Andrea Semplici
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Ricordo la dolcezza delle ciliegie di Tehran

Foto da wikimedia commons/amirpashaei

Il sapore delle ciliegie è dolce come il miele. E la salita lungo le pendici brulle e riarse dal sole del monte Tochal è aspra e faticosa. Ed entusiasmante. E affollata di gente, quasi un pellegrinaggio, di ragazzi, di vecchi, di uomini dai capelli bianchi e il passo forte. Di famiglie che fuggono, in un venerdì musulmano di festa,  dal caldo rovente di Tehran alla ricerca di pace e quiete fra le gole, prive di alberi, dei monti Alborz, imponente cornice della capitale dell’Iràn, orizzonte della città verso Nord.

L’uomo ha un gesto leggero, come di invito. Muove la mano per offrire a due giornalisti stranieri le ciliegie che ha disteso sul tavolinetto di pietra. E il loro sapore, ai duemila e passa metri della prima stazione della cabinovia, è davvero dolcissimo. Come l’Iràn, come la straordinaria sorpresa di questa Tehran seducente ed imprevista, come gli occhi di queste ragazzi e di queste ragazze che, zaino in spalla, cappello sopra il velo colorato, si arrampicano, mano nella mano, verso i luoghi più nascosti di questa montagna. L’uomo sorride ancora, beve il thè che si è portato dietro in un thermos e guarda, sotto di sé, la linea della città immensa, gli scheletri dei palazzi-torre in perenne costruzione, la nuvola densa dello smog che tutto avvolge come un sudario, i confini del deserto, giù, all’estremo opposto, violati dall’espansione senza freni, né regole di Tehran. La capitale, villaggio senza importanza fino agli ultimi anni del ‘700, è una città in discesa: cresciuta ai piedi delle montagne, Tehran ha cominciato, mezzo secolo fa, a scalarne i contrafforti, mentre, all’opposto, da oltre venti anni, si è dilatata, senza soste, verso il deserto, verso le piane aride del tavolato iraniano. Cinquecento metri di dislivello fra Nord e Sud di Tehran, un immenso piano inclinato: i quartieri settentrionali (zona ricca, opulenta, intessuta di centri commerciali e ville borghesi protette da cortine di platani) sono a 1700 metri di altezza (e il clima è quasi temperato), mentre i nuovi agglomerati del Sud (case basse, a una sola stanza, zona povera, abitata dall’ultima generazione di immigrati) precipitano fino ai 1200 metri di una riarsa savana asiatica.

Città sorprendente, Tehran: è magma vitale, è energia, movimento continuo. Non credete agli operatori turistici che vogliono tenervi qui solo poche ore: Tehran, città senza centro (ma con mille ‘centri’ dispersi), merita attenzione, esplorazioni profonde, perlustrazioni senza itinerari nei labirinti senza mappe della follia del bazar (una città nella città, un centro di potere, una immensa borsa-merci dalle regole non scritte). Bisogna andare oltre i musei (pur belli, sapienti, affascinanti, di piccole dimensioni): questa capitale orientale, e così occidentale, reclama passeggiate lunghe e meravigliate nei grandi parchi di platani dove le famiglie fanno pic-nic gioiosi e interminabili e le ragazze studiano mentre camminano facendo oscillare il chador nero sull’onda del batticuore degli esami. ‘Gli iraniani amano vivere all’aperto’, mi spiegherà poi la sociologa Masserat Amir-Ebrahimi. Questa città vuole ore perditempo nelle tradizionali Case del Thè dove si fuma qalyan, nome farsi del narghilè, e si cena sdraiati sui tappeti stesi sui takht, sorta di grandi troni orientali capaci di ospitare un’intera e numerosa famiglia. Ed è bello passare pomeriggi fra i vecchi camerieri del cafè Naderi, unico frammento superstite della Belle Epoque iraniana degli anni trenta.

