Caminhos.11/Porto Covo-Cercal, ‘sempre frente’, fra i campi

Il risveglio in una stanza con otto persone è silenzioso. Il rumore di una cerniera è il rombo di un aereo. Tirare fuori le mutande dal sacchetto di plastico è uno scontro fra due biciclette. Ho chiesto di avere il letto basso, la mia gamba è in difficoltà nelle arrampicate. La ragazza cilena, carina da morirci dietro, ha esitato. Mi ha accontentato. Letto 2.5. Una tessera per aprire la porta, una chiave piccola per l’armadietto. La perderò? Queste sono le mie paure che fanno da corteo dietro a quelle grandi.
Dovrei dormire, sono le cinque e venti del mattino. Davanti ho una giornata di inquietudine.

Sopra di me un italiano, non ho scambiato una sola parola con lui. Di fronte una ragazzona con la testa rasata a zero. Ieri sera faceva ginnastica. Di lato, un’altra ragazza. Timida, solitaria, attenta. Anche lei ha un computer. Come il ragazzo italiano. Vorrei sapere se il loro è più leggero del mio. Sembra di sì. Rimango in silenzio. Non ho nemmeno chiesto se potevo mangiare, vedo che passano tortillas gustose. I ragazzi guardano un film, hanno spento le luce. Vita da hostal. Sento i miei piedi nudi sfiorare il pavimento.
La colazione dell’hostal Mute vale il viaggio. C’è una cuoca e un ragazzo brasiliano che arredano la cucina con squisitezze. Frutta, vasetto di yogurt con chicco di melograno, caffè, panini ‘eleganti’ e buoni. Hanno cura, in questo hostal. Fuori il faro continua a girare il suo girotondo. Addio all’oceano. Tutti vanno verso Sud, io vado a Oriente. Perché?


Strade di campagna. Tratturi. Ma la parola suona male. Strade di pianura, per raggiungere i campi. Deserte. Non c’è nessuno. Poche, piccole casas do campo. E fattorie. Ma non si vede nessuno. Cani grossi, dietro una rete. Intimoriscono. Fanno il loro mestiere. Un grosso maiale nero morde un bastone di legno e per un po’ mi segue dall’altra parte del recinto.
Campi, campi. Si attraversano strade asfaltate. Un cartello avverte: attenzione. Nessuna macchina all’orizzonte. Chissà se qualcuno ha ma avuto un incidente qui. C’è un bar, a un incrocio, è troppo presto per una sosta. Evito i pensieri.
Perdo i segni. Appena fuori da un piccolo gruppetto di case. C’è un vecchio mulino e una antica ‘scuola primaria’ è stata trasformata in case di campo. Ci sono i segni del cammino di Santiago, bello ritrovarli. Ma, all’incrocio con l’asfalto, scompaiono le tracce bianche e rosse della Rota. Mi affido a GoogleMaps, ben sapendo che il mio telefono non ha cariche a sufficienza. E non so se il powerbank funziona.


GoogleMaps mi conduce fino a un nuovo trattura. Sale verso una collina. Alberi di sughero. Daniela li ha definiti alberi generosi. Sembrano donne sghimbesce e belle, che stanno lì, senza gonna e mostra gambe ben tornite. Mi piace toccare la corteccia delle sughere. Cammino in salita leggera, con lo zaino diventa ‘pesante’. Già, oggi ho lo zaino e la schiena non c’è più abituata. Non ho avuto il coraggio di chiedere il ‘bagaglio trasportato’. Già per me è stato difficile affrontare booking.
Fiducia senza alternative per GoogleMaps. Non ci posso credere: incontro due ‘locali’, una coppia, sui quarant’anni, l’aria di chi davvero è venuto a farsi un giro. Saluto, chiedo. ‘Cercal?’. ‘Sempre frente’, e fa il gesto di una mano. Poi aggiunge: ‘Cinco, seis kilometros’. E fa un gesto con una mano, a dire: ‘Mas o meno’. E ripete: ‘Sempre frente’.
Prendo una pausa al boschetto di eucalipti. Questa è zona di produzione di legname. A cosa servirà il pessimo legno degli eucalipti? Ricordo le donne della collina (tremila metri!) di Entoto che salgono a raccogliere la legna degli eucalipti e poi con carichi immensi, curve fino a terra, riscendono per le loro case alla periferia di Addis Abeba. La legna di eucalipto non fa brace.


