Andrea Semplici
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Firenze-Bari, un treno più forte degli algoritmi

L’attesa

Ho sempre l’apprensione dei viaggi. Devo arrivare in anticipo alle stazioni e agli aeroporti. Trascino tre bagagli (mai stato un viaggiatore leggero) da San Frediano a Santa Maria Novella. 780 metri e un Arno che mi consola. Le gambe camminano nelle sabbie, ma i miei enzimi stanno bene.

Ho fatto in tempo a fermarmi allo ‘Sforno’, all’angolo di San Frediano, e a far riempire una focaccia con la mortadella. Non me ne volere, Marianna. Il fornaio è un tipo simpatico. E ha un orecchino. Mette tre fette di mortadella e mi augura buon viaggio. Tre euro e mezzo.

Le mie gambe non funzionano un granché. Scale per entrare alla stazione, faccio finta di nulla, mi tiro su con la ringhiera. Il ragazzo ai controlli (non fanno più avvicinare ai binari) mi crede sulla parola quando dico che possiedo un biglietto. ‘Dove va?’ ‘Bari’. Fa un gesto con la mano.

Non ci sono più sale d’attesa alla stazione di Firenze. Sindaco, non è che puoi avanzare una richiesta a l’ ‘Ente Gestore’ (simpatica descrizione per evitare di dire Fs o Rfi, immagino). Si aspetta in piedi, naso puntato sui cartelloni elettronici.

C’è un piccolo bar al binario 17. L’ultimo. È il solo posto dove ci si può sedere (non più di cinque o sei tavolini). Non hanno il caffè d’orzo. Chiedo alla ragazza: ‘Posso sedermi lo stesso? Mezz’ora’. Lei sorride e annuisce.

Le mezze ore

 

L’arrivo del treno

So che sarà un viaggio a ostacoli. Italo (i suoi viaggi sono più economici delle Fs) mi ha scritto poche ore fa: ‘Gentile Andrea Semplici….’. siamo spiacenti, di informarla….traffico sospeso sulla linea ferroviaria fra Ariano Irpino e Benevento. Il treno Elkan, il mio treno. La prima mail, mi dice che il treno non arriverà a Bari. La seconda mi informa che ci sarà un bus sostitutivo (come fa chi, come me, non legge le mail?), ma se vuoi, ti rimborsiamo il biglietto o ti riprogrammiamo il viaggio. Grazie, no: finalmente un viaggio con qualche contrattempo, voglio vedere come va a finire… quindi, parto.

Parto? La folla in attesa nel frattempo si è ingrossata. Tutti i treni hanno una mezz’ora di ritardo. ‘Per la presenza di estranei sulla linea’. ‘Per intervento della polizia’. Chi sono questi estranei? Posso parlarci?

Fino a Roma, il treno è mezzo vuoto

 

Lo scoprirò più tardi chi sono. Le reticenze non durano a lungo. Due operai della Gkn hanno scalato una torre delle comunicazioni alla fine del binario 17 (e io non me ne sono accorto!), i loro compagni sono là sotto, con i tamburi. Per gli operai della Gkn sono disposto a un ritardo di una settimana. Da tredici mesi sono in lotta e ora il loro padrone (scusate il linguaggio) non si è presentato al tavolo di una possibile trattativa. Hanno ragioni da vendere. Andate, se potete, al festival della letteratura working class, ai primi di aprile.

Perché le fs non ci dicono le ragioni vere dei ritardi e delle proteste degli operai?

Partiamo. Ho il seggiolino accanto al mio libero. Mi allargo. Finalmente non posso fare altro che lavorare a MaterVenezia’. Non faccio altro che cercare di evitarlo. Come se ne avessi paura. Perdonami, Luca. Ne ho paura.

In treno, molti passeggeri definiscono ‘avventuroso’ questo viaggio e allarmano chi li aspetta a Bari o a Foggia. Altri sbuffano. I più sono tranquilli.

