Dove sono?
(L’immagine di copertina è scattata all’aeroporto di Istanbul)
Casa. Quarto piano di un edificio di Haya Hulet. Qui Addis Abeba cerca di essere fedele alla città che ho conosciuto trenta anni fa nella quale sapevo muovermi. Questo quartiere è come un confine: oltre la rotonda di Gula Gul (?), vi è Las Vegas (quel che ricordo di Las Vegas) che cerca di rassomigliare ad Abu Dhabi. Di qua, resistono le bottegucce ritagliate nella lamiera con caschi di banane appesi a un gancio di ferro, ragazzi sfranti a cercano di farti entrare nel loro negozio, donne vendono imbuti di carta di patate fritte (tentazione alla quale so che cederò). Sono fuori tempo nella città smart. Oltre la frontiera, scompaiono i banchetti e le venditrici di tè.
Due giorni ad Addis Abeba. Ero preparato allo spaesamento, ma non all’inverosimile. In tre anni, un plotone di architetti, un esercito di carpentieri, muratori, equilibristi, fabbri, manovali, spaccapietre, ha trasformato una città polverosa e, a suo modo, africana, nel tentativo di una Disneyland dalle mille luci accese con giardinetti, parchi per bambini (ma dove sono i bambini?), marciapiedi vasti come piattaforme, lampioni pirotecnici, schermi da Blade Runner appesi ai lampioni, luci come fosse sempre Natale. Mi correggo, non è Dineyland è una città-Lego (almeno il suo nome) che, a notte, diventa davvero fosforescente…sono incredulo, forse stordito. Respinto, affascinato. Ci sarà un piano in questa impressionante urbanistica dove i grattacieli, con il buio, mutano pelle e sono colossi su cui si accende la bandiera dell’Etiopia. Chi ha visto Addis appena dieci anni fa, non riconoscerà la città e si sentirà smarrito. Le strade sono vaste come piste di decollo. Mi sento piccolo ad Addis. Temo di essere schiacciato da questi edifici.
Guardo scorrere la città attorno a me, ancora non mi sono deciso ad andare a piedi. Mi appare un teatro da fantascienza vuoto. C’è poca gente. Pochi passanti, almeno rispetto ‘ai miei tempi’ (come detesto questa espressione). Scomparsi i mendicanti, ne rimane solo qualcuno ostinato, forse troppo fuori di testa per andarsene oppure disperato da affrontare chi li vuole fuori da qui. Barriere di lamiere verdi, con disegni di giraffe, alberi, colline, fiumi, impediscono di vedere come crescono altri pezzi di città. Non c’è più Kazanchis, le antiche Case Incis, costruite dagli italiani per gli impiegati pubblici di un impero coloniale sgangherato. Non c’è più Piazza. Un tempo, Addis era una ‘città foresta’, lo è ancora, ma di cemento e vetro, un immenso Real Estate. I soldi cinesi sono stati una spinta decisa a avviare questo progetto. Leggo che, a maggio del 2019, il governo etiopico ha invitato a una cena nel palazzo di Menelik trecento uomini di affari e rappresentanti di compagnie internazionali per sostenere il progetto di una nuova città: un posto a tavola costava 173mila dollari.
