Andrea Semplici
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Kerala/La montagna del cardamomo

La foresta del cardamomo

Salita alla montagna. Mi faccio dettare le lettere, non posso star dietro agli scioglingua del Malayan. Non staccano le parole, è come se leggessero in fretta un’unica parola. Non è possibile nemmeno riprodurne il suono. Andiamo fuori rotta. Lasciamo da parte templi e ayuverdica. Voltiamo le spalle perfino all’oceano. Saliamo alla montagna per scoprire le piante del pepe e un ragazzo che si arrampica sul bambù per cogliere un granello dopo l’altro. Pepe nero. Colazione con riso e verdure in casa di Tom e Rina, che oscillano festosamente la testa. Ho provato a farlo anch’io, ma non riesco. Loro sembrano un bamboline che fanno-no-no-no. Ed invece è sì. Lo so, dico banalità, ma alla prima volta è come essere un bambino che scopre un mondo nuovo.

Mi addormento in macchina. Mi piace molto lasciarmi dondolare. La strada sale. Si restringe, sembra sempre di andare a sbattere contro un tuc-tuc che viene in senso contrario. La vegetazione diventa foresta. All’ombra coltivano caffè, cardamomo, noce moscata. Il pepe si arrampica sul tronco di alberi altissimi.

Geografia cristiana. O forse M. vuole mostrarci la diffusione del cristianesimo. Chiese ortodosse, chiese cattoliche, chiese anglicane. Ai confini delle foreste. Le case quasi non riescono a diventare paese: sono costruite lungo una linea e non ce n’è una uguale all’altra. Come se tutti, ricchi e poveri, volessero dimostrare una differenza. Case ai bordi di una strada-sentiero, non riescono a diventare villaggio, stanno in fila. Con simboli cristiani ben in vista.

Quattro ore salire, tornante dopo tornante, fino a Kattappana. Il malayan adora le doppie.  Martedì, giorno di Sant’Antonio, in una periferia di montagna. Mille uomini e donne. Un frate al microfono. Braccia che danzano. Corpi seduti per terra. Le donne indossano sari, solo qualche ragazza ha spolverini color azzurrocielonotte. Messa infinita. Gli uomini hanno camicie bianche e il mundu annodato in vita. Spuntano gambe secche. Mi tolgo le scarpe, cammino sui sassolini e sistemo una ghirlanda di fiori finti ad Antonio. Una donna mi guarda e fa un cenno di assenso. Acqua, sale, limone e cardamomo. I frati vogliono costruire un piccolo convento. Sono quattro, giovani, allegri. I fedeli lasciano bigliettini sulla statua del Santo. A centinaia avvicinano i frati per essere benedetti. Mi colpiscono i capelli verso l’alto di un giovane frate. L’acqua appare sacra e purificatrice in ogni religione. Gocce d’acqua sulla testa, sulle mani, sugli occhi. Spruzzi che si aspettano a occhi chiusi. Si sussurra nell’orecchie del frate. Per chiedere una grazia, confessare una necessità, avere incoraggiamento. I frati poggiano la loro mano sulla testa e ascoltano. Lo faranno quattro volte oggi.

A sera scherzeranno fra di loro: alla mia messa c’erano più persone che alla tua.

Si cucina in immense pentole. Il riso tondo del Kerala. Dà dipendenza, è superbuono. Verdure colorate e salsa di pomodoro. Cerco i nomi, li dimentico subito dopo. Piatti di metallo. Appena la messa finisce si fa un balzo verso i pentoloni. Le donne anziane hanno più esperienza, e già si erano avvicinate al pentolone. Gli uomini hanno preparato la scenografia, ora poggiano mestoli di cibo sul piatto che riluce sotto un raggio di sole. Si mangia poggiando il piatto su una mensola, su una sedia, su un muretto.

I miei passi sono incerti, gli anni si mostrano con tutta la loro forza.

In cucina c’è una ragazza dal sorriso indiano e un sari giallo. Gli uomini vogliono avere il controllo.

Mi piace perfino il tofu. Deve essere la salsa. E le banane bollite sono una sciccheria.

Il caldo arriva anche nella montagna. Gli alberi si offrono di difenderci.

Racconto senza sbalzi. Sono distratto. Ancora tornanti. La foschia fa impallidire la vallata. Resort. E stay-home. Siamo a Munnar, appaiono gli occidentali. M. ce li indica. Ora siamo in vacanza. Non ho una guida, non una mappa, vivaddio il telefono non ha connessione, non metto la sim indiana, non so dove sono. So che siamo a duemila metri. E ci sono jeep Mahindra trasformare in taxi: jeep-canguro per affrontare stradelli-pietraie. Chrysler, mi dicono, sostiene che hanno copiato il suo modello di jeep. Buffo parlarne davanti a un baracchino dove gli elefanti non hanno voglia di farsi vedere.

M. vuole farci vedere piantagioni di tè e di cardamomo. A Munnar c’è una reliquia di Antonio. Nel 2007 sono arrivate in Kerala e sono state donate a numerose chiese. C’è una cappella-torre con Sant’Antonio. Una moschea prova a dire che c’è anche lei. Con il suo canto e il richiamo del muezzin. Luci al neon, turisti che mangiano kebab. Pasticcerie di cioccolato. Incroci di jeep e tuc-tuc. Sulle bancarelle ci sono le mele. Le mele? Voglio parlare con Marino Niola, non di mele, ma di Sant’Antonio. Pronunciano il suo nome in italiano. Assieme a lui San Tommaso, l’apostolo diffidente, che arrivò alla fine dell’India nell’anno 57 e si fermò sulla sponda di un fiume. E poi San Sebastiano arrivato, raccontano, con il gesuita spagnolo San Francesco Saverio che venne spedito in queste Indie da Ignazio di Loyola.

L’albergo di questa notte è vuoto. Un ragazzo ci porta una cena: riso sempre superbuono, altro riso con verdure, qualcosa che sembra carne e non lo è, pollo in salsa. Non c’è un tavolo in camera. La foresta ha i rumori da foresta. Non c’è silenzio, c’è il buio e le sue voci.

Una radio lontano, una litania più vicina. Una donna appare nella piccola mensa dove sto scrivendo. Ci guardiamo incerti. Lei porta le mani alla bocca e si stringe le labbra e, a piedi nudi, se ne va.

 

(Martedi, 18 febbraio, Munnar)

Un pensiero su “Kerala/La montagna del cardamomo

  • Bella foto, malgrado il tuo bellissimo libro non vivrei in India anche se ci tornerei volentieri

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