Cancellara, Lucania/Questa terra è la mia terra
(un racconto apparso su ‘Altreconomia’ mille anni fa. Per una storia che è arrivata fino a questi anni e vuole essere viva)
Una migrazione a rovescio. Dalle pianure bergamasche alle colline della Lucania. Per una nuova vita. Piena di guai e di sogni. Per seminare grani antichi e allevare cavalli.
E’ che se ripenso alla nostra passeggiata-chiacchierata fra le querce di Serra del Carpine mi viene da sorridere. Sono qui a Cancellara, paese di mille e cinquecento abitanti, nel cuore della Lucania, meno di venti chilometri da Potenza, e, con un ex-geometra, migrante di ritorno dalla bergamasca, ostinatamente comunista, parlo di un celebre e quasi dimenticato tipo di grano duro che si chiama ‘senatore Cappelli’. Ricordate le foto in bianco e nero di Benito Mussolini che, a torso nudo, miete fasci di grano più alti di lui? Bene, le spighe Cappelli, selezionate nelle campagne di Foggia attorno al 1915, sono state le protagoniste indiscusse delle ‘battaglie del grano’ degli anni del fascismo. E Raffaele Cappelli, senatore abruzzese, è stato uno dei padri della riforma agraria dei primi del ‘900. Aggiungete a questo dialogo quasi irreale, la bellezza del paesaggio: colline a perdita d’occhio, Lucania verdissima, pascoli e campi che ondeggiano, a ottocento metri di quota, in valli improvvise, reticoli contorti di strade poderali tagliano le campagne. È una geografia quasi irlandese. Con in più le case di Cancellara aggrovigliate attorno a un campanile e alla mole di un castello abbandonato.
Mariano Iannielo, 60 anni, barba brizzolata, occhi sorridenti, carattere tumultuoso, è l’ex-geometra: il suo sguardo indaga sui campi seminati a grano e la sua mano indica macchie differenti di verde:’Ecco, vedi laggiù dove le piantine sono già alte? Guarda il colore: è verde scuro. E’ la prova che il grano è stato fertilizzato con il nitrato, con la chimica’. Già, in fondo sono venuto fino a questo paese per parlare con chi, lasciata, anni fa, la pianura Padana, vuole vivere di grano e agricoltura nel profondo Sud d’Italia.
Andiamo con ordine. Questa è una storia lunga, lenta e bella. Mariano è nato a Cancellara. Nel 1946. Ma a quattro anni segue già il padre, medico condotto, fra le nebbie di Mornico sul Serio, piana padana a un passo dalle Prealpi bergamasche. Gabriella Pizzariello, 56 anni, sua moglie, è anche lei una migrante: figlia di partigiani (suo padre si chiamava Libero Pensiero), a cinque anni è costretta a lasciare la sua Istria. Anche lei arriva nella bergamasca. Mariano e Gabriella si conoscono, quarant’anni fa, sui pulman della scuola. Lui diventerà geometra, lei insegnante. Testimone delle loro nozze è un vecchio comandante partigiano. I figli si chiameranno Emiliano ed Anita. Forte è l’impegno politico: lui fa il segretario del Pci, lei dei Giovani Comunisti. Fanno entrambi i consiglieri comunali. Per quattro anni, dal 1986 al 1990, si trovano a gestire la Casa del Popolo di Romano Lombardo. Mariano ha un perfetto accento bergamasco, ma non dimentica Cancellara: appena ci sono giorni liberi, lui e Gabriella scendono al paese. La famiglia Ianniello ha una storia qui: in altri tempi, hanno sfidato l’arroganza dei borboni, hanno terre, 140 ettari dove due mezzadri seminano grano e foraggi. Ci sono piccole mandrie di bovini. Una zia di Mariano guida la vecchia azienda agricola.
Incroci del destino: la zia muore nel 1990 e il Nord leghista non piace più tanto a Mariano e Gabriella. Hanno lasciato la Casa del Popolo. Al paese, al Sud, c’è una bella e antica casa dal portale in pietra, ci sono quelle colline, c’è la terra. E allora ecco che un geometra e un’insegnante, digiuni di agricoltura, con due figli ancora piccoli, saltano su una vecchia Renault 4 bianca e fanno un viaggio di mille e cinquecento chilometri fino a Cancellara. Non è più una vacanza: è un trasloco, una migrazione a rovescio. ‘In paese ci guardavano come matti – ricorda Mariano – Dovevamo esserlo se avevano lasciato il Nord per tornare al paese’. ‘I primi anni sono stati una festa – dice Gabriella – ci sentivamo esploratori di nuovi territori. Abbiamo cercato di imparare a fare i contadini e di capire un mondo. Ci interessava il grano, le vacche, la terra’. Mariano crea una cooperativa con i mezzadri della sua azienda. Ma, davvero, non è stato facile: la produzione di grano crolla, cominciano i conflitti con un parente che avanza pretese sui terreni, ci sono tensioni, litigi, minacce. Una brutta notte, otto anni fa, qualcuno ruba le vacche di Mariano e Gabriella. E’un segnale fin troppo chiaro: ‘Andatevene da qui, se non volete fare una brutta fine’. ‘Da queste parti il furto del bestiame vuol dire condannare chi lo subisce alla fame. Vuol dire morte – mi racconta Gabriella mentre cucina la pasta fatta con il suo grano – Ecco, credo che proprio allora decidemmo davvero di rimanere qui. Capimmo che questa era la nostra terra, qui volevamo creare qualcosa che avesse un senso’.