Tehran è una scoperta e pretende viaggi-avventura oltre i confini della Enqelab-e-eslami, la via della Rivoluzione, il confine fra il Nord e il Sud della città; Tehran chiede che ci si spinga fino al santuario dai minareti dorati dell’imam Khomeini, estrema frontiera meridionale, e che si vada ancora oltre, verso Est e verso Ovest, fino al labirinto slabbrato di periferie desolate dove nessuno, oramai, è capace di fissare i limiti di questa megalopoli. Tehran, come ogni città, è un universo, ed è lontana anni-luce dall’immagine cupa e torva dipinta da troppi giornali occidentali e da una bugiarda Lonely Planet, una volta tanto inaffidabile.

Ma calmiamo i nostri entusiasmi, questa è una città con troppe anime e contraddizioni, una città schizofrenica: al venerdì, nelle stesse ore nelle quali i ragazzi si perdono sui sentieri del monte Tochal e le famiglie apparecchiano le tovaglie del pic-nic attorno ai laghetti del parco Jamshidiyeh, poliziotti e vigili in motocicletta (con la doppia immagine della guida spirituale Alì Khamenei e dell’imam Khomeini ben alta sul manubrio) sbarrano ogni accesso dei quartieri attorno all’Università di Tehran, uno dei cuori pulsanti della città. E’ il giorno della preghiera più sacra e i mullah celebrano il rito religioso più importante della capitale nel piazzale del grande campus universitario: migliaia e migliaia di persone si assiepano attorno al Palco della Preghiera, stendono il loro tappeto all’ombra di un albero, si inginocchiano alle parole dell’ayatollah che celebra le odi di Allah, ne ascoltano le invettive politiche, chinano la testa sfiorando con la fronte la piccola tavoletta d’argilla del mohr. Gli altoparlanti riecheggiano fra le strade della capitale, moltiplicano le prediche della teocrazia al potere. Questa è l’altra Tehran: la preghiera all’Università raccoglie i contadini inurbati negli ultimi anni, uomini di mezza età, i nuovi abitanti della città, i religiosi più fedeli, dagli abiti dimessi e dagli sguardi diffidenti. Mi dirà un amico giornalista: ‘Se vai all’estremo Sud della città, a Islamshahr, ultimo quartiere, troverai quindici persone che vivono in due stanze e mangiano per terra. Al centro vivono i bazari, i mercanti del bazari: le loro case hanno salotti con poltrone stuccate d’oro, ma, alla sera, ignorano sedie e tavoli e mangiano sui tappeti. Al Nord, invece, terra occidentale, nessuno oserebbe mangiare per terra. Questa è Tehran. Ed è l’immagine riflessa di questo Iràn, immerso in una transizione di cui nessuno sa prevedere l’esito finale’.

“Questa è una città formidabile – avverte Kamran Afshar Naderi, giovane e già celebre architetto – Hanno torto i nostalgici che sognano ancora una città antica che non c’è più. Tehran è un organismo vivente. Con potenzialità immense e una grande energia”. Un urbanista svizzero, Aurelio Galfetti, ha un’opinione ‘leggermente’ diversa: ‘E’ la peggiore città del mondo’.  Tehran schizofrenica, produce discussioni accese e ruvide, polemiche e asperità.

