Andrea Semplici
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I cammini d’Istria.2/Podceč – Pocekaij, il corteo degli scheletri

I cammini hanno il senso di un continuo abbandono. Vorrei rimanere a Podceč. È così bello. Già avverto il senso di un’assenza. Mi innamoro di continuo. Anche di Predrag che ci prepara una colazione allegra. Anche di sua moglie Barbara, che questa mattina non vediamo. Hanno il senso della gentilezza, dell’amicizia che dura un solo momento. Hanno ‘cura’. Marmellate, succo di frutta, caffè, pane tostato, frittata ai carciofi, pomodori con formaggio e fuori la valle sotto il Gran Ciglione istriano.

Dovete sapere: l’idea di questo andare mi è nata un paio di anni fa, ma ho solo messo in giro un desiderio, nient’altro: ‘Si potrebbe…’. Poi niente, ho lasciato andare. Non ho fatto niente. Non ho studiato itinerari, non ho cercato informazioni, mi faccio portare, rimango in silenzio, guardo il mondo che si svela davanti a me. Afferro momenti. Vorrei fare molto di più. Ma forse non lo vorrei, c’è una dolcezza in questo lasciarsi condurre. Le mie ossa non ce la fanno. Adesso le gambe si incroccano, si inchiodano, mi avvertono. Ma io vado, dietro ai passi di Daniela e Carla. Che guardano spesso il cellulare, come vorrei una mappa con le pieghe e il vento che te la strappa di mano. Lo faccio anche io, ma non ho idea di dove stiamo andando. Verso Sud, immagino, lungo la bisettrice, come dice Paolo. Ho i muscoli in rivolta come una piazza. Protestano, urtano, sembrano contorcersi. Fatico a ricomporre lo zaino. Però imparo che Predrag vuol dire ‘carissimo’. Non so come mai finiamo a parlare di Libia. Non voglio andare via da qui.

E invece accade sempre che si vada via.

 

Verso Hrastovlje

Una scala stretta, non c’è spazio a Podceč. Gradini di pietra per lasciare il paese. Il treno e la rupe lo assediano. Sessanta abitanti. Passano settanta treni al giorno, treni merci fra Capodistria e Lubiana. Solo un treno passeggeri. Treno impossibile che sale a circonferenza la rupe del Gran Ciglione. Che a me ricorda il Gran Burrone. Posso prendere il treno?

Piccola chiesa di Sant’Elena. Il cimitero. Leggo i nomi sulle tombe. Tombe familiari: Angela è morta nel 1946, l’ultima sua parente (sorella?), Erminja, l’ha raggiunta nel 2018. Si ritrovano, l’illusione di essere assieme. C’è ancora posto nel cimitero. Un piccolo bassorilievo ricorda Elena.

Il cimitero di Podceč

Un suono lontano. Come le note, un’unica nota, di una ciaramella. Uno strumento a fiato soffiato dal vento? Avrei bisogno di Rino, del Museo della Bora. Ricordatemi di raccontarvi. È un soffio quello che ci accompagna per la discesa a tornanti da Podceč.

Scendiamo nella valle del fiume carsico Rizana per risalire brevemente verso la chiesa fortificata di Hrastovlje. Come è il nome italiano? Cristoglie, vado a vedere su Wikipedia. Una delle chiese più belle dell’Istria. Il custode arriva velocemente. C’è anche una coppia di francesi. Lei ha un’aria bella, mi distraggo. Cerco di aver una sua immagini. Mi addolora dimenticare.

Il custode comincia il suo concerto, segue le parole di un audio e sembra un maestro d’orchestra. Così dice Daniela. Ha ragione. L’uomo ha una bacchetta in mano e deve averla sentita: allarga le braccia come a invocare un coro di violini in attesa del canto. E poi indica con cerchi delle mani ‘la danza macabra’, un corteo interminabile di scheletri. Tutti uguali davanti alla morte. Ricchi e poveri, bambini e storpi, il banchiere, il mercante, il guerriero, perfino una regina e il Papa. Gli scheletri li prendono per mano e li portano in un oltretomba. Dove stanno andando? Le storie di Cristo e della vita delle campagne affrescano ogni parete della piccola cappella. Compro tre cartoline. Saluto il custode. È perso nel suo mondo. Di scheletri e di giustizia.

Il corteo degli scheletri

 

La chiesa fortezza di Hrastovlje

Voglia di un panino.