Gruppetto di case, dovrebbe essere Boa Vista. Ci sono cinque pecore e un agnello. Mi avvicino. Loro si allontanano.
Ecco, le case i Cercal. Passi dietro a me. È la coppia che avevo incrociato prima. Hanno un passo ben più veloce del mio. Hanno raccolto qualche fungo, corbezzoli, ‘per la grappa di medronho’, e ora si fermano per una manciata di castagne. Mi salutano: ‘Boa continuaciòn’.
Salgo al paese. Nessuno. Alle una i paese sono deserti. C’è un bar quasi di fronte alla chiesa. Una ragazza. Ha denti brutti. E occhi belli. È annoiata dalla mattina solitaria. Birra Sagres, e un panino con hamburgher. Arriva il suo fidanzato e lei tira fuori vaschette di alluminio con il pranzo.


Si ferma Carlos. Il suo caffè con un bicchierino di whiskey. ‘Cosa meno del medronho. Non lo faccio sempre, ma ora ne avevo voglia’. Quasi capisco il portoghese. In questo Alentejo interno non ti parlano in inglese. Ne conoscono due parole. Riesco a capire che Carlos, un uomo pingue, dall’aria obrera, una grande pancia, una moglie sovrappeso e un figlio che cammina con una stampella, ha fatto un viaggio in Europa. Due giorni a Venezia, due a Roma. E poi Parigi e Vienna. Vorrei chiedergli: ‘In bus’. Lo ascolto: mi dice che ora è in pensione, li trattengono il trenta per cento di tasse, sta sistemando un locale, vuole fare un’osteria. Vino, prosciutto, formaggi e sweet potatoes. Batata dolce, ripete. In inglese suona meglio, attira gli stranieri. Spera di aprire l’anno prossimo. Ha i permessi, manca la luce. Poi mi racconta delle protesi che ha al ginocchio. A entrambe le ginocchia. Tira su i pantaloni per mostrarmi le cicatrici. Vorrei mostrargli le mie.

Casa Azul è dietro l’angolo. Come vi immaginate un posto che si chiama Casa Azul? Frida, sei passata da queste parti. Ebbene, è un edificio fra le case basse di Cercal, non si nota, ma è immenso. Saloni che ci potresti pattinare, tre piani, una brutta piscina ritagliata a forza là dove sorgeva una casa. Un’aria sovietica. Chi ha avuto l’idea di costruire questa ‘cosa’. C’è un uomo gentile dietro il banco. ‘Andrea?’. ‘Come lo sa?’. ‘Aspettiamo un solo ospite’. ‘E questo…è tutto per me’. ‘No, siamo quasi pieni: qui dormono gli operai venuti a fare lavori di manutenzione alla raffineria di Sines’. Centinaia di operai. Io ho la camera 209 e le mani che vorrebbero scrivere di questi operai. Ascensore, corridoi stretti, davvero è stato progettato da un architetto della Unione Sovietica anni ’60.
A sera, vedrò gli operai. Pochi, una decina, mangiano pane e affettati, birra e pasta. Si sono preparati la cena. Fanno battute, hanno tute eleganti. Aristocrazia operaia. I caschi poggiati su un tavolo.

Avevo buone notizie su una osteria chiamata Passarinho. Chiedo alle ragazze del piccolo supermercato (compro banane, arance, una mela, due piccoli formaggi). Non possono farmi un panino e vendono solo quattro yogurt. Uno non possono vendermelo. Cammino fino a Passarinho: fechado. Dentro c’è una donna, me ne avevano parlato un gran bene. Parla al telefono, mi guarda. Non fa nemmeno il gesto di aprire. Rimango un po’.
Cammino, incontro un altro bar. Mi dicono (capisco a malapena) di scendere fino alla grande rotonda, davanti alle fermate dei bus, ci sono bar e osterie.
È vero, il paese dei proletari si ritrova qui. A bere birra. Devono aver già cenato. Un’osteria sta chiudendo: ‘Se vuoi un dolce?’. C’è un altro locale, tutti i tavoli sono ‘riservati’, questa deve essere gente di altri lavori. Ma c’è un posto per me. L’ultimo, altri che arrivano dopo, vengono respinti. Non ho fame, guardo una partita. Arsenal e Chelsea. Un bicchiere di vinho verte, una frittata, patate fritte. Non ho fame. La cameriera è sola e affronta con disperazione la serata. In cucina, un cuoco grande e grosso cerca di tenere a bada i fornelli.
Ora a Casa Azul c’è un ragazzo brasiliano. Riesco a prenotare spero al Moinhos de paneiro, ‘agriturismo’ elegante. Quanto è distante da qui? Ce la farò? E se, come è certo, si scarica il telefono? Andiamo.