E si ritorna allora a Tehran come specchio perfetto dell’Iràn moderno. Fotografiamola, dunque, questa città e scopriamo numeri grandiosi e terribili. E’ vasta mille chilometri quadrati, ha strade lunghe trenta chilometri, ha un diametro sghimbescio di settanta chilometri. Qui, ogni anno, si consuma un miliardo di metri cubi di acqua (che quest’anno, colpa di due stagioni di siccità, è stata razionata). Due milioni di auto, e bus-killer, e motorini spericolati (le moto di grande cilindrata sono proibite), si affrontano, ogni giorno, in un traffico degno della Formula Uno (nel senso che qui si corre come su una pista da Gran Premio) e in strade capaci di contenerne dieci volte meno. A sera gli indicatori luminosi di piazza Jahad impazziscono, fino ad esplodere, per i livelli di piombo disperso nell’aria (cinque tonnellate ogni ventiquattro ore). Di notte la città non si rilassa, non riposa: i camion (che non possono circolare di giorno) cominciano a fare la spola fra un cantiere edile e l’altro. Perché a Tehran sembra di stare a Legoland: si abbattono e si tirano su palazzi squadrati senza un solo minuto di pausa. Ogni anno, qui, si costruiscono 12 milioni di metri cubi di nuove case e grattacieli, senza nessun piano che cerchi di dare delle regole (si paga in anticipo una multa per poter violare le leggi contro l’abusivismo). Nessuno sa quanti siano gli abitanti di Tehran: settanta anni fa erano 300mila, ai tempi dell’ultimo Scià (fine anni ’70) erano meno di quattro milioni, il censimento ufficiale di sette anni fa ne scovò più di otto milioni, oggi forse sono 14 milioni. O forse sono solo 10, o, magari, sono già arrivati a 20. Inurbazione di milioni di contadini (oltre 50mila villaggi rurali abbandonati) e fuga dalla sciagurata guerra con l’Iraq. Il 55% degli abitanti di Tehran ha meno di venti anni. Un iraniano su due ha meno di 18 anni; due su tre meno di 25 anni. Sono davvero ‘i figli della rivoluzione’, sono nati nei mesi e negli anni della Rivoluzione khomeinista. Erano bambini nel decennio dell’oscurantismo. Sono cresciuti negli equilibri precari di un cambiamento lento e, allo stesso tempo, irrefrenabile.

E come la fermi questa gioventù splendente? Che affolla i cafè-net come le tradizionali Case del Thè, che va matta per il teatro, che adora Eminen e Madonna (e scarica la loro musica da Internet, facendosi beffe delle leggi medioevali che proibiscono alle donne di cantare come soliste), ma che non tradirebbe mai la musica tradizionale, che è severa con il cinema (non ama – anzi, francamente detesta – i registi iraniani che hanno successo da noi in Europa – ‘Sono film fatti per vincere i festival e non raccontano niente dell’Iràn’ -, e che pirata, grazie alle parabole televisive, i vietati film occidentali), che legge e legge senza posa (le librerie attorno all’Università sono piene come stazioni della metropolitana), che amoreggia con circospezione e felicità (nei parchi, nei caffè, nei centri commerciali), che si piega a studiare testi ostici e ottusi pur di varcare i cancelli dell’Università (un milione  e mezzo di domande lo scorso anno e posti solo per 150mila. Il 58% degli iscritti sono ragazze). Come la fermi questa Bella Gioventù? Anzi, bellissima: i ragazzi sono alti, forti, sfrontati, curiosi di tutto. Vanno in giro per il mondo a testa alta. Le ragazze hanno la pelle di Madonne orientali, ciglia scure e perfette, occhi profondi e gentili, occhi di fuoco e intelligenza in cui perdersi fino a smarrirsi per sempre. Giocano, con intrigante consapevolezza, con la sensualità del loro rusari, il foulard che scivola ostentamente a mezza testa, o tirano su, con spudoratezza, le maniche della loro rupush, la tunica che dovrebbe arrivare fino ai piedi e che invece, ora, è diventata uno spolverino che mostra jeans ribelli. Come la fermi questa gioventù del Nuovo Iràn, della Nuova Tehran? Sono loro (quest’anno hanno avuto il diritto al voto anche i quindicenni) ad aver deciso il trionfo alle elezioni di giugno di Mohammad Khatami, il presidente riformatore, sono loro che pretendono il cambiamento, sono loro l’anima viva ed eccitata di questa capitale sterminata. Andate al centro culturale Bahman, ‘il pensiero buono’, nel Sud della città: dieci anni fa era il sanguinolento mattatoio di Tehran, oggi è un’immensa area ‘sociale’. Qui, ogni tre mesi, si tengono 65 corsi formativi (dal cinema agli scacchi, da Internet alla tradizionale calligrafia persiana, dal nuoto alle arti marziali – per le donne! -, dal violino classico al sassofono jazz). In un anno sei milioni di ragazzi si danno convegno al Bahman: vengono a passare il tempo, a vedere film che non potresti vedere da altre parti, ad ascoltare concerti di Iranian Pop, a bere thè sotto schermi video. Qui nel 1993, alba della fine dell’oscurantismo religioso, fu tenuto il primo concerto rock della storia dell’Iràn islamico. Qui vennero musicisti viennesi, sempre nel 1993, per suonare per la prima volta, dopo la Rivoluzione khomeinista, musica classica. ‘Volevamo fare una sorta di Beaubourg a Tehran’, spiega, con timidezza, Farshad Mivetchian, portavoce del centro. E, con tutte le differenze più ovvie, ci sono davvero riusciti. “Non solo il Bahman ha restituito identità al Sud della città – spiega la sociologa Masserat Amir-Ebrahimi – Ha saldato le due Tehran: per la prima volta, gente del Nord si è spinta al Sud. Questa città sta riunendosi, ritrovandosi’. E sapete quanti Bahman ci sono a Tehran? Ben dodici. Ce li sogniamo a Milano o Roma. Andate, sempre al Sud, al Kharavan: in biblioteca le ragazze, avvolte nei chador, studiano, con apprensioni e tenacia, per gli esami, hanno gettato le scarpe e allungato i piedi sugli infissi delle finestre e leggono, leggono, leggono. Fuori, negli spazi aperti, le campagne contro la droga (c’è anche questo nella frenesia, nell’ansia esasperata di questa città: cinque tonnellate di oppio consumate ogni giorno) sono insistenti, come le iniziative per combattere l’Aids. Tutto spiegato con crudezza ed efficacia, tutto sorvegliato dai murales dai quali occhieggia il sopracciglio autoritario e onnipresente dell’imam Khomeini.

