Venezia.5/Ancora due notti

Non mi ero reso conto di quanto tempo sia passato. Quattro anni, diciamo. Tre e mezzo. Dal febbraio/marzo 2020. Poi, lo sappiamo, ma dimentichiamo: pandemia, emorragia, doppie fratture di femore. Le solite cose, insomma. Un’altra vita. Della quale ho scritto frammenti dispersi per le fragilità di questo Mac. Di fatto, introvabili.
‘Prima’, almeno fino all’Uruguay (gennaio/marzo 2020), funzionava così: ogni giorno uno scrivere. Almeno una pagina. Non un diario, ma le diverse tessiture di fili dispersi. Mappe destinate a confondersi, oppure, a volte, a tasformarsi, a condurre altrove. Ogni notte. Scrivere oltre la stanchezza. Sono andato a piedi per mezzo Portogallo e tutte le notti ho scritto. Ero stanco e avevo voglia di dare riposo ai muscoli. Per scrivere sono necessari muscoli. Ma scrivevo lo stesso. Sistemavo qualche foto, la preparavo.
Al mattino mi svegliavo un’ora prima del dovuto e rileggevo, correggevo, sistemavo nel blog. ‘Pubblicavo’, insomma, forma contemporanea di diario. Da anni andava avanti così: dai giorni della frontiera fra Haiti e Dominicana a quelli della magnifica tournèe con i ragazzi dell’Orchestra giovanile europea di Trieste. Ogni giorno, una pagina, due pagine, tre pagine. Alla fine, il libro era costruito. Il Portogallo si è interrotto, l’Isola lontana dal mare è davvero diventata libro (ora che lo rileggo, non è male), i giorni della musica e dei ragazzi musicisti, invece, sono rimasti lì, ma quel tempo è stato una meraviglia, un dono inaspettato che ho ricevuto dalla vita.
I giorni degli ospedali sono rimasti frammenti dispersi. Belli e irrintracciabili (non è mai detto, prima o poi). Peccato, la scrittura era partita di slancio, poi lontano dalle corsie e dalle camere ha perduto forza.

E ora Venezia. Anzi: San Giacomo, la mia Venezia è questo campo popolare e popolano (mi illudo?) della città. Mi manca già San Giacomo. Domenica me ne andrò e trattengo il magone. L’altra sera la sagra è stata interrotta (non è così, si è trasformata) da una scenica tempesta. Lampi hanno reso merletto violento il cielo nerissimo. A Venezia sono venuto per scrivere. E non scrivo. Bagnato sono tornato a casa, e non ho scritto. Volevo chiedere ai ragazzi: posso rimanere con voi? Non scrivo, la città è una continua tentazione. Ogni filo conduce su una riva, su una fondamenta, in una calle, in un bacaro. Trovo uno spazzino o un postino e le storie si moltiplicano fino ad abbracciarmi con felicità priva di colpe. Come a Matera, quando Mipa, il libraio mi disse: ‘Qui si è pigri senza sensi di colpa’.
Rimane il fatto che non ho scritto, nemmeno una sera. La notte avevo altro da fare. Bagolare, direbbero qui. Avevo Venezia attorno a me e viverla è meglio che scriverne. Non so come siano stati scritti milioni di pagine attorno a Venezia. Non riesco a capire come gli scrittori si siano rifugiati qua per scrivere. Thomas Mann davvero non trovava di meglio che rimanere chiuso in una stanza per scrivere storie disperate invece di girovagare per corti e campielli senza uscita? Non si accontentava? Forse per nostra fortuna, dovrei anche dire. È che davvero io non ho scritto e ora spero che un messaggio di Marina mi interrompa e mi dica: sono qui, vieni che andiamo alla Salute. Ecco, è arrivata a piazzale Roma, devo andare. Ci vediamo sulla riva.

