Andrea Semplici
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La forza di Campi Bisenzio

Vado a Campi. Campi Bisenzio.

Nella notte, l’allerta è rientrata. Firenze, il mio cammino verso la stazione, è avvolto nella nebbia.

Nebbia sull’Arno

Treno per Sesto Fiorentino. Un euro e sessanta centesimi.

Affollato. Ci sono due ragazzi bangla con le biciclette. O saranno pakistani? Una ragazza fa colazione con un cappuccino caldo. Riesce a incastrarsi nel sedile, poggiando le gambe sullo schienale di fronte. Ci sono quattro ragazze che parlano inglese. Il treno va a Viareggio. In molti scendono a Sesto.

Il treno per Sesto

 

Sul treno

Simone mi aspetta a Sesto. Stivali. Giacchetto giallo. Vespone. Non salgo su due ruote da quattro anni, da prima della pandemia, emorragia, fratture. Paura.

Ho anche sbagliato uscita. Sotto passo. Una scritta: ‘Sorgerà di nuovo il sol dell’avvenire’. Deve essere stato scritto nel 2021, centenario della fondazione del Pci, credo. Sì, sono arrivato nell’antica piana fiorentina, la Firenze operaia e comunista della mia gioventù. Terra di fabbriche e officine, tessile e meccanica. Spedizionieri. Oggi elettronica, controllo numerico, informatica. Molti cinesi. Alla fine, nei decenni, tutti hanno costruito qui i propri capannoni. Trasformando l’antica palude in una terra industriale.

Memoria (foto di Luca Massini)

Non ho stivali. Non se ne trova un paio in tutta Firenze. Quelli che mi ha portato Simone sono piccoli. Mi tengo gli scarponcini. L’acqua, a fatica, è stata spalata via. Pattinerò sul fango.

Simone

Villa Montalvo. Conosco questo luogo. C’è un grande parco con alberi monumentali. Oggi ospita una bella biblioteca e l’archivio storico del comune di Campi. Sorge alla confluenza fra il Marina, torrente di tredici chilometri, e il Bisenzio, il fiume della piana. Il Marina ha rotto, ha abbattuto un muro, scavalcato un argine, e ha invaso la villa, il piano terra della biblioteca, e reso una palude una vigna trascinando con sé alberi, terra, pietre, rifiuti. Ci sono operai di un’azienda privata. Stanno liberando la vigna. Muovono scavatori, pale meccaniche. Simone li conosce. Danno un’idea di forza e di impegno. Di serietà. Indossano tutte rosse. Sono tranquilli. Un cartello avverte: ‘Vietato l’ingresso ai curiosi. Pericolo’.

Di fronte alla villa, due ragazzi con le pale. Sono già stati qua. Discutono con un operaio. Sono pronti a lavorare. Arrivano altri ragazzi. Una collaboratrice della biblioteca è affranta: ‘Qui, quando piove, l’acqua entra sempre, ma questa volta non so se riapriremo. Il piano terra è perduto, i libri per i ragazzi sono da buttare. Dobbiamo liberare gli altri piani, l’umidità non dà speranze ai libri’. L’acqua ha lasciato una linea di fango, più di un metro e mezzo d’altezza. Tutto sta marcendo. Fuori ci sono libri per bambini cancellati dall’acqua. L’operaio dice: ‘Ragazzi, state attenti, qui si fa presto a sparire in un tombino’. Arrivano altri ragazzi, altre donne e uomini, con i gilet di Insorgiamo, vengono dal centro di coordinamento creato dagli operai della Gkn, la fabbrica che dovrebbe chiudere a fine anno. Sono stati un vero motore degli aiuti, hanno un’esperienza costruita in due anni di lotte. Passano silenziosi. Con pali e secchi. La direttrice della biblioteca ci individua subito come ‘estranei’. ‘Per favore, non potete stare qui’. Io so chi è e la ricordo gentile e disponibile. Ma questo non è il tempo. È una settimana che non dorme, vuole salvare la sua biblioteca, oggi comincia il lavoro stanza per stanza. Bisogna fare in fretta. Rassicuro la direttrice, ce ne andiamo.