Due fermate a Roma. Il treno si riempie. Questo è ‘il treno Elkan’. Alain Elkan, scrittore e babbo di John, vi salì qualche mese fa diretto a Foggia (cosa andava a fare un Elkan a Foggia?) e ne scese inorridito. Lui, con pantaloni stazzonati e il Financial Times in mano, divideva la prima classe con ragazzotti bulletti che non leggevano Proust. Li definì Lanzichenecchi, se non ricordo male. Ne fece un articolo che gli venne pubblicato nel giornale che apparteneva alla società del figlio. Dai, un po’ di eleganza. Il treno Elkan attraversa l’Italia del Sud per obliquo: passa da Caserta, Benevento, Foggia. Treno benedetto per me che devo raggiungere Bari.

Trasbordo. Cambio come una staffetta 4×100

 

 

Ecco, Benevento. Qui ci fermiamo. Finalmente scopro che vi è stata una frana ad Ariano Irpino. Chissà perché non rivelano mai le vere ragioni? Dov’è Ariano Irpino?

A Benevento, Italo si è trasforma in una scuderia di formula Uno. Quattro bus luccicanti ci aspettano a Benevento. Schierati a parata. Scopro anche che lo Strega è nato a Benevento. Fabbrica davanti alla Stazione. Se ne imparano di cose. Pillole via internet, wikipedia. Il liquore Strega è stato creato nel 1860 da un abile imprenditore locale, Giuseppe Alberti. Mi raccontano: settanta erbe (menta, finocchio, zafferano, cannella di Sri Lanka, giaggiolo, ginepro) molite e pestate…dai, ditemi come ha fatto Alberti a inventarsi questo liquore negli anni in cui l’Italia stava per nascere. Non c’è tempo. Conquisto il primo posto in alto sul grande bus, mi godo il panorama dell’Irpinia. Dietro a me, un regista teatrale (così capisco) è una furia: ‘Questo è Terzo Mondo, una ferrovia interrotta, non è possibile, siamo nel 2024’. ‘Guardi che meraviglia questo bus. È mai stato nel Terzo Mondo?’. Mi guarda stupito, credo che se potesse mi prenderebbe a pedate. Continua a essere arrabbiato, mentre parla di Riccardo III e di produzioni teatrali. Bel tipo, elegante, perfetto, niente fuori posto, anche i pantaloni stazzonati e il maglioncino, giuro che è cachemere. Alla Elkan, insomma. Anche la sua insofferenza. Comincio davvero ad amare questo viaggio che, per una volta, prende a pugni gli algoritmi e gli intellettuali da Ztl. E applaudo alle capacità di Italo: quattro bus che partono a razzo da Benevento. Un convoglio. Ho anche azzeccato il capofila.

Verso l’Irpinia
La focaccia dello ‘Sforno’

 

Attraversare l’Irpinia

 

Attraversiamo l’Irpinia. Cielo di Irpinia, con nuvole giottesche. Praterie verdissime, voglia di primavera. E io che mi godo questa bellezza. Mangio la mia focaccia ungendomi le dita. Leggo ‘Mal di Libia’ e mi ritrovo in una terra perduta. Ne conosco la geografia, ne provo nostalgia. È troppo rapido questo viaggio.

La mia valigia è precipitata in fondo al vano-bagagli. E come ci arrivo laggiù? Con la mia gamba rotta mi arrampico a mezzo bus. Striscio nel pertugio. Il pasticcio è a scendere: allungo la gamba, sono una marionetta, brivido, punta del piede che cerca la terra…sono ancora intero.

La prima volta anche a Foggia. Bella, la stazione. Quasi razionalista, ma leggo che è stata ricostruita nel dopoguerra. Non c’è tempo. Il treno è già sul primo binario. ‘Sedete dove volete, è libero’.

La stazione di Foggia

 

Compagno di viaggio. Capelli crespi, hanno bisogno di essere lavati. Volto affilato, pelle ambrata, un grande foruncolo esploso su una guancia. Profilo affilato. I miei pregiudizi lo direbbero: un rom. Non è così. Magro e malinconico. Gentilissimo: accorre in soccorso di una donna che deve tirar giù una valigia.