Fa freddo. Gostline chiuse. Resisto di fronte al banco di un norcino che insacca maiali. I miei ateromi già pregustavano, la mia cardiologa ho fatto un cenno con il dito. Oggi niente cibo, non ci sono né bar, né botteghe nei paesi del Gran Ciglione. A Dol, piccolo paese, intuisco la minaccia, della fame e della fatica. Gli scheletri mi prendono per mano e mi tirano guardando in alto. Bisogna salire. Salire, salire, salire. Il crinale della montagna mi appare lontanissimo. Andiamo. Via ogni pensiero, la mia testa ha queste capacità: oscura ogni allarme, ogni esitazione. C’è da fare ‘una cosa’, facciamola. Dislivello di oltre trecento metri. Pochi? Provate a salire voi. Guardo per terra, scorrono sassi, la salita inganna, le curve imbrogliano. Annunciano la loro fine, ecco, si scollina, invece no. È così per venti volte. Si sale, si sale, si sale. Piero mi spiegò le ragioni della fatica in salita. Un gioco di forze. Non saprei rispiegarvelo. Porto su ossa e zaino, la mia testa di rincarca nel collo, la spalla destra duole. I muscoli delle gambe e delle spalle si graffiano. Quanto dura? Sono appena 507 metri verso il cielo. Solo dopo un’ora e mezza di salita spezza gambe atterriamo su un vasto pianoro di alta quota. Mi accascio al suolo e anche piegare le gambe è da marionetta.

Un canto di uccelli sugli ultimi alberi prima della vetta.

La salita di Dol

 

Freddo da inverno. Cielo che non lascia il velo di piombo, rimane immobile, come un foglio metallico. Non si azzarda a diventare nuvola, sta lì. Lamiera sulla nostra testa. Qualcuno intuisce la nostra fatica e allora ci fa trovare il luogo di un piccolo premio. Una pietra, difesa dal vento, dice che siamo a ‘Veliki gradez’. C’è un libro per lasciare una traccia di sé e perfino un timbro, deve essere un luogo importante. Chiedo a Ai cosa vuol dire: ‘Città grande’, mi risponde baldanzosa. Ehi, ragazza, sei sicura? ‘Hai ragione, grazie per avermi corretto: La Grande Vetta’. Sono imbecille sto parlando con una macchina. Non è una vetta, cara Ai: ma è un altopiano arido, bellissimo con il sole, lunare. Mi ricorda la Murgia, la Bosnia dei pastori.

Lasciare una traccia a Veliki Gradez. Cosa vuol dire Grmača?

L’erba dell’inverno. Color grigio in questa giornata di avventura. Adesso il cammino è piatto, ma il mio corpo ha addosso il dolore della salita e appena mezza mela come pranzo. Per fortuna, come gioco di allegria, c’è un bosco di giovani alberi e fra di loro la pelle lucente di alcune, grandi vacche e tori. E sono buoi muschiati, pelosi, dal pelo chiaro e disordinato. Bellissimi. Come faranno a vedere con tutti quei ciuffi sugli occhi. Chi alleva buoi muschiati in Istria? Ruminano, ma non ci perdono d’occhio.

Apparizioni

Lungo cammino, su un tratturo da altopiano. Deserto. L’Istria ha spazio. Non incontriamo nessuno. Solitudine, freddo.

Paesaggio di doline. Scopro che è parola slovena. Dol significa: valle. Qualche contadino coraggioso azzarda un orto al centro della dolina. Almeno là, nel profondo, è terra senza pietre. Un muretto di pietra cerca di bloccare incursioni di animali verso le insalate.

Incrocio con strade e ferrovie. Un uomo con la motosega: ‘Ciao’. E va verso un albero già a terra.

 

Sfioriamo il paese di Rakitovec. Forse varrebbe la pena. Il cartello dice: ‘Abbiamo poche strade e nessuna e sbagliata. Se vuoi restare, sei il benvenuto’. Cataste di legno e un piccolo campo di calcio. Wiki mi spiega: il suo nome vuol dire ‘acquaviva della vena’. Grande, un altro luogo dove vivere. Paese riparato dalla bora. A occidente c’è una piccola valle protetta dal Monte dei Tigli: qui ci sono i campi coltivati. Paese solitario, Rakitovec. Bisognerebbe avere tempo.

Passiamo la frontiera. Gabbiotti vuoti. Nessun controllo, deserto. Ma attorno c’è la rete con i fili spinati. Per ricordare che questo è un confine. Cancelli aperti, ma cancelli per essere chiusi. Siamo in Croazia. Ancora tre chilometri di asfalto.

Frontiera

Come si chiama questo posto? Ho capito bene: Finderlj? Una donna alta ci conduce nella sua casa. Grande. Ho freddo, panorama immenso sulla valle della Mirna. Domani dovremo scendere laggiù. Un deltaplano.

Per fortuna c’è della pasta. Ragù in barattolo, asparagi selvatici, tartufo. Detto così..

Freddo. Cerco notizie dalla Palestina. Guardo la carta. Ho freddo. Non leggo le mail, so che ce ne sono di importanti. Non ho fiato, non ho voglia di pensieri altri. Freddo. Scrivo seduto su un divano. 18 chilometri. 31mila passi. 463 metri di dislivello. Freddo.

 

 

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