Così domenica vado via con tremila appunti scarabocchiati sui quattro quadernetti (di fatto illeggibili e intraducibili) e nemmeno un avvio di scritture. Eppure sono qui per scrivere. Corto mi aveva avvertito: ‘Venezia sarebbe la mia fine’. Oppure il mio inizio, caro Maltese. Devo andare a mangiare a Malamocco. Scarso, un po’ intontito, ci sarà ancora.
Eppure dovevo scrivere del Redentore. ‘E’ la prima volta?’. Sì, il mio primo Redentore. E nemmeno una nota su un quadernetto. Eppure: l’attesa, quattro ore su una barca tradizionale, una sanpierota, è stata magnifica. La festa vera. Il mio privilegio. Il prosecco e i bigoli in salsa che saltavano di barca in barca. Le pizzette deliziose. I dolcetti. Il cocomero salvavita. Le barche con le lanterne e le frasche. I vogatori che avevano voglia di mettersi in mostra. Dimostrare la loro venezianità. La piccola barca ha il diritto di schierarsi in linea con la banchina della Salute, là dove c’è anche il trabaccolo, l’ultimo trabaccolo, c’è sempre un ultimo trabaccolo da salvare. Per la nostra nostalgia. Come sono buoni i bigoli. Siamo legati alla corda. Chi ha gettato l’ancora? Questo è un frammento di felicità. Di euforia. Le remiere sventolano i loro colori. Anche chi ha un motore, decide che qui devono arrivare a remi. Sì, il Redentore è come la coda per il cibo alle sagre: è l’attesa che rende allegri, che vede nascere complicità e amori. Solo alla fine, qualcuno si fa sfuggire: ‘E’ l’ultima volta’. Sa di non crederci nemmeno lui. La fila delle lanterne gialle sulle rive ti accerchia e ti lusinga. Qui voglio essere.
E poi i fuochi. Le chiatte pirotecniche. Arsenali galleggianti. Nasi all’insù. Siamo sotto la loro esplosione, il loro farsi corona e fiore sopra le nostre teste. Posso dire? Vado incontro a guai? Venite a mezzo agosto a Oliveto Lucano, duecento anime sulle montagne lucane, e poi fate un raffronto. Qui c’è una geografia da estasi notturno, l’acqua della Giudecca che moltiplica gli incastri dei fuochi, qui c’è la bellezza geometrica, la purezza del disegno e il riflesso di luce nel canale della Giudecca, eppure manca qualcosa…non so dirvi cosa, ma a Oliveto Lucano c’è. Forse è il racconto che disegna nella notte una passione che, perché tale, deve essere imperfetta, eccessiva e allo stesso tempo timida. Qui, nel cielo di Venezia, nella ‘notte famosissima’ del Redentore, c’è la perfezione, l’estetica. Per un passo in più ci vuole il coraggio di un disordine, che forse non è possibile permettersi perché sei nella città più bella del mondo. Meglio l’incoronazione del re d’Inghilterra o una serata sbronza in un bacaro galleggiante? Io non lo so. Questa notte rimarrà nel rifugio dei miei occhi. Qui vorrò tornare.
Ma poi, fanno appena in tempo a rimbombare i tre colpi finali, non c’è molto da scrivere. O meglio non ne ho più voglia. Quattromila barchini, barche, motoscafi e tutte le imbarcazioni partono assieme. Le onde sembrano piccole, ma non lo sono. Si mettono luci solari sulle prue. C’è prosecco e birra in corpo. Un amico, da una gondola, mi manda messaggi infuriati e, allo stesso tempo, impauriti. Le feste non dovrebbero finire così, ma accade sempre.
E un ragazzo, al largo, verso il Lido, si schianta con un barchino. E non riemerge nella notte.
La nostra barca attracca in un rio silenzioso, disturbiamo due ragazzi di immensa bellezza, lei vestita di bianco, con la gonna a dare luce alle gambe e lui gentile e commosso, i volti a sfiorarsi. Dobbiamo chiedere di farci spazio per ormeggiare. La ragazza rimane immobile, in un’attesa interrotta. Lui si dà da dare con abilità e ci crea quel metro che ci permette l’attracco. Saltiamo sulla banchina.
Al mattino, appena uscito di casa, saluto Paolo. Mi dice: ‘È morto un ragazzo’. Mi passa la voglia di scrivere.