‘Abbiamo bisogno di almeno tremila sale cinematografiche – dice Massoud Jozani, regista e, assieme al fratello, produttore – Ne abbiamo solo 274 in tutto l’Iràn’. Jozani offre, con gentilezza, albicocche e susine e sussurra: ‘Questo è l’Iràn’. Lui è un regista particolare: non ha il successo occidentale dei Kiarostami e della superba famiglia Makhmalbaf, ma fu lui, studi di cinema a San Francisco, rientrato venti anni fa dagli Stati Uniti per partecipare dalla Rivoluzione, ‘per ricostruire il paese’,  per fare cinema, a presentare il primo film iraniano a un festival internazionale dopo il trionfo di Khomeini: era il 1985 e Strade ghiacciate spezzò l’isolamento dell’Iràn. Fu Jozani, professore all’Università di Tehran, a credere nel suo allievo più promettente, Jafar Panahi, Leone d’Oro, lo scorso anno, a Venezia; fu la sua casa di produzione a garantire la possibilità di girare Il Cerchio. E’ un’altra prova della schizofrenia di Tehran: la statuetta veneziana è stata esposta per settimane, con legittimo orgoglio, nelle sale del Museo di Arte Contemporanea della città (bellissimo, da vedere a tutti i costi), ma il film (duro spaccato di una realtà femminile in Iràn) non ha ancora avuto il visto dalla censura dei mullah di una speciale commissione religiosa. Ma Il Cerchio, qui, ha pur avuto (poche) affollatissime proiezioni private. Anche Jozani, 53 anni, adora i giovani della sua Tehran: ‘Non hanno la  nostra angoscia, la nostra serietà eccessiva: cambieranno il mondo, sono profondi e felici allo stesso tempo. Amano, allo stesso modo, il meglio dell’occidente e la bellezza dell’oriente. Capiscono in fretta e molto di più della nostra generazione. Sono migliori, sono il nuovo Iràn’. Volete un’opinione diversa? Lo studio di Khosrow Hassanzadeh, 37 anni, grande pittore emergente, è un angolo superstite della vecchia Tehran: un vicoletto di case dai mattoni di terra cruda, con gli infissi in legno. Scendiamo in un fresco scantinato e lui, stretta di mano da fabbro, occhi frenetici e voce gentile, ci offre, fra gigantesche xerigrafie sparse per terra e colori dispersi ovunque, bicchieri di sekangebin, una bevanda-nettare di aceto e menta. “No, non capisco i giovani di oggi – dice Khosrow – Non hanno valori, non ne comprendo la visione del mondo”. Khosrow aveva 15 anni nei giorni della Rivoluzione contro lo Scià. Era nelle piazze di Tehran a rischiare la pelle in nome di Allah, di Khomeini, del cambiamento radicale. E’ stato volontario nella guerra contro l’Iraq (due anni di orrori), ha visto morire i suoi amici, i suoi compagni. E’ rimasto solo. Ma lui, di origini umili, dipingeva: contro il volere della sua famiglia, isolato dal suo stesso ambiente sociale. Riuscì ad andare a lezione da un pittore famoso. Fino a due anni fa faceva il fruttivendolo per sopravvivere, di notte disegnava con fertile ossessione. Oggi raffigura grandi donne velate per simboleggiare la battaglia sacra di Kerbala, donne elusive e fiere in onore del martirio di Hussein, figura sacra dell’Islam sciita. E, lui, religioso e pittore in un mondo islamico, dice: “Noi artisti speriamo davvero di influenzare il cambiamento di questa società. Io voglio solo essere sincero. Lo sono stato venti anni fa quando partecipai alla Rivoluzione, lo sono oggi con i miei quadri”. Assieme ad altri artisti dà battaglia sull’inquinamento di Tehran e le sue mostre sono affollate da quei giovani che dice di non capire, ma che amano la sua pittura.

