Pedali, Lucania occidentale/Che la stagione della Festa cominci. Appunti per un altro racconto di alberi e uomini. 1

Finestra sulla Valle del Mercure. Pedali. Paesaggio verso Viggianello, verso Rotonda. Riconosco questa geografia. Troppi anni che non venivo. Casa. Una delle mille case lucane che amo. Come si può vivere con troppe case? Dove vivere? Dove vado? Ri/comincio da Pedali, paese di ‘frazioni, di contrade, paese sparso per le pendici della montagna. Qui c’è la Montagna di Basso e la Montagna di Alto. Certo, per raggiungere la Montagna di Basso bisogna arrampicarsi con durezza. Immagino quella di Alto. Tutte i miei orizzonti si disorientano a Pedali. Come se mancasse un centro. Ci sono cento frammenti, distanti uno dall’altro. Un filo esile collega le case. Noto le molte pizzerie. Due gioiellerie. Una sede della Uil. Targhe di avvocati e commercialisti. Chissà quante altre cose. Mi raccontano della rivalità fra il ‘capoluogo’, il ‘centro storico’ di Viggianello (con i suoi pochi abitanti), e Pedali, il ‘contado’. Là le famiglie ‘importanti’, qua i contadini. Storie dell’altro secolo, ribaltata dalle economie e dal lavoro di chi ha costruito la sua storia nell’emigrazione e ha fatto della casa di famiglia una palazzina di eleganza rurale (con gli olivi potati come piante esotiche per una nuova estetica). La macchina da montagna, orgogliosamente infangata, in garage. Erano anni che non venivo a Pedali e in questa Lucania di Occidente. Scendo per le cento frazioni (in realtà sono trentasette, vorrei una mappa) e so che ognuna ha orgoglio, identità. Non è certo un caso che qui i riti arborei sono ben tre. La prima volte che venni a Viggianello assistetti (e fotografai) l’accordo di pace fra due frazioni rivali. Mi dicono che un tempo ve n’era un quarto.
Sono ospite della Tana. Una ragazza francese e un ragazzo lucano che hanno trovato amore e una nuova vita nella valle del Mercure. Sono commosso.
E in cambio mi offrono una finestra-meraviglia, che si affaccia sulla valle e sulla neve persistente del Pollino. Fa freddo.

La valle, al mattino, è nascosta dal mare della nuvola compatta. Fino a quando il sole non scavalca il confine del Pollino, tutto è mistero. Una distesa bianca in cui si affaccia la cima di qualche albero. Il paesaggio ha due colori: il bianco della nebbia, lo scuro delle montagne che devono ancora svegliarsi. Ci vuole una musica.
Matteo è già venuto a salutarmi. E’ lui che, anni fa, per la prima volta, mi chiamò a Pedali. Paese che avevo ignorato, e sempre ne sono stato in imbarazzo, nei miei primi viaggi dietro agli alberi. Matteo, cuoco in abruzzo, con ancora ben salda in questa terra, mi cercò, mi chiese di venire, mi raccontò. Riparavo, così, a un torto involontario. Di fronte al caffè centrale, a fianco della chiesa, passa un altro amico del paese, conosciuto nella festa dell’altro versante, e si offre di farmi salire fino alle baracche sorte nel valico di Pastoroso. La Festa è già cominciata. Ieri sono cominciati i tagli. I buoi sono stati radunati. Ultime contrattazioni per i prezzi. Pastoroso, Fontana Scura, i luoghi hanno nomi che ancora non ho messo a memoria.
La Montagna di Basso è una foresta faggi e cerri. La primavera, percorsa da venti ancora freddi e da smaglianti giornate di sole, è la meraviglia delle foglie che cercano di capire se è tempo di affrontare i nuovi cieli di un’altra stagione.
C’è il tempo per una pizza. Enzo mi porta da Sasso, pizzaiolo ambulante. Ha appena riaperto. A fianco dello stabilimento della San Benedetto. Mi riconosce, mi sento sempre in imbarazzo, io spesso non ricordo i nomi di chi mi saluta.

Arrivo in tempo la benedizione dei buoi. Riconosco i ualani, uomini e donne di Rotonda, di Viggianello. Ci sono i Baffoni. Abbracci. Volti che riconosco, che mi sono familiari. Non avevo ancora conosciuto don Alex, prete lucano, di Lagonero. E’ alla sua seconda Festa, lo scorso anno deve essere stato un battesimo importante: si ricominciava dopo la pandemia. E’ altissimo, don Alex. Quando alza i braccio per benedire, sovrasta i buoi. Gioca con i ragazzi.
Torna chi vive lontano dal paese. Dalla Toscana, dalla Lombardia, dall’Abruzzo. Si torna per la Festa. Si noleggiano i buoi. Si guida per un’intera giornata. Come glielo racconto a chi nemmeno può immaginare? Quanto costa fittare un bue. Mi dicono: fra 250 e 500 euro. E’ la verità?

I buoi sono pazienti. Già immaginano la novità, inarcano la schiena; qualcuno prova, posso giurarlo, ad alzarsi sugli zoccoli. Quest’anno si ‘misura’. Per la prima volta, devono esserci stati litigi. La coppia, i ‘paricchi’ più alta sarà capofila del corteo dei buoi che trascineranno a valle la pitu. Vi dico subito: i buoi della prima ‘postazione’ sono alti 398,5 centimetri. Begli animali.
Tavolinetto nella piazza belvedere di San Francesco, giudici come notai, controlli e ricontrolli. Quattordici coppie di buoi. Questa è una storia seria. C’è da convincere i buoi a farsi misurare. Carezze sul collo, zampe ben allineate. Qualche colpetto, tira su la testa.





San Francesco di Paola, la Festa è sua.








Dimenticavo: davanti al bar Centrale, un manifesto di due anni fa. Cavolo, siamo davvero campioni d’Europa? E’ successo sul serio? E dopo? Dopo, niente. Non svegliamoci da quel sogno. Guardate il manifesto, sulla destra: Spinazzola che alza la stampella…
E poi a notte, Matteo mi porta a Pastoroso, alle ‘baracche’, all’accampamento, ai rifugi-osteria delle varie contrade di Pedali e Viggianello. Il cibo, il vino. I compleanni, la zampogna, l’organetto. Le danze. Notte fonda. Spero di ricordarmi le foto dei gruppi, chiedetemele, qui non le metto. Inutile cercare di sfuggire al vino e alla pasta. Il severo medico, rimasto in città, mi guarda malissimo, un po’ mi preoccupo. Ovunque, accoglienza di montagna. Cibo, cibo, pane spezzato con le mani. Due piatti di pasta. Dai Discepoli e dalla Scorta, spero di non sbagliare i nomi. Sono quattordici le ‘baracche’. E a mezza notte e mezzo si chiude con pasta e patate. Buonissima. Non c’entra niente, a me, toscano, viene in mente Luciano Bianciardi, lo scrittore maremmano che nel 1954 scriveva: ‘ Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso’. Io sto bene con questa gente, così diversa da me. Penso che sarei dovuto nascere qui. Poi non lo penso più.