Via del Gelsomino

Sul muro, la targa del restauro della villa: 1998.

Arriva uno scavatore e si comincia a caricare le macerie e il groviglio di fango. Manovre di mezzi pesanti. Elefanti aggressivi che si muovono con sorprendente delicatezza e precisione.

Prendiamo la via per Campi. Troppe macchine in giro. La polizia ci ferma. Non vale dichiararsi giornalisti. Questa è la terra di Simone e sa come arrivare in centro. Le strade sono ancora un cammino fra le rovine trasformate in colline di fango. Spiccano le lavatrici, i mobili delle cucine, i materassi, reti dei letti, tavoli spezzati. Ammucchiati davanti alle porte, in attesa che vangano rimossi. Un camion passa: è in cerca di rifiuti di ferro. Chissà se hanno i permessi? Ne vedrò almeno tre in mattinata.

Insorgiamo

Nello spiazzo interno del Comune, brulichio di persone. Quasi tutti ragazzi. Alcuni con pale nuovissime. Già indossano le tute del Covid, altri stanno contorcendosi per vestirsi. Aspettano di capire dove devono andare. Un uomo, sulla sessantina, prende nota. Oggi è sabato, c’è stata un’allerta notturna: è stato fatto sapere ai volontari che non devono venire. Ma in tantissimi sono qui lo stesso. Simone mi dice che nei giorni precedenti qui era una folla. Girelliamo. Molti sono già sporchi di fango. Non hanno aria di stanchezza. Hanno voglia di fare. È una comunità.

Fuori dal Comune è andirivieni continuo. Piccoli escavatori parcheggiati. Due mezzi militari. Pochi soldati. Il tè caldo di un’associazione di volontariato.

Marylin

Andiamo in via del Gelsomino. Ecco, le mura della vecchia Rifle, gloriosa fabbrica di jeans – una leggenda la sua fondazione – chiusa da qualche anno. Fila di villette. Eleganza popolare e orgogliosa. Barbecue nel giardinetto davanti a casa. Garage sotterranei, spesso trasformati in ‘tavernette’. Sono finiti tutti sommersi sotto metri di acqua. I torrenti hanno trovato uno scivolo perfetto. Le macchine in strada sono state travolte. Invase dal fango. Stanno lì, aperte e annegate. Passano i carriattrezzi e cominciano a depositarle in parcheggi improvvisati. Macchine da buttare. Molte sono salite una sull’altra. Passa una donna con due immensi sacchi neri sulle spalle. Un uomo va avanti indietro con un secchio e ne svuota il contenuto sulla collina di macerie che aumenta di ora in ora. Un uomo della Croce Rossa chiede una fotografia. C’è una surreale voglia di scherzare. Di trovare solidarietà. Un gommone dall’aria naufragata è legato, in verticale, a una cancellata. I tombini sono ancora intasati. Una ragazzina cerca di fermarci: ‘Ci sono le scavatrici, è pericoloso’. Ci accodiamo a dei ragazzi con le pali in mano. Luca è al numero 10. Casa di un suo amico. Travolta dalle acque. Gli oggetti di una vita sono stati sommersi, portati via, presi a schiaffi dal fango. L’odore è di nafta, di marcio, di escrementi. Questo non è fango, è una poltiglia di benzina, emulsioni, putridume. Mi colpisco i dettagli, Luca mi mostra la foto di un matrimonio, il ricordo cancellato dal fango. C’è il casco da ciclista di un ragazzo, le sue scarpe da bicicletta. Ci sono le dieci e più lenze dell’amico di Luca: spera di salvarle. Ci sono i barattoli delle salse di pomodoro: forse l’acqua non le ha violate. I bottiglioni di olio, forse già di quest’anno. Ci sono i libri buttati. Ci sono amici a dare una mano. Tentativo ossessionato di ripulire, di salvare. I segni marroni marciti sui muri della casa. Luca ha una cassetta in mano piena di oggetti. Memoria affogata. Mi sento di troppo, non chiedo nemmeno di entrare. Non sono un vero giornalista.

