. Un gruppo di vacche mi segue con sguardi vuoti. Indifferenti, ma attente. Salgo per una lunga salita che assomiglia a piano inclinato. Quando il viaggiatore arriva in cima, c’è il suono di una chitarra. Dietro un cespuglio.

Il viaggiatore fa altri tre passi. Ci sono tre ragazzi, al riparo di un furgoncino, una vecchia casa colma di murales, di fronte quello che sembra uno strano ‘camping’. Un ragazzo suona. Potrei fermarmi. Invece, saluto e vado avanti. Un ragazzo si accorge di me. ‘Todo bein?’, lo rassicuro. Vado avanti, perchè non voglio fermarmi? Il ragazzo si alza, allora faccio passi indietro. È bello come il sole. Occhi chiari, barba da giovane, giaccone di velluto, la chitarra in mano, un sorriso da innamorarsene. ‘Todo bein?’, ripete. Si chiama Nyer, almeno così ho capito. Ho cercato il suo nome e non l’ho trovato. ‘Soy israelita, mi esposa es portoguesa’. Lo guardo, negli occhi chiari. Credo che voglia dire: israeliano e non israelita. Posso rischiare? Sono a disagio. Penso subito a Gaza, a quello che sta per accadere. Poi penso che se Nyer fosse stato nel suo paese, sarebbe stato al rave party di Re’in. Penso che sarebbe morto. Ucciso da Hamas. Penso a Gaza. Agli ostaggi, alle bombe, alla gente di quella striscia di terra chiusa dai carri armati. Penso che voglio andarmene. Cosa mi sta accadendo? Penso che sono stato, assieme a Mario, un ostaggio, uno scudo umano. Una notte a Nablus e chi aveva fatto irruzione nella casa dove stavamo dormento, erano soldati dell’esercito israeliano. Eravamo ostaggi? Eravamo prigionieri? Fuori si combatteva, loro combattevano. Penso che, quando se ne sono andati, dopo una notte, si sono protetti dietro a me. Erano tutti ragazzi: c’eri anche tu Nyer con loro? Eri tu a cui ho stretto la mano prima di uscire con il pensiero che là fuori c’era qualcuno con un fucile? Avrai fatto il militare, no? Avrai impedito il passaggio di un palestinese al check-point? Avrai sparato? Non mi piace quello che penso. A sera, leggerò (c’è un fb di questo campeggio, tutto scritto in ebraico) che quello che sembra esserne stato il fondatore è stato ufficiale di marina e che fa il terapista. Voglio andarmene. Mi rassicuri: ‘Ancora dieci chilometri’. Gli do la mano. Me ne vado, quasi sfuggo a Nyer. Mi piace il tuo sorriso, la tua chitarra, ma me ne vado. Ti prego: invita i palestinesi a passare del tempo in questo tuo campeggio, parlatevi, giocate a calcio, suonate la chitarra. Non puoi farlo, vero? Me ne vado, andate via pensieri.
Ritrovo l’asfalto, questa volta GoogleMaps non ha una soluzione per i campi. Tre chilometri di Nazionale120. Piove come se fosse l’ultima volta. C’è il casotto di una paragem, una fermata del bus. Vado a ripararmi. C’è un ombrello e un vecchio seduto. Ha uno sguardo nel vuoto. Quasi implorante. Mi vede, ma non si accorge di me. Osserva il mio ombrello e mette la mano sul suo. Mi siedo. Mi guarda ancora. ‘Boa tarde’. Non risponde, forse un gesto impercettibile con la mano. Una berretta in testa. Non c’è, è altrove, un giubbotto, scarpe grosse. Come sei arrivato qui? È domenica, non ci sono bus, non stai aspettando un bus? Dove abiti? Non dice una sola parola, sei su un altro pianeta. Posso venire a vedere? Non dici niente. Ha senso che io ti spieghi perchè sono qui anche io. Ora non mi guardi più. Cosa vedi? Qualcuno verrà a prenderti più tardi? Vieni qui ogni mattina? Chi ha cura di te? Non torni indietro dal tuo pianeta. Sei stato giovane? Mi alzo, affronto la pioggia, ti lascio in pace, penso che vorrei bere un bicchiere di vino con te. Addio. Non scatto una foto.
Conto i chilometri sulle pietre stradale. 66, 65, 64, 63. E poi, all’altezza di una curva, un cartello. So che sono arrivato, benedico il cartello che indica i Moinhos de Pinheiro. So che mancano quattrocento metri. Vado, arrivo, spingo una piccola porta di lato al cancello e mi ritrovo nella bellezza di un luogo amato. Qualche casa fra alberi basse, piante grasse, un palma, due grandissimi mulini, con le pale restaurate. Colori bianchi e azzurri. Una lavanderia, un’officina ben attrezzata, case vuote, porte aperte, reçepcão, un bel disordine in cucina, nessuno, nessuno. In Portogallo non c’è mai nessuno. Girello per un po’, ha smesso di piovere, mi piace l’eleganza rurale di questo posto. Non è ‘perfetto’, è ‘umano’.

Un gatto nero, dal petto bianco accucciato in poltrona.
Alla fine appare Noah (che è un ragazzo, uno arrivato qua per il surf, scoprirò alla fine), suo fratello con una splendida cicatrice sul lato destro dei viso, suo padre (immagino) George con l’aria da bravo medico in pensione. Una famiglia. Sono tedeschi. Sono arrivato a casa. Birra, tè, acqua, una mela. Mi offro il mio pane e formaggio. C’è anche il sole. Letto bellissimo. Mi addormento. Hanno comprato i mulini appena nove mesi fa. Stanno facendo lavori. George mi dirà che avevano cercato una casa nel sud d’Italia e in Grecia. Ma qui ci sono le onde, c’è il surf. Una nuova vita. Per i ragazzi, per te.
Noha mi porta giornali per far asciugare le scarpe.
A fine pomeriggio appaiono due ragazze. Belle, naturalmente. Stanno fotocopiando bei disegni astratti. Ho lasciato la macchina fotografica sul tavolo. E, a notte, ci troverò tre foto di una di loro. Che bel dono, ragazze. Posso usarle?

Hanno preparato melanzane, yogurt con melograno e riso per me. E un bicchiere di vino. George passa a trovarmi e mi dice che sua moglie arriverà fra qualche giorno. Chiederà a Noah se può accompagnarmi al bus.
Il cammino finisce qui, insh’allah. Senza calzini bruciati, senza un addio, senza un ultimo sguardo all’oceano. Senza le palme che il vento fa oscillare, senza le orme dietro a te, senza un tramonto, senza nemmeno un pensiero. Mi metto a guardare la 7. Cosa vi aspettavate?