Più che tentare di capire, bisogna lasciarsi andare a Tehran. Limitarsi a guardare, fotografare, raccontare. Senza porsi domande alle quali nessuno riesce a rispondere. Andate agli estremi opposti della città e provate a narrare ciò che vedete: nelle notti calde la gente di Tehran si ingorga lungo le strade che portano, oltre i confini Nord della città, ai canyon e alle rocce di Darband, altra montagna sospesa sopra le case. Questa è Disneyland, questo è un Oriente stupefacente: Darband è una scenografia di ristoranti, neon colorati dai colori irreali, intrico architettonico degno del Kitsch più affascinante, fumo di grigliate che nessuno spegne, incastro di terrazze, balconi, verande sorte fra platani secolari e giovani alberi di noci, fra pietre aguzze e sentieri che scalano la montagna. Appena scende il sole, la gente di Tehran si riversa in questo labirinto di natura, luci artificiali e carne arrosto. Passa le ore notturne a mangiare celokebab, bere yogurt salato, spilluzzicare creme di melanzane e cetrioli sottoaceto, mentre i bambini giocano con l’acqua di mille canaletti. Noi siamo andati via alle una di notte: centinaia e centinaia di persone stavano ancora salendo verso la follia gioiosa di Darband.

Al limite opposto, estremo Sud di Tehran, le guglie dei minareti del santuario di Khomeini scintillano in un tramonto che sconfigge perfino lo smog. Come ha torto chi mi aveva descritto questo posto come un capannone dai pavimenti di onice. E’ un mausoleo dai toni del marzapane, assurdi e barocchi lampadari da corte asburgica pendono dai soffitti. La sala del santuario è sterminata, l’odore dei piedi di milioni di fedeli impregna l’aria, pellegrini pregano, con intensità, appesi alle griglie che proteggono la tomba dell’imam. Ma attorno è gioia, riposo, festa. Intere famiglie passano il tempo sui tappeti del santuario, gli uomini dormono appoggiati alle colonne, i bambini corrono e si sgambettano sui pavimenti lucidi e scivolosi, cartelli avvisano di stare attenti ai borseggiatori.

Dal Nord e dal Sud della città, dai pic-nic laici di Darband ai pic-nic religiosi del santuario di Khomeini, torniamo con la sensazione di non aver capito nulla. Ma con la certezza-speranza che questa terra, questa città, questo Iràn meritino un grande futuro. I suoi giovani, senza ideologie,né fanatismo, senza passato, ma allo stesso tempo nazionalisti e fieri di essere iraniani, sospesi in un equilibrio rischioso fra tradizione e modernità, fra i legacci di un tetro conservatorismo religioso autoritario e la libertà laica di  una religione vissuta con il cuore, possono davvero cambiare il mondo.

(questo articolo è apparso nel 2018 – ? – sulla rivista Gulliver, un’esplorazione assieme ad Aldo Pavan)

 

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