Usciamo, nel groviglio di escavatori. Una benna spezza mobili, frigoriferi, tavoli e li ammucchia in una montagna di scorie. L’operaio è deciso, conosce il suo lavoro, si muove con abilità. Il rumore di un mobile che si frantuma sotto l’orto della pala meccanica è un colpo al cuore. C’è un garage ancora colmo di detriti. Con una catena a chiudere il cancello. E guardando per terra si capisce perché: centinaia a e centinaia di cartucce. Un arsenale. Si appoggia un ragazzo: giornalisti? Faccio un segno con la testa. ‘Posso non rispondere?’. Un altro segno con la testa. Ma ha voglia di parlare: ‘Bisogna solo ringraziare che è acqua e non fuoco, altrimenti qui esplodeva tutto’. Sembra che il vicino di casa custodisse nel garage oltre diecimila cartucce di un ‘tiro al piattello’. Una follia. I ragazzi avevano cominciato a ripulire il seminterrato e sono riemerse le cartucce. È arrivata la polizia.

Via del Gelsomino

 

Un momento di riposo

Anche i giovani (quarant’anni o giù di lì) parlano dell’alluvio del 1991. ‘Questa è peggio’. ‘Abbiamo imparato: centraline elettriche in alto’. Hanno imparato loro. L’acqua è tornata nelle case e si cerca di ripulire. Nella periferia di Campi alcune strade sono ancora bloccate dai mezzi al lavoro. C’è adrenalina nell’aria, fretta che una vita normale riprenda. Posso dire: c’è un’allegria nervosa. Questo ‘essere toscani’ aiuta. La sera prima, a PropagandaLive, riconoscevo le parole che la gente della piana usa: ‘È un maialaio, un troiaio, un sudicimaio…’.

Giriamo per San Piero a Ponti, anche qui le sponde delle strade sono montagnole di rovine.

Andiamo al cimitero. Fra i cipressi c’è una piazzola. Qui approdano molti dei camion su cui vengono caricati i grovigli di rottami e fango ammucchiati ai lati delle strade. Si cerca di separare quanto è possibile: lavatrici e frigorifero vengono ammassati per conto loro. La fila dei camion è lunga. Aspettano per scaricare. Una benna ruota su stessa. Appare un lavoro infinito.

Il deposito delle rovine

Chiamo Elena, amica di Campi. Ci raggiunge in bicicletta. Ha le occhiaie di chi sta faticando da giorni. Non era a casa, la notte dell’alluvione. Abita a un secondo piano. Con la figlia e in visita c’era la mamma, una donna anziana. Telefonata notturna della figlia: ‘C’è l’acqua in strada. Siamo bloccate’. Elena non poteva certo raggiungerle. ‘Se ti senti in pericolo, chiama i pompieri. Aiuta la nonna a salire ancora’. Posso solo immaginare. Intanto la casa dei vicini, al piano di sotto, veniva attraversata dal fiume. Il giorno dopo Elena riesce ad arrivare a casa. Porta via sua madre e la figlia va da amici. Lei comincia a spalare. Un abbraccio con Elena.

Con Carlo Monni (foto di Simone Cecconi)

Troviamo il tempo per fare gli stupidi. Davanti al Comune, una strana struttura aerea sospesa a mezz’aria da grandi colonne futuriste, c’è il teatro Dante. E a lato dell’ingresso c’è una panchina sulla quale è seduto Carlo Monni. Il grande Carlo Monni. Ehi, non era così bello e aveva più pancia. Ma il sorriso beffardo è il suo e pare sentirlo recitare ‘Le vele, le vele, le vele’. Dante è stato contento che oggi il teatro sia conosciuto come Dante-Monni. Mi siedo accanto a Carlo, gli metto una mano sulla spalla e Simone mi fotografa.

Passa una donna, non è italiana, passa accanto a Carlo e gli sfiora la mano. Come un saluto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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