Another India

Che India ti aspetti?
Perché ho evitato l’India nei tempi in cui molti dei miei amici partivano in Ford Transit ‘sulle strade che conducono a Oriente’? Temo che sia per una diffidenza attorno a quanto è ‘impalpabile’: non mi piacevano i Beatles e il loro santone, ma volevo bene a Mauro e agli altri (Majid e la gente di Re Nudo) che vestivano di ‘arancione’. Insomma, non ci arrivavo. In testa avevo altre geografie.
Certo l’India degli stereotipi occidentale non è ad Angamaly, né ad Emakulan. Uno stradone impossibile ad attraversare, nessun marciapiede salva dal traffico, scooter e tuc-tuc, motorette, sbuffi di gas di scarico, grandi shop-center, cliniche dentali, banche, distributori di benzina, negozi di pentolame, di cosmetici, offerte ayurvediche, vestiti. E le donne in sari, gli uomini con le gambe che spuntano dal mundu, le orecchie piene di peli, il sorriso lieve sempre pronto ad accendersi, basta incrociare gli occhi, le teste che oscillano, i panni ad asciugare nelle verande. Un’unica città lineare. Dove sono le case? Dove vive tutta questa umanità in perenne movimento? Il cielo che non trova colori in questa stagione. Il caldo che avvolge ogni corpo, il groviglio fantascientifico dei fili della luce, i campanili di una geografia infinita di immense chiese cristiane.


A San Gregorio un gruppetto di ragazze prova a seguirci sorridendo di nascosto e il gesto di portarsi la mano alla bocca. Una donna si incammina verso l’altare camminando sulle ginocchia. Ricordo che lo faceva Isabel a San José di Costarica. E, a centinaia, nella spianata di Fatima. Posso scrivere? La religione come penitenza non mi piace, scopro una Madonna felice nella stanzetta di un giovane prete. Non ricorda dove ha trovato l’immagine di una Maria superfelice assieme a suo figlio. Nessun mi sa dire da dove provenga, ma regala allegria. Qualunque fede dovrebbe essere allegra.

Le guide, a corto di idee, raccontano che ad Angamaly non c’è ‘niente’. Mi intriga sempre la definizione di ‘niente’ che vuole dirti che qui c’è un milione di persone che si dibatte come pesci in acquario. Le guide, e ora anche Tripadvisor, ti dirotttano sulle ‘cose da fare’, i ‘luoghi da vedere’. Uguali per tutti. A Cochi sono la sinagoga (ma ci sono ancora ebrei qui attorno? 52, a leggere wikipedia, oramai vangelo) e la chiesa di San Francesco. Storie antiche: gli ebrei erano già qui prima ancora della distruzione del secondo tempio e la chiesa di San Francesco è la prima cristiana dell’India. San Tommaso, quando arrivò alla fine della penisola indiana, incontrò la comunità ebraica. In fondo dovevano parlare una lingua simile. E oggi una strana tribù popola i quartieri di Fort Cochin. Al punto che non è semplice parcheggiare. Cochin-Kochi è innumerevoli prime volte: gli ebrei, i cristiani, i portoghesi, Vasco de Gama che sceglie di morire qui (tomba vuota nella chiesa di San Francesco) e poi lo trasportano, senza niente chiedergli, a Lisbona. Lasciano qui la lapide.

La tribù nomade che popola la vita quotidiana (solo di giorno) di Fort Cochin indossa abiti colorati, alcuni si travestono da indigeni (e scoprono come è difficile annodarsi un mundu attorno alla vita), altri preferiscono tuniche svolazzanti, ombrellini colorati, magliette senza maniche, pantaloni leggeri dai disegni barocchi. E, come in ogni città del mondo (Matera, San Marino, Parigi, Brazzaville anche?) i magneti colorano l’ingresso del negozio, in attesa di finire sul portelloni di un frigorifero. Un manichino indossa le immagini di Frida Khalo: mi piacerebbe sapere cosa pensava il sarto. Un santone vestito da santone, le mille divinità indù: finalmente ecco l’India attesa e scoperta alla fine nelle vetrine della strada pedonale per la sinagoga. L’India ‘che ti aspetti’: spezie, pittori, venditori di gioielli, oggetti antichi, statue in legno, l’espressione immobile di una divinità. I turisti si rasserenano, fanno equilibristi per togliersi i sandali per poter entrare in chiese e nella sinagoga, sbarrato invece l’accesso al tempio per i non-induisti, e allora, secondo consigli-prescrizioni delle guide e di tripadvisor, affollano la sala della preghiera ebraica. I turisti hanno davvero una ritualità fatta di sudore e di urgenze prevedibili. Ci ritroveremo a mangiare nello stesso ristorante. Nella stessa coda per il bagno. A pagare (loro) con GooglePay.
Ma noi aspettiamo anche il traghetto, guardiamo le garzette in fremente attesa della rete a bilanciere che aspettano i pesci al varco, vediamo le squame luccicanti dei pesci imbizzarrirsi e le branchie in cerca di un loro respiro che non ci sarà mai più. Rimango su un fianco, con gli occhi spalancati, non pensavano che esistesse un mondo senz’acqua. Una collana di pietre fa salire e scendere il bilanciere, in un gioco tecnologico da perfetti fisici, due uomini a manovrare le pietre, i massi annodati con arte, un vecchio a raccogliere con una paletta i pesci a dividerli a seconda delle dimensioni in ceste sporche da sempre di fango.
Un uomo e una donna sono insensibili ai pescatori, ai curiosi, a noi che ci affacciamo a vedere andare su-e-in-giù i pesanti bilancieri. Seduti su un tronco. Una discussione d’amore fra persone ‘adulte’. Lui cerca di convincerla, lei sfugge (ma non troppo) alla sua mano, finge di bere a una borraccia, parla fittamente guardando davanti a sé, senza vedere niente. Lui porta le mani alla bocca, china la testa, abbozza un sorriso. Cerca un perdono? Vede l’amore sfuggirgli? Oppure già avverte la dolcezza di un abbraccio finale? Non vorrei che lo intendesse come una vittoria. Mi incanto a guardarli. Me li porto via con una foto discreta. Magari un giorno li ricorderò. Mi piacerebbe vederli stasera.
Poi il traghetto stipa le macchine una addosso alle altre, attraversa il fiume, mentre il sole impallidisce in un cielo che proprio non ce la fa. ‘È sempre opaco’. Eppure questo velo lattiginoso vuole dirti qualcosa. Io non so ascoltare, me lo porto dentro una macchina fotografica. Magari un giorno riuscirò ad ascoltarti.
A sera, i frati giovani scherzano come bambini attorno al riso e alla salsa di curry, alle squisite banane bollite e a un dolce di farina e cioccolato. Il Dio delle piccole cose.


