Andrea Semplici
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Caminhos.10/Odeceixe-Zambujeira do mar, last day? Il cammino delle cicogne, delle zebre e del vuoto. E di rua da Felicidad

Odeceixe è come una lingua di lava che tracima dalla montagna

Last day. Non c’è mai un ultimo giorno dichiarato. Un giorno accade che stai facendo qualcosa (l’amore, per esempio) e non immagini che sarà l’ultima volta. Ci sarà l’ultimo passo. Non ora, non oggi, come disse il vecchio indiano al Piccolo Grande Uomo. Intanto, andiamo, questo conta. Penso: questo passo è stato senza pioggia, questo passo si è aggiunta ad altri e ne precede altri ancora. Per un passo, me la sono goduta. Ho anche fatto dieci passi indietro per togliere dall’asfalto una lumachina con le cornette ben dritte. Si è presa paura e si è rincattucciata, l’ho porto sull’erba, spero di aver fatto bene. Tre chilometri e mezzo di asfalto sulla sponda settentrionale della ribeira do Ceixe. Fiume bello, che riesce ad arrivare il mare. Un ponte per scavalcarlo. Last day? Non ci penso. Andiamo. Fino alla praia de Odeicexe. Bella, molto bella. Il bar è sull’altra sponda.

On the road again

Ah, dimentico il momento gioioso della mattina. La colazione con pastel, cafè americano e pao y manteiga. L’uomo della Casa Verde parla un tedesco fluente. Ha vissuto lassù e ora ha messo su un bar figo al paese. C’è calma in giro. C’era un vecchio (vecchio?) che al mattina risaliva la nostra strada vestito elegantemente, un cappello e scarpe rosse ai piedi. Un po’ storto, come se fosse sopravvissuto a un brutto colpo. Passa un uomo, magro come ci sono qui in Portogallo, l’aria un po’ folle, la barba disordinata. Assorto in pensieri che non riesco a immaginare. Andiamo. Le ragazze italiane prendono il bus. Aspettano.

Le patate dolci

Nel fiume c’è un uomo con un secchio e un retino. Viene qui ogni mattina. Non so cosa sta cercando. È imbronciato, non deve essere andata bene. Saliamo. Si sale per raggiungere la falesia, è sempre lo stesso rituale. Falesia, brusca discesa, aspra salita di rocce e poi piano, tavolato, brughiere. Ma qui siamo nella terra della patate dolce e di una ricca agricoltura. Serre, campi divisi in terreni squadrati, estensione di patate dolci. Nessuno al lavoro. Grandi trattori aspettano. Forse sotto le serre ci sono kiwi. No, non devono essere kiwi. Il cammino ci porta sempre verso il ciglio della falesia. Oggi ci sono diversi camminanti, la giornata ha il sole addosso.

Sospesi. Invidia.

 

La costa di Azanha

 

Il bar di Azanha

 

Adesso, a metà giornata, appare sempre un paese. Azanha do mar è dietro la svolta. Il cammino è troppo pericoloso per me. Il baratro mi appare a un passo e non posso camminare sempre guardando verso oriente. So che lì c’è il vuoto. Daniela mi prende per mano, ma le mie gambe inciampano nelle radici. So da sempre che la vera paura è silenzio. Da cosa arrivano le vertigini? E la stessa sensazione che mi assale quando un computer mi interroga. Vado avanti. Ma di scendere al porto di Azanha non se ne parla. E invece da lì devo passare. Ci sono quattro americane, sovrappeso come americane: sono divertenti, le guida una donna meticcia, non scendono, rotolano, le ultime due si aggrappano alle pietre, sono a quattro zampe, ma trovano il tempo per il selfie, non riescono a stare in piedi, sono come quadrupedi in equilibrio instabile, ma fanno gesti di giubilo. Loro si che hanno coraggio. Io cerco un altro sentiero, evito il precipizio, un corvo nero si poggia su un ramo di fronte a me e sembra irridermi. Oppure minacciare, oppure fare l’uccello del malaugurio. In realtà è curioso quanto me di vedere come va a finire. Vola via. Mi ritrovo nel vuoto. Scendo con il culo nel fango, strisciando la schiena contro la terra bagnata, mi trasformo in uomo di poltiglia. Non me ne frega niente. E quando atterro sulla minuscola spiaggia di pietre, devo risalire per una parete scoscesa. Non guardare in basso, sono dieci metri. Mi arrampico a quattro zampe, afferro l’ultima pietra, cammino su sassi sdrucciolevoli, ‘vai dalla parte sbagliata’, ‘lasciami stare’, l’ultimo aggrappo, mi tiro su. Ho bisogno di qualcosa di forte.

 

Lassù c’è una cicogna

Ci sono cicogne solitarie a custodire i loro nidi sui grandi scogli. Sono sulle punte più alte, indifferenti al vento. Sono bellissime. Sono come bandiere. Questa è la loro terra, il loro cielo. Cammino delle cicogne.  Quante storie su questa costa.