Lo saluto. ‘Ciao’. È un po’ stupito, valuta la mia età. ‘Ciao’. Al telefono si lamenta della noia del viaggio, del ‘non so che fare, non ho un libro, né le parole crociate’. Parla di esami che vorrebbe superare. ‘Posso venire da te? Per un po’ ‘, chiede. ‘Mi trovo un lavoretto, ho voglia di vederti’. Avverto l’esitazione all’altro capo del telefono. Lui si rannicchia. Alla fine ci scambiamo altre parole, sono io ad aver voglia di parlare con lui. ‘A Bari sei arrivato?’. ‘No, ancora una mezz’ora’. Dove vai? ‘Lei viene da Roma?’. ‘Firenze’. ‘Anche lei bus, viaggio lungo e quando non sai che fare’. Mi spiace lasciarlo andar via. Good luck, ragazzo. Mi chiede se ho bisogno di una mano. Solo nel saluto, dice ‘ciao’. Il suo ‘lei’ mi immalinconiva.

Quel desolato stillicidio del diventare vecchi. (Grazie per Jack, Lorenza)

Italo ci sfama anche fra Foggia e Bari

 

Bari è a un battibaleno. Pilota automatico. Arrivo in tempo per il treno delle Fal, 18.09. Azzardo anche un biglietto alle macchinette. Aspetto l’ascensore assieme una ragazza somala, magrissima e bella, dolcissima e simile a un giunco. Hijjab, veste lunga, scarpe alte. Quattro bambinetti attorno. Saliamo assieme. Pigio il tasto. Lei guarda il più grande dei ragazzini. Lui dice: ‘Sopra?’ e poi ‘Noi sotto’. Scusatemi. La ragazza sorride. Ci lasciamo, non ci vedremo mai più. ‘Shukran’, le sussurro. Avrei voluto chiederle: ‘Tutti tuoi? Quanti anni hai?’.

Stazione Fal

Treno Fal. Una piccola turba di pendolari verso le cittadine dell’entroterra pugliese. Cambio ad Altamura. Leggendarie, le Fal. Quattro stazioni a Matera, più una abbandonata nelle campagne. E questo trenetto che è una meraviglia antropologica, ma capisco i materani.

Un ragazzotto siede a un passo da me. Si guarda nel riflesso del vetro (i vetri dei treni Fal specchiano) e si aggiusta con cura meticolosa dieci capelli ai confini del suo ciuffo steccato dal gel. Il ciuffo invade la fronte, tipo pechinese. Si siede e continua a tormentarsi i capelli.

Matera Sud

Sono il solo passeggero che arriva fino a Matera Sud. Fuori, non c’è nessuno. Vuoto, deserto. Aria da sera in altopiano. Roba da film di Wenders. Roba da: non c’è speranza. E che appaia un angelo.

Ditemi, che idea avete di Matera?

 

Matera Sud

Mi incammino. La valigia vorrebbe scivolare da sola. ‘Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare’.

Casa. Quasi ordinata. Avevo pulito, Greta aveva ‘dato il cencio’. Non è casa. Non ancora. Non avrà il tempo di esserlo. Voglio essere altrove. In compagnia. Lascio le valige. Vico deserto e bello. Voglia di bussare alla porta di Nadia e Andrea. Voglia di salutare Raffaele.

Ho la sorte di un invito a cena. Franco e Mariella. Gaia che mi aspetta con la maglia dell’Inter. Cecina, cavolfiori alla piastra, radicchio arrostito. Piccole felicità. Poi l’Inter segna…

…Poi l’Inter perde ai rigori. Ma io già dormivo.

Torno a casa, mi spoglio appena, forse non mi spoglio, mi nascondo sotto un coltrone. 00.32. Una pagina di ‘Mal di Libia’. Desideri. Sonno senza sogni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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