Andrea Semplici
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Il cammino dell’Istria/Trieste-Podceč, sul filo del Gran Ciglione

Quanto tempo?

Come nasce un andare?

Saluto a Trieste

 

Scrivo e sono stanchissimo e muscoli che protestano. Chiedono il letto. Barbara, la nostra hospitalera, ci ha preparato una zuppa di verdure e un risotto con asparagi appena colti. Ci ha rimesso in sesto. Daniela e Carla non ne avevano bisogno: hanno retto bene ai 23 chilometri. Io ho stretto i denti, ma le gambe ora sono legno di faggio.

 

Devo scrivere?

Volontari per la salvezza di rane e rospi

 

Tredici anni fa Paolo, in un settembre irrequieto, decise che era tempo di discendere l’Istria. Che, per lui, è casa, dietro lo spigolo della strada, esci, vai fino a via Carducci e al volo afferri il bus 40 che ti porta fino alla frontiera di Prebenico.

Ma noi siamo irrituali, usciamo di casa anche noi (Carla vive a San Giacomo, lungo una ciclabile su cui dovrò indagare: è un’antica ferrovia) e andiamo verso le colline del Carso. A Prebenico ci arriveremo camminando. Con panorami vasti come l’Adriatico, zone industriali e petroliferi. E l’incontro, nella discesa dell’Erta di Sant’Anna, con Valerio. Mica sapevamo dove stavamo andando, chiedi a Wikiloc, ma anche agli 84 anni di Valerio. Che, felice come un bambino, allunga il braccio e dice: ‘Prebenico è lassù’ e ci dipinge un itinerario con gli occhi. E poi, scoperto che arrivo da Firenze, si lascia andare alla memoria. Gratton, Costagliola, Hamrin. Ricorda perfino Virgili, Segato e Rosetta. Ehi, non dimenticare Montuori e Julinho. Da piccolo giocavo con figlia di Montuori, volevo scrivere su Montuori. Valerio era italiano con cognome slavo. Pretendevano che parlasse serbo-croato. Finì in un collegio a Trieste, lasciò l’Istria. Gli chiesero: ‘Per quale squadra tifi?’. E il ragazzino accanto a lui, disse: ‘Fiorentina’. E lui ripeté il nome di quella squadra, che da allora ha sempre seguito. Buon presagio per un andare.

Perchè non fotografo le persone che incontro. Mi piacerebbe conservare una foto di Valeria. Mi ha messo allegria.

La mattina, al bar TaLù, sull’Erta di Sant’Anna

 

Anche perché cento metri dopo c’è il bar TaLu. Un bar dei tempi lontani, con tre vecchi che giocano a carte e due uomini alle prese con uno spritz bianco, alle nove del mattino. Le figlie di chi aprì questo bar si chiamano Luana e Tatiana, quindi TaLù. Lei è Luana e mi offre un piccolo panino con la mortadella. Altro buon presagio.

Mi piace Luana.

Fra i serbatoi di Bagnoli

 

Andiamo. Zona industriale. E quindi: McDonald, meccanici, concessionari di auto, magazzini per giardinaggio e legami, banche, venditori di divani. Bar sparsi per camionisti e operai. Sopra la nostra testa un viadotto colossale. Mi fermo a una banca slovena, mi ingarbuglio con il bancomat. Un uomo mi guarda armeggiare e poi ci racconta che ha subito 27 operazioni: cedette una corda da speleologo, lui faceva parte di una squadra di soccorso, si trovò con mille fratture. ‘Mandi?’, ci interroga quando non capisce cosa stiamo dicendo. È bello: ‘Mandi?’ Ci incoraggia ad andare. ‘Attenti all’acqua: ai tempi dell’Austria le fontanelle c’erano, ora le hanno tolte’. Nel club dei fratturati c’è un’energia vitale. Ieri Paolo zampettava con il suo ginocchio rotto. Fratellanza di femore.

Attraversiamo i serbatoi giganteschi dell’oleodotto transalpino della Siot. Petrolio per l’Europa.

Ecco, la grande casa rosa di Val Rosandra. Anni fa sono stato qui, con Virgilio, una delle più belle interviste della mia vita. Paolo mi aveva detto: ‘Devi conoscerlo’. Per parlare, Virgilio scelse di camminare, per tutta la mattina, in val Rosandra, dove c’è il rifugio Cai più basso del mondo (nove metri). Virgilio non c’è più. Paolo ne avverte ancora l’assenza.

Ma noi dobbiamo arrampicarci, lasciamo la salita alle spalle. Comincia la salita al Carso.

Gli stagni che dissetano il. Carso

 

Non chiedetemi esattezza. Non so dove siamo. Sul confine, immagino. Saliamo per tornanti. Sto bene. Il paese di Karesana, un altro chilometro in salita. Prebenigo, ecco. Ancora una salita, arriviamo alle sue spalle. Acciotalto. Non ci sono bar in questi paesi, la sola fontanella è prosciugata, un uomo con i baffi di nicotina va a prendere tre bottigliette di acqua e poi ci spiega come proseguire. Dice: ‘Ci vorranno quattro ore’. Mi siedo.

Arriva Carla.

Cerco di ritardare la ri/partenza. Ora sono quasi le due. E abbiamo nelle gambe già dieci chilometri. Saliamo per il bosco e comincio ad ansimare. Salita brusca, sassosa, le pietre scivolano sotto i miei piedi. Scende un torrentello fra le pietre, arranco, in una giornata magnifica. Entriamo in Slovenia, ma non ce ne accorgiamo.

