Lexikon 80

Dietro a un armadio. Stava in camera da letto. Invisibile. Non sapevo che in quell’angolo potesse esserci qualcosa. Era lì, nella casa che si stava chiudendo. Nella casa che svanisce. Non era una casa qualsiasi. Qui è nata una bambina. Qui sono morti un uomo e una donna. É una casa importante, questa.
Guardo le chiazze bianche sulle pareti. I quadri sono stati tolti la notte stessa della morte di Giorgio. Dovrei fare una foto. É la prova della sporcizia dell’aria. Sembra che qualcuno sia passato con uno spray e abbia usato delle maschere rettangolari. Sono le geometrie di una dismissione. Sfioro con le mani una parete. Come a cercare un rilievo, una differenza fra gli sbaffi anneriti e la macchia più chiara. Le mie dita non sono abbastanza sensibili e non la trovano.
Ma questa storia, la storia di una fine, non vuole avere malinconie. Perché dietro all’armadio, dimenticata da anni e anni, appare la Lexikon 80. E questa macchina di ferro, color Olivetti, pesante quasi quindici chili, dall’aria polverosa, dà un senso strano al racconto. La sollevo con qualche sforzo. La metto su un tavolo. Alcuni tasti sono bloccati, incastrati da un sudiciume viscido. Da quanti anni nessuno batte più su questi tasti? La macchina è un frammento superstite dell’ufficio di Giorgio? Non so niente di lei. Semplicemente accarezzo la sua pelle di ferro. Faccio ta-ca-tàc con i tasti che rispondono alla spinta dei miei indici. Avverto la fatica dello scrivere. La ritrovo. Mac me lo aveva fatto dimenticare.
La Lexikon ha avuto un destino curioso e glorioso. Quando nacque, nel 1948, aveva un nome leggermente diverso: una C al posto della K, Lexicon 80. Raccontano che fu Adriano Olivetti in persona a decidere di correggere quell’atto di nascita: lexikon è una parola greca che significa ‘’Libro delle parole’, dizionario, insomma. O meglio: Lessico. Magari Natalia Ginzburg, dieci anni dopo, ha ‘copiato’ quel nome per il titolo del suo libro più famoso. Del resto, Natalia era la sorella della moglie di Olivetti. E fu Adriano a decidere di evitare al suo prodotto migliore la curiosità di una fiera. Come se non fosse niente, si limitò a presentarla, nel marzo del 1949, ai rivenditori. Era stato un designer italiano, Marcello Nizzoli, a disegnarla. Trovo tracce esili di quest’uomo. Mi sorprende sapere che è nato nel 1887. Stava a Ivrea almeno dal 1936. Aveva già 62 anni quando progettò questa nuova macchina dalle curve quasi sensuali. La Lexikon 80 ha le linee generose dei fianchi di una donna. Era figlia di una tecnologia moderna: per la prima volta i suoi tasti sono coperti da un guscio metallico. Scopro che è esposta, fin dai giorni della sua apparizione sul mercato, al MoMA, il Museum of Modern Art di New York, fa parte, assieme alla sua sorella più piccola e maneggevole, la Lettera22, della collezione permanente del museo.
Per la prima volta una macchina da scrivere divenne un ‘oggetto di stile’. Nizzoli era più interessato alla forma di questi oggetti, i meccanismi meccanici che permettono di scrivere sono nascosti dentro l’eleganza di un coperchio di metallo arrotondato. Non gli interessava sapere come potessero funzionare. Aveva a cuore la bellezza. La parte meccanica fu opera di Giuseppe Beggio, l’ingegnere che fu direttore tecnico dell’Olivetti. La Lexicon 80 aveva 45 tasti, per 90 segni. Li sfioro con le dita, mi sorprendo dell’assenza dello Zero (0): a quei tempi, in italiano, si usava la lettera O per indicarlo. Questa macchina provocò la nascita delle scuole di dattilografia e della figura professionale delle ‘segretarie’.
Non se sia vero, ma dicono che Adriano Olivetti non sapesse scrivere a macchina. La produzione della Lexicon 80 cessa nel 1968. Finisce un mondo. In poco meno di venti anni ne sono stati venduti 780mila esemplari. Devo pensare che Giorgio abbia comprato questa macchina da scrivere negli anni ’50. L’architetto Nizzoli muore nel 1969.
La Lexikon 80 ha una folta fotogallery delle sue glorie. Mi piace pensare che Gabo, Gabriel Garcia Márquez, abbia scritto, con questa macchina, pagine di ‘Cent’anni di solitudine’. Sarà un amuleto per aspirare al Nobel? E vincerlo? Bob Dylan avrà scritto ‘Blowin’ in the wind’ con la sua Lexikon?