Il porto di Azanha

 

Come hanno fatto gli uomini e le donne di Azanha a tirar su le barche in questo porto assurdo? Come hanno fatto a costruire una barriera contro le onde? Come hanno fatto a vivere qui? C’è un bar sospeso fra rocce, mare e cielo. Un ragazzo solitario e taciturno, stanco dell’estate immagino. Ci sono le quattro americane sempre allegre, e due vecchissimi in viaggio su un grande camper rosso. Vengono dalla Germania, un viaggio a novanta anni o giù di lì. Si gustano una dolce. per me, panino con la bifana, birra, noccioline tostate duro. Ne ho bisogno. Un cagnetto viene a implorare cibo, un gattino malatissimo si accascia. Un uomo si siede e subito il ragazzo gli porta il piatto. Andiamo.

Tunnel di acacie

I ricordi si confondono. Ora attraversiamo una zona di boschi (si fa per dire: eucalipti, canneti, acacie, per terra le piante grasse che scopriamo essere ‘fichi degli ottentotti’: cercano una nuova fioritura e io ne leggo le proprietà sorprendenti).

Amalia. Tutto qui.

Amalia era qui? Un grande girasole annuncia la sua casa. Irraggiungibile. Non ha fatto come Josè, non si è seduta a salutare chi passava davanti. La Fondazione Amalia Rodrigues ha trasformato la sua casa sull’oceano, in un resort di lusso. Con cancelli e telecamere. Peccato. Mi sarebbe piaciuto ascoltarti ancora. Non ti ricorderò.

Gli struzzi

Poi costeggiamo un’alta recinzione, elettrificata. Ho le traveggole: quelli sono struzzi, bruttissimi e spennati, ma sono struzzi. E poco più in là zebre. Cosa è accaduto? Spazio-tempo. Le guardo sorpreso. Ci stanno bene le zebre. Dicono che ci sono anche bufali e i lama. Biodiversità. O follia.

Guado

 

Foresta atlantica

 

La luce del Portogallo

 

Lettrici dell’oceano

 

Il barranco della praia de Carvalhal

Attraversiamo una giungla amazzonica. Torrentelli veloci, vegetazione che si chiude a tunnel, acacie che graffiano le braccia. Pietre che scivolano sotto i piedi. Ponticelli. A volte, il legno è marcito. Ma appena la falesia riappare, ci sono camminanti a prendere il sole sul ciglio del precipizio. Beati loro. Cinque ragazze proprio dormono e una legge un libro. Non riesco ad avvicinarmi. Terreno di sabbia, una fatica tosta camminare, per qualche ragione, solo la scarpa sinistra si riempie di sabbia. Dune. Ancora pericoli e sorpresa finale. I tetti di Zambujeira sono lì, appena dietro l’ultima duna. Bellissimi e irraggiungibili. Nel mezzo c’è un barranco. Di lì, non scendo, non scendo. Retromarcia. E ora? Daniela mi segue. Una barriera di cespugli ci impedisce di raggiungere la strada che è a poche centinaia di metri. Preferisco la giungla umida al precipizio. Mi faccio largo fra rami e cespugli e la foresta si impietosisce: si apre e ci fa raggiungere nuove serre, nuovi campi coltivati, nuove praterie. La strada. Entriamo a Zambujeira dalla porta principale. Una donna al volante di un camper ci saluta. Sono di malumore.

L’illusione di Zambujeira. In mezzo c’è il barranco.

 

I nepalesi

Nemmeno un gruppo di nepalesi che arranca su una salita mi fa cambiare la tristezza amara. Nepalesi? A Zambujeira vive una numerosa comunità di nepalesi. Anzi, a quest’ora del tardo pomeriggio sembra essere popolata solo di nepalesi e dalla loro lingua aggrovigliata. Devono essere arrivati per lavorare nelle campagne. Ma adesso hanno negozi e bar e chissà cos’altro. E nostalgia delle loro montagne che raffigurano in ogni manifesto. E ricordano che Budda è nata su quelle cime. Se vivessi qui, verrei a curiosare sulla loro storia. Lo avranno già fatto in mille. Camminano a coppia per le strade del paese, con una lingua come uno scioglilingua acuto, vanno a prendere il vento.

Rua da Felicidad

C’è una chiesa, piccola, davanti all’oceano. Nossa Sehnora do Mar. Ha una barca e il bambino in mano. Vento di notte. Pioggia di notte. Mangio hamburger vegetariana di mala voglia, il pesce di Daniela è mal cotto, serata storta, cosa farò domani? Dove andrò? Paura. Mi rintano sotto le coperte, non c’è mai nessuno in queste case…

C’è una strada che si chiama Rua da Felicidad. E i ragazzi stanno davvero a prendere il vento alla chiesetta bianca.

 

 

 

 

 

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