L’immenso progetto si chiama ‘Sheger city’. Non sono riuscito a capire come posso tradurlo. Nome ‘carino’ per Addis? Non lo avevo mai sentito. Mi spiegano che così Addis Abeba è stata soprannominata dagli Oromo, la confederazione di popoli più numerosa d’Etiopia. Oggi, per la prima volta nella storia di questa Africa, sono loro al potere. E l’aggettivo è ‘beautifying’. Qualcosa come: ‘rendere più bella Sheger, ‘abbellendo Sheger’? Cosa significa bella? Cosa significa per un occidentale come me? Cosa per un architetto e un urbanista del più vasto altopiano africano? Cosa per un abitante di un quartiere di casupole di lamiera all’ombra dei nuovi grattacieli? Colpiscono: la geografia dei ‘giardinetti’ con panchine e giochini; i bagni pubblici che sembrano ricavati da ‘Perfect day’ e dalle geografie dei wc giapponesi; le luminarie notturne che cercano di dare geometrie futuriste ai led (in Puglia avremmo preferito un apparente disordine, ma qui prevale la supertecnologia); il deserto notturno, come se la città, almeno il suo centro, si fermasse per il buio; il quasi-deserto del giorno, o forse i camminanti dell’altopiano scomparissero nella vastità delle strade e dei marciapiedi. I vetri e il cemento (se è cemento) dei palazzi che si sfidano verso l’alto, si illuminano a notte (ma quanto costa tutta questa energia?) e ricordano una fiera dell’edilizia di questo millennio. Se stessi camminando per un ‘parco giochi’…ma sono in mezzo a una città. Cosa fa di un insieme di grattacieli (di media taglia, nessun azzardo da Abu Dhabi) una città? Cos’è una città? Come reagirono i fiorentini quando un architetto visionario cominciò a costruire il Duomo schiacciando le casette che vi stavano attorno? Non sono il giudice più imparziale. Se penso alle discussioni senza fine sull’urbanistica contrattata? Come sto diventando serio. Mi annoio da solo.
Se ho ben capito, Sheger è un anello di città satelliti (12 sub-cities, 36 distretti, 40 amministrazioni rurali) in cui andrà a vivere la gente costretta ad abbandonare le loro baracche che resistevano nel centro di una città senza centro. ‘Ogni cosa era situata a grande distanza da qualunque altra’, scriveva Evelyn Arthur Waugh, impagabile cronista inglese degli anni ’30. Cosa scriverebbe oggi? Che c’è Uber/Ride che puoi chiamare, che stanno cercando di risanare i fiumi che scendono da Entoto per trasformarsi in fogna, che vogliono turismo e affari, e, se mi affido al web, scopro che l’Etiopia ha vietato l’importazione di auto a combustione da quasi un anno (per strada mi diranno che il divieto non è ancora in vigore: dovrò controllare). E ancora: a giugno del 2024 è vietato l’uso dei sacchetti di plastica monouso (non me ne sono accorto, ma forse non ci ho fatto caso: ho comprato susine in un sacchettino di plastica). Mi sto perdendo, non so più cosa è giusto e cosa è sbagliato. Dove sono finiti gli abitanti dei quartieri di lamiera? Dove sono i poveri? L’Etiopia ha un pil procapite di 916 dollari. Ma, spiega la gente degli uffici statistici della Banca Mondiale, il ppp, la parità del potere di acquisto, sale a 1500/2000 dollari. ‘Costa poco la vita ad Addis’, devo spiegarlo a chi sta scavando a mano la trincea della nuova fondamenta di un altro grattacielo.
Un domanda che mi inquieta: la ‘filosofia’ che è alla base di questo progetto non è la stessa delle città europee? In fondo il centro di Firenze non appartiene più ai fiorentini, certo non potevano abbattere il duomo di Firenze come i piemontesi fecero con le casupole che si trovavano in quella che oggi è piazza della Repubblica, ma hanno consegnato il centro della città al turismo e al lusso.
Mi salvo dalla malinconia perché, dopo aver scavalcato pietre e muratori (nemmeno una passerella, bisogna fare un po’ di equilibrismo)lo, ritrovo le architetture velate dalla polvere del cantiere, del Finfine Aderash, mio antico ristorante, sopra le sorgenti di acqua calda che sono state l’alibi per la nascita della città. Shirò e gomen. Il sapore acido dell’njera. Le punte delle dita che si ungono. Non ricordavo come riempie l’njera.
A sera, poi, svicoliamo nel buio del club armeno. Unici clienti. La stessa ‘mante’, minestra di yogurt e menta con piccoli ravioli: ecco, Addis mi provoca questo strano effetto di ‘calma’. Irreale. Circondato da una nuvola, nonostante la città-Lego. Sono di fuori.
