Andrea Semplici
AsiaIn evidenzaRaccontiRacconti di viaggio

Kerala/La foresta

Holy river Preyar

Gli uccellini hanno sostituito i grilli notturni.

Vorrei aver il sapere di Gianni e capire al volo le lingue della foresta e del cielo. Vorrei avere la musica sotto la pelle per comprendere quale opera stanno mettendo in scena questa mattina.

Dura poco, beninteso. Il tempo di uscire a piedi nudi sul terrazzo che si affaccia sulla foresta.

I cieli, in questa stagione e in queste latitudini, si impallidiscono. Hanno un’aria stanca. Vorrei (quanti condizionali, io che li detesto) ritrovare le parole che usa Pasolini.

Il rito di queste brevi mattine si svolge nell’andare verso una casa amica. Questa volta K. ci raggiunge con un antico Piaggio, uno scooter. Ha i capelli bianchi, il colore della cioccolata al latte, due baffi altrettanto bianchi. Hanno i denti perfetti da queste parti. Che sia per il cibo piccante?

La famiglia sono l’uomo dello scooter e sua moglie. Settanta anni. M. mi indica, a dire che è la mia età, e io avverto il panico scendere lungo le spalle e installarsi all’altezza del petto. K. ha energie e sicurezze. Un figlio e una figlia con buoni lavori. L’altra figlia, la più giovane, arriva, via videotelefonata – i miracoli di questi anni, noi abbiamo vissuto senza -, da Roma, in un italiano appreso con bravura. È suora, ha meno di trent’anni, filosofa e ora studente di teologia. A un passo dal dottorato. Orgoglio di K. e di sua moglie.

Offrono manioca e riso, salsa speziata e pollo. Succo di ananas. Mi incanta questo cibo. Regalano banane. Squisite.

M. si sdebita dell’accoglienza con una preghiera di fronte all’altare famigliare. Il sacro casalingo è una sorta di raccolta di immagini (la Madonna e Cristo affiancati), di memorabilia, di ritratti scelti in negozi religiosi, di piccoli calici e targhe che ricordano una devozione.

Mi chiedo: gli occidentali vengono qui e si commuovono di fronte ai piccoli templi induisti. Non so niente dell’induismo. Ricordo i profumi, le nenie, i movimenti del teatro, la preghiere sussurrata, il colori dei sari. Ma su queste colline la ritualità è cristiana: provoca lo stesso brivido in noi figli dell’Occidente?

Andiamo a fare i turisti. In un mondo selvatico, addomesticato per produrre qualche emozione agli stranieri (che sono anche quelli del Nord, che si guardano ridendo di fronte ai loro connazionali: a proposito chiedo senza pudore: Ti senti indiano o sei del Kerala? Di fronte all’immensità e differenza di questa terra…La risposta è sospesa e sorpresa: indiano, è un sussurro. Registro nei miei occhi).

Raccolta di lacrime di gomma

Questa foresta a dar retta al web sorge nell’area di Devukulam, siamo sul confine con i Tamil Nadu, a un passo dai duemila metri. La foresta domestica è terra di cardamomo, la giungla selvatica (non so se sia giusto chiamarla così, abbiamo degli stereotipi, alberi altissimi, rampicanti, sottobosco aggrovigliato) comincia più in alto. Nessuno può coltivarci per legge. Qui vive una ‘tribe’. Una delle molte ‘tribe’ dei monti Ghati Occidentali, una linea che disegna la penisola indiana per mille e seicento chilometri. Mi raccontano: sono i Muthuvan, ‘coloro che trasportano sulle loro schiene’. Non posso chiedere: cosa?. Scortecciano gli alberi per vendere la legna (le seghe sono, come nel mondo dei tuareg, inesistenti), raccolgono manioca e noce moscata, caffè e feriscono altri alberi per ricevere la lacrime della gomma. Ne fanno una pasta bianca che poi stendono a seccare come se fossero panni da asciugare. Mi raccontano ancora: non mandano i figli a scuola e sono un clan chiuso. Non rimarrò qui per farmi un’idea. Ma appare un piccolo uomo della foresta, un sorriso beffardo da bradipo, ma è veloce come una faina, due baffetti ben curati e le gambe magrissime, bene, questo piccolo uomo ha un’incertezza nel vederci passare, ma poi alza un braccia e si aggrappa alle sbarre del nostra piccola jeep. Un breve passaggio. Lungo abbastanza per uno scambio di sorrisi.