Storia lenta e preziosa. Fare il contadino non è mai facile. Non ci sono solo le annate storte e le malattie che ti mandano a rotoli un raccolto. Ci sono burocrazie, impigli di ogni genere, guai con i soldi che non sono mai abbastanza. E un mercato povero: il prezzo del grano si è dimezzato in pochi anni. I contadini sono l’anello debole della catena del cibo: il loro lavoro è sottopagato, malconosciuto. ‘Volevamo fare produzioni biologiche’, dice Mariano. Che si mette a cercare vecchi semi ormai dimenticati. E’ così che un comunista si imbatte nel grano ‘senatore Cappelli’, un tempo diffuso in Lucania. E lui prova a seminarlo nuovamente: ottima pianta, indenne da mutazioni genetiche. Con un difetto: cresce altissimo e le piogge di tarda primavera possono ‘stenderlo’ senza rimedio. Ci vuole un certo coraggio a seminare questo grano. Mariano sta cercando anche di andare oltre: semina Saragolla, grano di orgine egizia approdato in Abruzzo mille e seicento anni fa. Un grano duro, vitreo, color dell’ambra, quasi del tutto scomparso dall’Italia. ‘E’ pensare che è di grande digeribilità e ottimo per chi soffre di intolleranze’, mi spiega Gabriella. Ma è impresa dai nervi saldi trovare chi trasforma questi prodotti con le regole dell’agricoltura biologica: per macinare il farro bisogna andare fino a Teramo (quattrocento chilometri), più semplice lavorare il grano duro (c’è un mulino a Potenza), mentre per le paste integrali e aromatizzate è necessario salire fino alle campagne romane. C’è poi un mercato da creare: a chi vendere la pasta di Cancellara, terra lontanissima? Gabriella scopre, su internet, le rete dei Gas. Si imbatte nel leggendario Gas brianzolo delle Perle ai Porci (hanno sede all’Arci di Arcore!). Scopre i Gasp di Luca e Lino (non indago di più: con Gabriella bastono i nomi). Intesse una rete di piccoli baratti: ragazzi scendono dalla Brianza e, in cambio dell’ospitalità, mettono a punto (con lentezza) il sito internet dell’azienda (a proposito: ora si chiama BioAgriSalute ed è intestata ad Emiliano, il figlio di Mariano e Gabriella). Le piccole ferie del commercio equo e del biologico sono microsucessi per l’azienda di Cancellara. Un tecnico forestale fa il piano di taglio del bosco in cambio di un chilo di pane a settimana per un anno. Economia dello scambio. Economia di amicizie, belle e sfrontate. Ci si vive? Con duecento quintali di grano e cinquanta di farro? ‘Sì, con molta fatica – dice Gabriella – Io ho una pensione, ci sono i contributi europei, ma abbiamo bisogno di certezze e di continuità. Per questo vorremmo creare un centro agrituristico’.
Ma, ancora una volta, il paradiso non esiste. Nemmeno a Cancellara. Mariano e Gabriella vogliono trasformare i loro prodotti. ‘Non c’è reddito sufficiente a vendere semplicemente il grano e le spese di trasformazione azzerano i nostri bilanci’, avverte Mariano. Per questo vogliono creare piccoli laboratori per lavorare il grano, la frutta, gli ortaggi. Vogliono restaurare vecchi cascinali per fare ospitalità. Sognano, chissà perché, un campo di tiro con l’arco e storie di cavalli (hanno una piccola mandria di aveglinesi dalla bella criniera bionda). Progetto grande: ci vuole quasi un milione di euro. Sono testardi, Mariano e Gabriella: convincono, con anni di fatiche e ritardi, Sviluppo Italia, agenzia nazionale per lo sviluppo delle piccole imprese, a finanziare il sogno. Ma non trovano i prestiti di Banca Etica per avviare i lavori (ed è una grande delusione). Altre banche locali sembrano più disponibili. In un anno e mezzo Mariano e Gabriella sperano che la vecchia azienda di famiglia abbia un nuovo volto e una nuova economia.
Non so. Auguri grandi a Mariano e Gabriella. Fortunati saranno chi sarà loro ospite nella vecchia casa che guarda in faccia l’antico castello di Cancellara (ci sono camere e buona cucina per chi voglia venire qualche giorno da queste parti). Accoglienza allegra e felice. Palazzo facile da trovare: vi sventola sopra una bandiera della pace (a fianco della targa stradale dedicata a Vittorio Emanuele III°). Mariano, ostinato e infaticabile, mi guida, a notte, per il groviglio di vicoli del paese. Si perde anche lui, non trova la casa che voleva farmi vedere. Ma davvero si può sognare un altro mondo a Cancellara? Il grano è già alto nei campi, la cavalla sta per partorire, i puledri seguono come cuccioli le loro madri. Ci sono momenti perfetti in questa terra. C’è spazio per i sogni.


