Le ‘Storie Parallele’ di Salandra

Donna Margherita cerca il suo equilibrio, ma è decisa a non rinunciare alla curiosità. Si affaccia alla porta di casa. Si appoggia al bastone e a una sedia di legno. Piega la testa e guarda verso la piazza. Il paese è piccolo e il centro si è riempito in fretta. Ci sono le sedie, ci sono un paio di tavoli, un’insegna luminosa: ‘Storie Parallele’, ma Margherita non può saperlo. I suoi anni sono grandi, i denti consumati, cerco di capire cosa sta dicendo. ‘Un tempo c’era tanta gente. Sono andati via’. ‘Questa sera la piazza è piena’. Ridiamo entrambi. Passa un ragazzo: ‘Buona sera, donna Margherita’.


Non ero mai stato a Salandra. Ci siamo persi per arrivare fino a questo crinale sul torrente Salandrella. GoogleMaps è confuso. I cartelli stradali indicano direzioni opposte. Il web mi dice che Salandra è un politico italiano, che è stato presidente del consiglio. Solo dopo mi dice che in paese figurano residenti duemila e quattrocento persone. Perché non ero mai venuto a Salandra? Perché non sapevo niente di questo festival di corti?
È bella Salandra. Case e chiese in pietra. Antico convento francescano. Vicoli che si arrampicano. Pavimentazione elegante e geometrica. Qualcuno mi dice: ‘I salandresi sono tutti ricchi. Vanno via da qui e sanno costruire fortune’. Rimangono fedeli alla loro casa. Incontro il mio vicino di casa, mi spiega che è nato qui. Incontro due libraie, una delle loro nonne era di Salandra. Non hanno venduto la casa. Scopro che c’è una pizza superbuona, merito di un pizzaiolo che, mi avvertono, è istruttore dei migliori pizzaioli di Italia. C’è una sede del Pd affacciata sulla piazza. Vorrei essere reticente, ma non posso. Ci sono quattro vecchi seduti davanti alla porta, mi avvicino e loro mi dicono quasi subito: ‘Noi siamo vecchi comunisti, sotto quell’insegna c’è una falce e martello’. Non lo dirò a nessuno, giuro. Si gioca a carte nella sede di ‘Impegno democratico’. Chissà chi sono. Nei paesi la politica ha il sapore dei litigi al bar. Della birra e di antiche rivalità. Mi piace. Ha la sua antica allegria.




Non si è mai in ritardo. È domenica, passeggiata teatrale nella Valle dei Calanchi. Il cammino verso il fondovalle dovrebbe già essere cominciato. Eh no, prima ‘la colazione’. Tre tavoli su un lato di piazza Marconi. Attorno una strana costruzione di legni con le ‘pareti’ in tulle per spose. Scenografia per un teatro. Donne e uomini offrono friselle con pomodori, melanzane, pomodori secchi, una fetta di mozzarella. Una sciccheria. È chiesto un contributo per la festa: con felicità e gratitutdine. Mangiamo in piedi. Equilibrio straniante, è un gioco di pesi e contrappesi: mordere la frisella e impedire che i pomodori scappino da ogni parte. Ungersi le mani con le melanzane e i sottoli. E magari parlare con il vicino nello stesso momento. Un bicchiere di vino.
Le ragazze cercano di convincere una piccola folla a muoversi. Il palcoscenico è lo slargo ai confini della piazza. Una sedia, un attore, folate di vento artico, sole che scalda fra un brivido e l’altro, un ragazzo che mi dice di spostarmi. Capelli grigi, occhiali, un’aria da regista, simpatico, generazione giovane del paese, camicia a fiori. Gli indico gli altri fotografi: ‘Loro sono ufficiali’. E sono giovani. E la fotografa in abito da festa nei prati è molto bella e si muove bene con la sua macchina fotografica. Monologo seduto, come se fosse al bar. Bravo.



Arrivano altri viaggiatori. Nel frattempo scopro che i fratelli Ragone (credevo che fossero fratelli, ma così non deve essere: sono nati entrambi a Tricarico, ma a tre mesi di distanza uno dall’altro. Saranno cugini e a Tricarico deve esserci l’ospedale) sono l’architrave del festival. Registi, produttori, sceneggiatori, attori, insegnanti. Gente del cinema. Partiti ragazzi da Salandra. Hanno voci su Wikipedia. Questo paese è un forziere di sorprese. Arriva anche il ‘Comitato Feste’ e un bus con un vecchio autista. Gente si prepara a salire, donne, uomini, ragazzini, ‘grandi’. Ridono di gusto, ma sanno diventare seri. È lo spettacolo? Il bus vuole partire. Ci si affretta a salire, l’autista mette in moto e scivola via. Il Comitato Feste guida la marcia del corteo sul crinale, ai confini delle case. C’è metà del paese, c’è Michele che viene da Taranto e mi riconosce lui. Ci sono le libraie di 365 e mi viene in mente che mi sono dimenticato di loro per MaterVenezia. Una colpa. Ad differenza del festival di Aliano, qui ci sono i paesani. C’è gente dei paesi vicini. Qualcuno da Bari, da Altamura, da Matera. Siamo fra noi.
Saliamo, un corteo affollato, stretto fra le strade del paese. In equilibro sul crinale della collina. Lucente e in attesa è la valle della Salandrella. I campi sono stati arati e aspettano il tempo della semina. Alle finestre i panni tesi. Le piccole case antiche che qui si chiamano ‘lamie’. Possibile che siano state costruite ‘ a secco’?

