Kerala/Verso oriente

Non è una delle mie rotte. Sono andato quasi sempre a Sud. Spesso controvoglia, ma passavo per esperto e in fondo mi ero rifugiato a Sud per non affrontare i miei desideri. Ho voluto bene a questo Sud di deserti e altopiani. Ma io avrei imboccato la strada dell’Ovest, saltare il charco. Non ne ho avuto il coraggio. Fuggivo da una possibile felicità.
Ora sono in volo verso Oriente. Senza saperne quasi niente. Sì, c’è stato un viaggio in Giappone, uno del Borneo Malese e un andare giovanile all’isola di Komodo. Gli alibi erano i varani (bellissimi e freddi), Sandokan (un bel viaggio, aprire e chiudere i conti con un pirata, goderne le avventure) e infine le antiche ragazze Visual-Key in quel parco di Tokyo e le loro maschere da un ‘900 che non voleva diventare nuovo millennio.
Mai stato in India. Persi le occasioni degli anni ’70. Quando Federico, Vittorio, Marco e mille altri attrezzavano un Ford Transit e imboccavano le strade che portavano a Goa, con lunghe disgressioni in Afghanistan, ‘il più bel paese del mondo’, ad ascoltare le loro testimonianze. Non ho seguito nemmeno le saggezze di Andrea e Antonio che ne scrivevano. Io volevo andare dalla parte opposta, e due volte ci sono riuscito perché ho cancellato ogni pensiero. Pensavo che la spiritualità non fosse nella mia pelle.
Ero sono davvero in volo per l’India. Con hostess dal berretto rosso e un velo bianco di lato. Le labbra scarlatte e denti bianchissimi. E un trucco accattivante. Non riuscirei nemmeno a toccarle. Una di loro mi dice: ‘Posso aiutarla?’. E io rispondo: ‘Non lo so’.
L’aereo è come un autobus. Oggi negli aeroporti non ti confronti più con uomini o donne, ma con macchine e io avverto il panico salire quando devo scannerizzare un passaporto, guardare dentro un obiettivo, cercare un check-in dentro il cellulare. Come le Visual-Key sono antico, balbettante, stupito. Le ore passano in fretta. Fingo di leggere. Faccio l’elenco di quanto non ho fatto. Guardo film. Due. Mi piace molto un film islandese: ‘Touch’, perché scatta una immedesimazione, ha lasciato andare una felicità e alla fine della tua vita vorresti riviverla, avere un’altra possibilità, premere il tasto ‘rewind’. Come è bella Miko. Può accadere di nuovo?
Passa tutto in fretta. Anche Dubai. Dove ti prende lo sconforto. Non ce la possiamo fare. Palme d’oro, palme fasulle, balconi, chilometri di lusso, operai indiani, sri-lankesi, arabi. Gente con pelle scura. Dove vanno tutti che è mezzanotte? Che ci fanno due, con l’aria da altoatesini, e gli sci sotto braccio? Ce la possiamo fare. Smarrisco la carta di imbarco. Ora sono le due e cinquanta. Basta fare un patto: ok, a voi piace così, noi possiamo fare altro? Poi c’è una donna, magrissima, è Maude, cappellino di paglia con fiore rosso che si muove diqua-e-dilà, maglietta da gondoliere veneziano, pantaloni rossi attillati su gambe stecchino da denti. Età: sugli ottanta? Cammina fischiettando spingendo un carello. Basta lei a fare vacillare tutto il palcoscenico di cartone.
Altro aereo, altri cibi, peraltro eccellenti. Riempire moduli, ritrovare il visto, dov’è il visto? Guardare il passo delle hostess che sembrano un avatar apparso in Blade Runner. Peccato che fosse ambientato nel 2019.
Ora ti fanno vedere anche l’atterraggio, hai gli occhi del pilota, planata come libellula. Hai visto di cosa sei capace uomo? Di portare in cielo questo pachiderma e poi farlo atterrare con leggerezza.
L’aeroporto di Cochi va a energia solare. Un campo sterminato di pannelli. La coda per gli e-visa avanza così: sei coppie di poltrone davanti al gabbiotto dei doganieri. Avanziamo seduti. Un movimento di inpiedi-seduti, con dietro bagagli a mano. Anziani occidentali che vanno in cliniche ayurvediche, coppie con figli bellissimi, un tempo avresti detto cooperanti, oggi è più probabile che siamo perfetti informatici.
Nemmeno un intoppo.
Come è possibile che non abbia addosso un’adrenalina, un battito di cuore, uno sbattere di ciglia. Niente. Remo mi aveva scritto: ‘È tanta roba’. Sono qui, nemmeno le impronte digitali mi chiedono, nessuno mi fila. Solo i cambiavaluta vorrebbero afferrarmi, ma stanno a distanza di sicurezza.
Ed M. è ad aspettarci là fuori. 33 gradi. Non occorre nemmeno cercarcisi. Cielo di foschia, si guida a sinistra e le auto e le moto sembrano venirti addosso. I primi passi a Cochin sono così: dov’è Cochin?
Riso bianco e tondo arrotolato su stesso, altri cibi indefinibili, zuppa di ceci e ocra, pane in filamenti, banane bollite, un frutto latinoamericano come lo ‘zapote’ che cresce nel parco dei frati, sfugge alle loro capre. Buono e dolce. L’albero della noce moscata. Ecco, sono in un’altra enciclopedia.
Sonno profondo, caldo come coperta, aria condizionata, i giovani frati, allegri e pronti a dire la loro prima messa.
È che la gente che conosco viene qua per Amma, per la spiritualità, per i templi induisti, per i resort ayurvedici e questo mondo parallelo, privo di esotismo, non lo vede. Sant’Antonio, potrei giurarlo, ha gli occhi truccati ed è pallido, ma ti fa ritrovare le chiavi della macchina. Qui ci sono cristiani orientali e comunisti asiatici che vincono le elezioni dal 1957 a oggi. A notte giriamo per una geografia di chiese ai confini della foresta, chiese di marzapane, chiese cattoliche, ortodosse, anglicane, scuole irlandesi e scuole della San Vincenzo. Cappelle come torri quasi a ogni incrocio. Gli uomini che si godono l’ora della prima sera e non so che sogni hanno. O, forse, lo so benissimo. Come si racconta la normalità?
La normalità in India? Anzi, nel Kerala dove si parla il Malayalam. Che, ad ascoltarlo, sembra una sola parola, pronunciata ad alta voce, che scorre nei titoli di testa.
(domenica, 17 febbraio)

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