Andrea Semplici
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No other land, non c’è un’altra terra

Non c’è un’altra Terra. No other land. I palestinesi, da oltre settanta anni, stanno dimostrando quanto sia profonda questa verità. ‘Non abbiamo un altro posto deve andare, questa è casa nostra’.

Masafer Yatta è una piccola regione di pietre e solitudine poco a Sud da Hebron. In diciannove minuscoli villaggi vivono tremila persone. Contadini di terre riarse e pastori di capre. Masafer, secondo una interpretazione, potrebbe significare ‘niente’. Nessuno potrebbe vivere in questa terra inospitale. Eppure queste piccole comunità sono qui da decenni e decenni. Leggo che Masafer era già presente, un secolo fa, nelle carte turche. A dispetto della violenza dei coloni e dei soldati dell’esercito israeliano. Nel 2022, la Corte Suprema israeliana ha deciso che queste colline debbano essere un campo di addestramento militare, la Firing Zone 918. E per questo i palestinesi devono andarsene, lasciare le loro case. Ne fu felice Itamar Ben-Gvir, ex-ministro del governo israeliano, leader di Potere ebraico, partito della destra estrema. Leggo che vive in un insediamento a Sud di Hebron, non deve essere lontano da Masafer Yatta.

In questo villaggio di baracche di lamiera, gelido in inverno e rovente in estate, Nasser ha messo su un precario distributore di benzina. Nasser da sempre ha cercato di difendere il suo villaggio. E, negli anni, ha subito diversi arresti da parte israeliana. Suo figlio, Basel Adra, aveva cinque anni quando l’esercito fece irruzione, di notte, nel villaggio e nella sua casa: il padre finì una prima volta in prigione. Basel aveva sette anni quando prese parte alla sua prima protesta contro l’occupazione. Basel custodisce la sua memoria: ha poco più di venti anni quando decide la sua forma di resistenza. Armato solo di una videocamera comincia a filmare, con grande coraggio, ogni violenza commessa dall’esercito israeliano e dai coloni. Exist is to resist, dicono spesso i palestinesi. È per questo che molti in Israele (e ora negli Stati Uniti) vogliono che scompaiano, che se ne vadano, che lascino le loro terra. Che smettano di esistere. Ma Basel, nonostante una vita senza reali speranze, non se ne va. Anzi, trova un amico e un complice. L’amico più inatteso: un giovane israeliano, Yuval Abraham, un coetaneo, un giornalista. Schierato dalla sua parte, contro il suo governo. Un ragazzo che si è rifiutato di entrare nei servizi segreti israeliani che volevano arruolarlo perché parla l’arabo. Basel e Yuval decidono di documentare tutto quello che accade a Masafer Yatta, affrontano i soldati e i coloni, scappano con il fiato impazzito, cadono, si rialzano, e non mollano la videocamera. Sfidano i fucili e i bastoni dei soldati, la ferocia dei coloni. Assistono alla distruzione delle loro case, filmano le ruspe che sventrano le baracche, i soldati che seppelliscono i polli dei palestinesi sotto le rovine, rubano gli asini e l’unica mucca del villaggio, chiudono l’acqua, sequestrano con violenza i generatori di corrente. Un uomo, Harun Abu Aram, cerca di impedirne il furto, un soldato spara e Harun rimane tetraplegico  (https://www.972mag.com/al-rakiz-shooting-israeli-army/). Sopravviverà due anni prima di morire. La madre lo assisterà al riparo di una grotta: la loro casa è stata rasa al suolo.

Basel comincia a girare i suoi video nel 2019: ‘Quando è iniziata la nostra fine’. Le discussioni con Yuval sono infinite. Il giornalista ebreo viene quasi ogni giorno, affronta la diffidenza degli abitanti del villaggio, protesta contro i soldati. Nasce un’amicizia vera. Che nasconde e non nega la diversità. Yuval ogni sera può tornare a casa, Basel non può muoversi. I due ragazzi riescono a raccogliere quanto hanno filmato in quattro anni, altri due giovani, Hamdan Ballal, coetaneo di Basel, e la regista israeliana Rachel Szor, collaborano alla creazione e al montaggio del film. Basel è convinto che la sua resistenza deve essere pacifica, vuole, con ostinazione, far sapere al mondo quello che accade nelle colline di Hebron. No other land si fa faticosamente strada nei cinema europei. Le proiezioni a Firenze, al cinema Spazio Alfieri, sono affollate. Più difficile entrare nel mercato statunitense benché il film sia entrato nella cinquina degli Oscar come documentario.

Il film vince premi al Festiva di Berlino, Yuval, sul palco, dirà: “Siamo qui ora di fronte a voi, io e Basel, e abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo considerati uguali. A differenza di Basel, io non vivo sotto una legge militare. Viviamo a trenta minuti di distanza, ma io ho diritto di voto, Basel no. Sono libero di muovermi dove voglio in questa terra, mentre Basel, come milioni di palestinesi, è bloccato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid, questa ingiustizia deve finire”.