Per fortuna, a notte appaiono i cani. Anche loro hanno l’aria ripulita (non proprio). Ma, forse, Kapu non scriverebbe più che è ‘una città di cani, cani di razza diventati selvatici col pelo arruffato, divorato dai parassiti, propagatori di malaria’. Oggi sembrano quasi pettinati, incuranti delle nostre presenze, escono con il buio per reimpadronirsi dei marciapiedi, compiere scorribande, scopare, guardarsi con occhi luccicanti, cercare cibo. Di giorno li vedo sdraiati, sfiniti, con gli occhi chiusi, all’ombra di qualche muro. Un cucciolo ha la testa piegata in modo innaturale. Bande canine seguono i ragazzi che raccolgono i rifiuti. Sheger City prevede anche smaltimenti di rifiuti controllati. Devo spiegarlo a questi tre ragazzi che spingono un carretto colmo di spazzatura.
Sono proprio vecchio: qualche zabagna superstite, vecchissimo e infagottato in un cappotto blu, esiste ancora. La mancia per aver vigilato sulla tua macchina è di almeno venti birr. Il cambio del birr negli anni novanta era a sei birr per un dollaro e la mancia era di un birr. Oggi, ufficialmente, te ne danno 180 per un euro. Economia. Non era una scienza che doveva produrre il ‘buen vivir’ per l’umanità? Ragazzi con catini, scope e panni camminano ancora strada per strada per vendere questa mercanzia. La donna che pulisce i cessi del ristorante, con il suo grembiule marroncino, è rannicchiata in un centimetro quadrato e ti guarda mente vai a pisciare. Qualche vecchio e qualche vecchia si distende su un materasso lurido al riparo di un muro, non troppo lontano da una chiesa. Un ragazzo mostra un braccio amputato al finestrino di un’auto ferma al semaforo. Le donne che arrivano da campagne lontane, un bambino sulle spalle, e il gesto della mano protesa, camminano occhi a terra per le strada ancora sterrate. La nostra pelle bianca fa allungare il braccio in attesa di una banconota accartocciata. Dove dormi stanotte, ragazza? All’Hilton (non è cambiato di una virgola) controllano ancora con lo specchio il sottofondo dell’auto e un guardiano in giacca e cravatta si sporge nel finestrino per guardare cosa hai sotto i piedi. I soldati con i giubbotte antiproiettili. Il brusio incessante delle preghiere che escono dalla chiese ortodosse. È la vigilia di Timkat, l’Epifania ortodossa. L’antico albergo Taytu, il primo della città, è ancora in piedi, chiuso e in restauro, ma c’è, c’è. Ne sono felice. Un ragazzo con una maglietta splendida piena di croci dorate non vuole che lo fotografi. I ragazzi e le ragazze mi salutano sorridendo dalla soglia dei negozi: mano sul cuore. Rispondo con un inchino leggero.
Finalmente cammino, mi aggiro per una geografia di cantieri di quartiere. Tutto sembra pronto per essere demolito, ricostruito, cambiare forma. Un prete si accarezza il mento seduto su una sedia di plastica bianca piantata in mezzo al tumulto di uno scavo. Tre ragazzetti in mutande si lavano dopo una giornata a spaccare le pietre. Un vigile non aspettava altro che ci fermassimo per dodici secondi, senza scendere di macchina, con le cinture allacciate, per farci una multa da mille birr. Si prende la patente del mio autista e la tiene in ostaggio. E lo obbliga ad andare a pagare subito la sanzione nella prima banca. Ha la faccia soddisfatta quando gliela restituisce in cambio della ricevuta del pagamento. Due ragazzi agitano freneticamente le spalline mentre ballano una musica amhara. Compriamo davvero da una donna un cartoccio di patatine fritte. Le mangiamo usando le dita come una pinza mentre camminiamo nella polvere.