È fantastica la jeep Mahindra, capace di scavalcare cascate di pietre, arrampicarsi su massi rotondi, scivolare nel greto dei torrenti di roccia, irridere a ostacoli che vorrebbero fermarla. Altro che massaggio ayurvedico per il mio corpo crepato. Guida con esperienza il gordo Johnson. Ci dice che lui ha vissuto nella foresta. Ci porta a vedere la sua antica casa. Povere cose. Lavoratori della gomma. Panni appesi alle cordicelle. Ma c’è sempre l’altare della loro fede. Con uno strombettio arriva la moto-gelataio. Gli occidentali, cioè noi, non ci possono credere. Compriamo il gelato (un fior di latte bianchissimo) ai bambini, il cono è di arancione trasparente. È un momento di felicità.

Non è mica finita: in questa foresta fuori-dal-mondo arriva in tuc-tuc anche un pescivendolo (vorrei vedere Amazon a garantire questo servizio) e una donna scende dalla sua casa per comprarsi un pesce. Che il venditore aveva già preparato, toglie le pinne, pulisce le squame e lo mette in un sacchetto. Il marito della donna ha un chioschetto di cioccolate, tè, spezie e biscotti ai limiti della foresta (quanta gente passerà di qui?). E soprattutto ha miele selvatico conservato in una bottiglia di Coca-cola. Roba preziosa: i muthuvan si arrampicano in cielo su invisibili gradini di bambù per impossessarsi del miele prodotto da api selvagge che si costruiscono le arnie a trenta metri da terra. L’uomo ci offre acqua salata con limone.

Poi riprende la danza Mahindra: saltiamo, sbandiamo, ci contorciamo, sbattiamo. Non posso dire che è uno spasso. Ma mi immagino che lo sia.

Ristorante sciccoso dopo aver atteso gli elefanti che, nell’ora del caldo, si guardano bene dal farsi vedere. Si chiama ‘Forest misty’? Ritroviamo le tribù occidentali: gruppetto un po’ sdegnoso di giovani yankee capaci di discutere sul prezzo della Coca-cola, una numerosa scolaresca con l’aria da scolaresca un po’ scocciata, coppie di attempati (senti chi parla) di turisti nei loro abiti tradizionale, una bella ragazza francese che si spalma una crema sulle gambe che mostra tirandosi su pantaloni. Lo sguardo si impiglia.

Mi piace girare con i frati, se ne sono aggiunti altri due. E si godono il giorno di libertà, che impiegano nell’intento di mostrarci le loro terre. O meglio: la loro versione della loro terra. Ognuno di noi ha una sua versione.

Ridiscendiamo verso la piana del fiume. Il grande fiume, sacro anche questo, una sacralità cristiana (ve l’ho detto, questo è un viaggio sulle tracce di Sant’Antonio), holy river Peryar. Sulle sue sponde, narrano, scelse di fermarsi san Tommaso, che oramai era stato perdonato della sua diffidenza, e scelse di camminare e navigare verso Oriente per raccontare di Cristo alla gente di questa India. Chissà se sapeva che qui erano già arrivati gli ebrei nelle loro fughe perenni.

Il sole tramonta scomparendo nel sipario trasparente di un cielo bianco-latte.

Sarebbero sorpresi se una notte cambiasse scenario e apparisse un’ora blu?

Il sole sta ruzzolando sulla linea spettinata delle palme.

Un piccolo geco comincia i suoi agguati attorno a una lampadina.

(mercoledì 19 febbraio, Angamaly)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.