Yuval pagherà queste parole, riceverà minacce, è stato costretto a rimandare il suo rientro in Israele. I suoi genitori, leggo, hanno dovuto cambiare casa. Il sindaco di Berlino e la ministra della cultura tedesca lo accuseranno di antisemitismo. Lui replicherà: ‘I miei genitori sono sopravvissuti all’Olocausto, venire accusato in Germania di antisemitismo solo per chiedere un cessate il fuoco è scandaloso’. Leggo che, dopo la nomination agli Oscar, gli attacchi dei coloni a Masafer Yatta si sono intensificati: vogliono far pagare a Basel la sua resistenza, l’attaccamento al suo villaggio.

La storia dolorosa delle demolizioni delle case e dell’occupazione israeliana mette in evidenza la grande qualità del film. È bene dire che questo è un documentario montato con maestria e tensione. Coraggiosi i ragazzi con la videocamera e i cellulari in mano. Le loro immagini sono disturbanti, a volte perfino fastidiose, ripetitive, impressionanti: sono la realtà quotidiana in terra di Palestina. Questo film ci fa essere parte, chi impugna una semplice telecamera da quattro soldi riesce a donarci i suoi occhi, la sua paura, la sua ansia: scappiamo assieme a lui, cerchiamo di non inciampare nelle pietre, ci viene il fiatone, cadiamo, ci rialziamo, assistiamo con un dolore indicibile alla distruzione della scuola del villaggio, viviamo nelle grotte, ci sediamo accanto alla madre che accudisce il figlio paralizzato da un proiettile israeliano. Solo che noi siamo seduti in una rassicurante sala cinematografica, e invece questa è la realtà di ogni giorno in Palestina. Ben pochi possono vederla, conoscerla, è oscurata dalla guerra, dalla violenza, dalle bombe di Israele, dalla tracotanza cattiva dei soldati di Tsahal, l’esercito israeliano, dalla follia cupa e feroce di Hamas e la sua scenografia oscene del rilascio degli ostaggi. Basel e Yuval, come i giornalisti palestinesi a Gaza, ci fanno toccare con mano quanto accade nella loro terra.

I titoli di coda ci spiegano che Basel, prima da solo, e poi assieme a Yuval ha cominciato a documentare la distruzione dei villaggi di Masafer Yatta nel 2019. Le ultime riprese sono dell’ottobre del 2023. Pochi giorni dopo la carneficina del 7 ottobre compiuta da Hamas e della devastazione di Gaza. Il film è stato montato nei giorni della prigionia degli ostaggi e della guerra a Gaza.

No other land ci riporta alle radici del conflitto, alla storia infinita di ingiustizie crudeli. Cercate di vedere e rivedere l’inizio del film: Basel è alla guida di un’auto, è notte, l’esercito ha circondato il suo villaggio, suo padre grida nel cellulare: ‘Dove sei?’. Basel si ferma a ridosso dei soldati israeliani e guarda. Noi guardiamo con lui, in silenzio, ma, per assurdo che possa apparire, non ci sentiamo impotenti perché Basel non si sente impotente. Può raccontare, può ricordare, può avere un amico israeliano e fare un film assieme a lui. Può arrivare agli Oscar. Lo credevate possibile? Ha ragione Gad Lerner: ‘No other land è un film potente, bellissimo, ci trasmette una speranza’. A volte l’impossibile può accadere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Masafer Yatta è un’area costituita da una ventina di villaggi, caratterizzata da un ambiente prevalentemente agricolo, in cui alcune case sono state demolite anche dodici volte dall’esercito israeliano. A queste provocazioni, però, gli abitanti nonNessun rispondono con la violenza. Ricostruiscono. Sistemano gli impianti elettrici, spolverano i materassi e tornano a vivere nelle macerie o nelle grotte vicine, nell’attesa di concludere i lavori.

 

“Mi addolora vedere come, dopo aver colpito la maggior parte della mia famiglia nell’Olocausto, la parola ‘antisemitismo’ si svuoti di significato per mettere a tacere i critici dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e legittimare la violenza contro i palestinesi”, ha sottolineato Abraham su X dopo l’accaduto. “Da israeliano di sinistra, mi sento in pericolo e persona non gradita a Berlino

 

All’inizio del 2021 Hourani e altre centinaia di palestinesi avevano organizzato una marcia per chiedere verità e giustizia per Harun Abu Aram, ucciso dall’esercito israeliano per aver tentato di evitare il furto di un generatore elettrico da parte delle forze dell’esercito israeliano. Abu Aram è stato colpito da una pallottola in testa mentre si trovava nella sua casa ad Al-Rakeez, villaggio palestinese alle pendici delle colline di Masafer Yatta, nell’area C della Cisgiordania occupata, sottoposta al completo controllo militare e amministrativo israeliano e regolata da circa 2.500 ordini militari che condizionano quasi ogni aspetto della vita dei palestinesi.

 

il numero complessivo di palestinesi incarcerati da Israele e classificati come «prigionieri di sicurezza» era di 5.192, di cui circa 1.319 in detenzione amministrativa, ovvero senza accuse formali e possibilità di difesa. A luglio 2024, il numero di palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane è salito a 9.623, di cui 4.781 detenuti senza processo.

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