Terrazzo sgangherato che si affaccia sulla valle. Paesaggio da altopiano etiopico. Una donna in abito lucente, fasciata da un lunga gonna, scarpe bianche con il tacco, rossetto, sigaretta in bocca. È un’apparizione. Bella. Algida. Potrebbe essere a Casablanca o in un salotto di Parigi. Il suono di una tromba dall’alto. In realtà non seguo la storia, fotografo dopo quasi un anno di assenza. Guardo, invidioso, le macchine fuoriserie dei ragazzi. Che fanno video con gabbie ed aste. Che per me è meccanica sconosciuta.




Adesso sì, che scendiamo nei calanchi. A precipizio. Le mie gambe si fanno incerte, non posso correre, non posso accucciarmi, non posso piegarmi. Età e fragilità. Guardo la fotografa muoversi con destrezza nonostante la bella gonna. Ha un sorriso che incanta. Passiamo davanti alle tre croci del Calvario. La montagna di Gerusalemme sta in basso.




C’è di nuovo il bus, e passeggeri e autisti in riposo su gracili brandine. Si montano tavoli. Un pranzo esotico. Stanno tutti male. Quando è accaduto, ragazzi? Sceneggiatura come memoria. Il suono di un sassofono. Il bus è impaziente. Si riprende a scendere, sgranati lungo un precipizio, i calanchi sono sempre un’architettura prodigiosa. Un clown cerca di fermare la marcia. È Giuseppe Ragone, mi distraggo con i suoi giochi. Credo che abbia rapinato qualcosa. Fugge via inseguito. Incontro un cineasta di Potenza. Arriviamo ai piedi dei calanchi. Il cielo e la terra color terra pallida. Una vecchia roulotte parcheggiata.





Chiacchiero con un uomo che rimarrà senza nome. Mi dice che ha vissuto a Firenze. Via Guelfa. Arrivò nella mia città nel 1993. Là ha conosciuto sua moglie, una ragazza pugliese. Due anni fa decisero di tornare al paese. ‘Provammo, è andata bene’. E lei si è comprata casa a Salandra. L’appartamento di Firenze è un B&B. E lui sale sul treno a Metaponto e in cinque ore è a Firenze. Dove vive la sorella. Incroci. Mi piacerebbe ritrovarlo.




Gli attori ora indossano pantaloni neri e camicie linde di bucato. I musicisti si sono schierati. Festosa, arriva la Banda. È il dono dei paesi. Un anno a solfeggiare e poi la gioia di suonare assieme. Sorpresa: c’è Nicola Ragone nella banda, un ‘susafono’ lo avvolge come un grosso drago. Monologo molto bello di un attore ai piedi dei calanchi. Il Comitato Feste si gode lo spettacolo, i due uomini, eleganti, alzano orgogliosi il loro striscione. La banda, mamma mia: come mi piacerebbe farne parte. ‘Una tristezza così non la sentivo da mai/ma poi la banda arrivò e tutto passò’. Ricordo Mina, ma so che è Chico Buarque. Vengo sorpreso dalla versione di Lea Massari. Come amavo Lea Massari. Che ha compiuto novanta anni. Ma la banda è lì e il contagio dell’allegria fa volare i sassolini dei calanchi. Una breve felicità si fa densità, aria leggera, sorriso delle nuvole. Un grande rapace viene a curiosare. Passa un cane.


Inchini, applausi, abbracci. Nicola è felice. Credo che ognuno di noi sia felice.
Risaliamo a piedi lungo la strada dei calanchi. Quasi un Tourmalet. Il paese ha l’aria del pranzo e del godimento della controra. I paesani sono seduti nelle case, gambe sotto i tavoli. Pasta al forno, immagino. Nel bancone del bar c’è solo una triste y solitaria focaccetta alle zucchine e un pasticciotto superstite.

Un videomaker di Lauria ci invita a un pellegrinaggio sul Gelbison. ‘La montagna dell’idolo’. Il Monte Sacro del Cilento. ‘Salgono con noi anche persone più grandi di voi’. Raccontatemi la storia del Gelbison.
Ecco, un graffietto nell’anima. Ma questa domenica mattina è stata senza età. Una ‘storia parallela’.