Poi scopro, nell’immensità del web, una ragazza che, a 17 anni, ha scritto un libro sulla storia di questa macchina da scrivere. Maria Palombella vive a Molfetta, non lontano da dove ho casa, deve essere un prodigio: leggo che, grazie a questo libro (non è in vendita, bisogna richiederlo, lo sto cercando), è stata invitata alla Tate Gallery, a Palazzo Chigi, all’università di Cambridge. Devo conoscerla: nella sua biografia di adolescente ha già scritto sul riciclaggio dei rifiuti in Giappone (non ci posso credere, a 13 anni) e un saggio, pubblicato da Giuffré (!), sull’articolo 9 della Costituzione, la norma che vuole proteggere il patrimonio culturale e ambientale italiano.
Hernan Casciari è uno scrittore argentino, direttore della magica rivista Orsai (Orsai è uno slang porteño, sta, più o meno, per: ‘Non sei stato convocato, nemmeno per andare in panchina). Una notte, a Barcellona, dove allora Hernan viveva, trovò, gettata in un cumulo di rifiuti, una Lexikon 80 ‘flamante y pesada’. Fu un lampo: ‘la macchina da scrivere è, fra le cose che non respirano, ciò che più amo in questo mondo’. E la Lexikon di Olivetti lo riconduce alla sua infanzia: Hernan si svegliava e seguiva, incantato, el ta-ca-tac che arrivava dalla cucina. ‘Quando avevo quattro anni non c’era meraviglia più grande che guardare mio padre seduto di fronte alla sua Lexikon mentre stava scrivendo le sue lettere alla Direzione Generale delle Tasse’. Mercedes, la moglie di Hernan, vide gli occhi felici del marito mentre poggiava l’immensa macchina da scrivere sul tavolo di cucina. Capì. E la sistemò in un posto d’onore della casa.
Devo molto a Giorgio, solo ora me ne rendo conto. Sono sempre in ritardo. Questa volta prendo la macchina con due mani. La trasporto. Sono maldestro. L’afferro per l’asta del carrello. È come tenere un animale per le orecchie. Non vorrei farle male. L’appoggio nuovamente per terra e poi la porto sulle mie braccia. Forse come una vecchia sposa. O, ancora forse, come una signora che non riesce più camminare. Merita un posto in macchina. Non il buio di bagagliaio. La portai a casa non sapendo dove potessi metterla. Eravamo già nel tempo dei computer.
Ho avuto anche un pensiero da mercante. Controllo sul web, tradisco subito la macchina. É in vendita a cento euro. Ma io non ho capacità commerciali, niente di etico, semplicemente un cattivo rapporto con i soldi. La Lexicon era arrivata a San Casciano, nella casa di Mucciana. Non ebbe, e ne chiedo scusa, un posto d’onore. Ma fu compagna immobile e silenziosa della Lettera 22 che, per anni, al contrario, non ha fatto altro che viaggiare. Ho scritto decine di articoli seduto su una panchina o su uno scalino di pietra. Forse pensavo di essere Montanelli. La Lexicon 80 non ha mai mostrato gelosia per la piccola sorella, ma nessuno conosce davvero i suoi pensieri. Mi riportava con i piedi per terra, mi avvertiva dei rischi della superbia.
È che la lettera 22 è scomparsa, non la trovo più. Come è possibile?
La Lexicon fu una felice distrazione nel giorno malinconico e irrimediabile in cui stavamo smontando la casa di Giorgio. Non so che fine abbiano fatto – e temo di saperlo – le antiche diapositive, gli accessori per il trapano, la collezione delle pipe. Cosa rimane di una vita? Le macchie rettangolare dei fantasmi dei quadri? Loro sono già nel portabagagli dell’auto parcheggiata fuori della casa. Nell’armadio ci sono anche scarpe spaiate e camicie troppo grandi per me.
La Lexikon 80 è ingombrante, sinuosa, bellissima. Mi accorgo che il tasto A non funziona. Penso che Soledad, la moglie di Giorgio, l’ha conservata per almeno 25 anni. Non so come sia riuscita a poggiarla sul ripiano dell’armadio. Credo che si aspettasse che qualcuno cominciasse a scrivere la loro storia. Era paziente, Soledad. Come la Lexikon.
Il mio Mac mi ricorda che ho cominciato questo racconto nel 2013 (probabilmente prima), poi se ne è rimasto sepolto da altri mille file disordinati. Poi la Lexicon 80 è riapparsa in una casa di Matera. E, alla vigilia di Natale del 2024, scopro la collezione di macchine da scrivere dell’albergo Corte San Pietro. Io non voglio gettare quanto non entra più in casa in un cassonetto, vorrei che gli ‘oggetti’ e i libri finissero nelle mani di chi sa cosa farne. Vorrei liberarli dalla mia sindrome di possesso. Marisa e Fernanda, in un giorno di inverno, sono passati a prendere la Lexikon 80. Il loro albergo è il luogo perfetto In cambio, hanno chiesto un racconto sulla macchina: ho ritrovato quel file…