San Servolo

Il castello di San Servolo (Paolo mi scrive: Socerb) emerge dalla roccia. Altezzoso, superbo, aggressivo, fuso con la roccia. È l’avamposto del Ciglione Istriano, il Gran Ciglione, un rupe che dovremo seguire fino a Podpeč. Vertigini a rovescio. Quanto è lontano Podpeč? I cartelli rossi (decine di sentieri di cui niente sapevamo: sono del tutto impreparato) dicono quattro ore e mezzo. GoogleMaps dice due ore e mezza. Io lascio fare, strascico i piedi nemmeno fossi Bianciardi alla Feltrinelli, lo zaino mi azzanna la spalla sinistra, cerco di regolare le cinghie, macchè, mi annodo nei bastoncini. Cammino e vedo Carla e Daniela lontanissime in avanti. Azzero i pensieri. Radure sommitali, paesaggio aspro, di pietre e erba, boschi improvvisi. Nessuno, nessuno. Passeranno tre ciclisti sloveni. Praterie verdissime. Pietre bianche. Aguzze. Giornata di incanto per camminare. Riesco a sudare, la spalla fa male, le gambe protestano. Avanti. Crocicchi di strade d’asfalto e il nostro cammino è un tratturo di ghiaino che morde i polpacci. Le nuvole si sbizzarriscono in un cielo azzurro. Saliscendi. Cammino da solo e non mi viene in mente nulla.

Salita verso San Servolo

 

Inquietante rumore di sottofondo. Una cava, una grande cava. Rumore di pietrisco, di motori, di escavatori. Non si vede nulla, non ci si può avvicinare, gli alberi impediscono la vista. Scusatemi, mi viene in mente ‘La zona d’interesse’. Un mostro sta divorando la montagna, ma noi non lo vediamo, solo per un istante appare la roccia spezzata sull’orizzonte e il movimento di una gru.

Incrociamo strade e altri cammini. Trecento metri di asfalto. E poi scendiamo verso Černotiče, la sua chiesa, nemmeno un bar. Una donna raccoglie asparagi a bordo strada: a tutti noi spunta un desiderio. Due ragazzini occupano la strada del paese con piccole porte di calcio e skateboard. La ragazzina ci appare spavalda. Mi saluta: dobar dan. Provo anch’io.

Mi perdo. Non vedo più le ragazze. Due bivi. Destra o sinistra. Faccio brutte figure. Telefono. Il paesaggio è una meraviglia. La salita mi corrode le ossa. Guardo in basso, poi cerco di rimanere dritto. Sento la colonna vertebrale scricchiolare e la gamba immergersi in una acqua ferma.

Verso Čertonice

 

Incrociamo doline e piccoli invasi quasi naturali. Preziosi questi stagni in un territorio carsico. Le doline sprofondano fino a cercare il centro della terra. I contadini, un tempo, le proteggevano con muretti a secco.

Il Gran Ciglione

 

Ancora una salita tosta. Il telefono mi avverte che siamo a Črni Kal. La frequenza arriva da questo paese che, in italiano, si chiama San Sergio. È la rupe del Gran Ciglione che segna la nostra strada, il cammino deve essere la vecchia massicciata di una ferrovia. Più sotto corrono davvero altri binari. Quasi tramonto, luce bellissima, la roccia a strapiombo, le ginestre del bosco. I colori cambiano con il passaggio delle nuvole. Il sole gioca con gli alberi e le rocce. Un’ora a Podpeč. Eccolo. Paolo mi avverte: ‘Guarda il mare, è l’ultimo volta fino a Pola’. Una torre si alza dalla roccia, come una sentinella. E lo è stata: da qui si poteva vedere il golfo di Trieste e lanciare un allarme se si avvistavano vele pirate. Cerco il tiglio, dove Paolo si riposò tredici anni fa. Il paese è un balcone sospeso fra pareti verticali (come sarà viverci sotto? Gabbie di acciaio avvolgono la rupe) e un panorama da favola. Un uomo, con scarponi da operaio, si dondola allungando i piedi sopra un tavolino. ‘Dobre’. Il paese è una linea di case addossate alla roccia. Niente, non c’è un bar. Dobbiamo trovare la nostra casa. È Barbara che trova noi. Una giovane donna che, dodici anni fa, è venuta a vivere qui per amore. La sua casa, la nostra casa è una meraviglia. Frutta, acqua, sole. Un ragazzo che ripara un attrezzo agricolo, un piccolo corteo di asini che sta tornando a casa per la notte. Non abbiamo niente da mangiare. Non abbiamo incontrato botteghe. Barbara ci offre salami e formaggi. Sfacciati chiediamo una zuppa di verdure. E Barbara arriva con una borsa di carote, piselli, spinaci, asparagi (gli asparagi…). Servito buono dei piatti. Un gran finale di questa giornata.

Splendido arrivo a Podceč

 

La casa Kamniti Rob. Bellissima

 

E ho anche scritto, fatto due esercizi per coccolare un po’ muscoli che sembrano marmo e letto la giornata di Paolo. Lui andò a dormire più avanti, a Gracischie. Noi siamo felici di fermarci qui. Ventitre e passa chilometri. 37.336 passi.

23.06, devo andare a letto. Domani c’è una danza e. è sempre Paolo che mi guida, ‘una delle cose più belle della Slovenia.

Ho scritto per davvero.

 

 

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