Andrea Semplici
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Caminhos/Cominciare con i naufragi

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Recuperare il tempo. Che ore sono? La tachipirina ha fatto scendere la febbre. Che ieri sera aveva raggiunto i 39,5 gradi. Stamattina, momento del viaggio, era a 38,6. Beh, ora sono le 23.43, ora italiana, qui siamo in fuso orario diverso, quindi sono le 22.43. Se non ricordo male fu Franco a pretendere che la Spagna avesse il fuso orario come quello tedesco per compiacere Adolf Hitler. Non so questo jet-lag con i quali li spagnoli hanno convissuto per decenni sia stato addomesticato o meno. In Portogallo, di questa stagione, alle otto del mattino comincia ad albeggiare. La febbre è salita di nuovo, è scesa di nuovo.

Il grande poeta (solo da morto gli hanno riconosciuto onori e fortuna)

Il viaggiatore distratto, colpito dalla febbre, pensa che sia troppo tardi per scrivere. A Lagos ci siamo arrivati. È già molto. Il sud del portogallo. Abbiamo attraversato un paese di sughere, riarso da mesi senza pioggia. Ma adesso arriva il cielo grigio, forse un tempo di tempeste aspetta i nostri passi. Mi rendo conto: sono passati quattro anni dall’altro Cammino, ero quattro anni più giovane, l’arteria non si era lacerata, ora ho un femore tenuto assieme da polvere di titanio e quattro vertebre fratturate, ho perso cinque centimetri di altezza (addio a una brillante carriera di playmaker) e mi ostino a portarmi dietro un mac (un chilo e mezzo, forse più) e una macchina fotografica. Oggi ho tolto dallo zaino un altro golf. Qua fa caldo.

Le scalinate di Alfama

B&B di Lagos, casa del Faro (da evitare, nessuna attenzione, nessuna accoglienza, chiavi anomime, come si usa oggi). Il viaggiatore distratto ha nostalgia del B&B dove ti accoglievano con le chiacchiere e un bicchiere di vino. Altri tempi: chiavi presso un’agenzia immobiliare, non vedi nessuno, non conosci nessuno. Una casa spezzata in cinque camere. Senza attenzioni: nessuna luce per leggere a letto, nessun tavolo, nessuna sedia. Inadatta a uno straccio di vita sociale. Promettono di portarti la colazione domattina. Sono rimasto a letto tutto il pomeriggio. I primi passi sono immobili, adesso la tachipirina fa il suo effetto, test Covid negativo, cielo grigio.

Pasteis do Belém

Ma il cielo di Lisbona era smagliante. Il gioco dell’oca dei trasporti (bus, metro, tram) uno spasso. Google come unico suggeritore. Non si chiedono più informazioni. Per fortuna, Google mi spiega che la lingua parlata a Lagos, grande sud del Portogallo, è lo yoruba. Bellissime le stazioni della metro di Lisbona. Popolazione creola. Quartiere di Chelas, solo ora leggo che è un quartiere ‘difficile’. Andiamo a trovare i frati. Potevano essere solo qui. Un tempo quartiere di baracche. Ora ci sono palazzi, case piccoli, abitato da immigrati. Dalle colonie, dalle regioni più povere del Portogallo. In cerca di un’altra vita. Non ho avuto questa impressione. Colazione in un piccolo bar. L’acqua offerta sul bancone. Polpette di baccalà. Mi appare un buon quartiere Chelas.

La coda per San Geronimo

Al capo opposto, lo splendore del Monastero dos Jeronimos. Il mondo dei turisti, attratti dalla meraviglia. Lunga coda per entrare, sole che scalda cuori e pelle. Ecco i sepolcri (forse sono vuoti, mi dice Josè) di Vasco de Gama e del poeta Luís Vaz de Camões, una vita avventurosa, segnata da dolori e viaggi, povertà e grande scrittura. Vorrei saperne di più. Wikipedia me lo paragona a Dante e Skakespeare.

Josè mi avverte: le architetture della chiesa (colonne esili, un tetto lassù a trenta metri di altezza, un infinito lavoro di decoro) turbano ‘la pigrizia dello sguardo’ e lo stimolano. Ha ragione: si rimane per ore a cercare i dettagli di questo capolavoro.

Mi soprendo a scoprire una app (una app?) che permette di accendere a distanza, ogni volta che si vuole, una candela in onore di una Madonna sontuosamente vestita.

C’è tempo per i pasteis de Belém. I ragazzi pasticceri vanno in automatico, fuori la coda è una fisarmonica.

Ieri sera, ricordo: all’aeroporto i tifosi festanti del rugby: per la prima volta, i portoghesi hanno vinto una partita nei tornei del campionato del mondo. Hanno battuto le Figi per un punto. E io pensavo che avessero vinto il titolo. Un uomo cerca di spiegarmi e a un certo punto si mette a piangere. Lo abbraccio, ci scambiamo i pugni.

I vecchi abitanti della casa?

Il quartiere di Alfama, le sue scale, nascondiglio per baciarsi toccarsi. Le case voglio sfiorarsi, a volte negano la luce, c’è un’aria cosmopolita e popolare. Ci sono i calzolai e i food per turisti, ferramenta e wine house. Ci sono mondi che cercano una convivenza. Tutto, nelle poche strade che abbiamo percorso, ha un aria di accoglienza, di mosaico, di allegro mischiarsi di lingue, pelle, idee, corpi, confusioni. Arroz con pulpo, immancabile baccalà. ‘Sono stato nel quartiere di Alfama, ma Alfama non sa cosa sia’, mi lascia scritto Josè. Sullo stipite di una porta chiusa da anni, al posto del numero civico, è stata murata una mattonella con una foto. Un uomo e una donna, in là con gli anni. Il viaggiatore distratto crede che siano i vecchi abitanti di questa casa. E li saluta.

E poi c’è la lunga coda per un panino con la bifana. Il celebre Afonso.

Non abbiamo assaggiato la bifana di Alfonso. Peccato.

Non riesce salutare come vorrebbe i suoi ospiti. Si rifugia in un letto a smaltire, senza successo, la febbre. Riso in bianco. Si fa così. Bere molto. Poi ci accompagnano, con la lucente macchina rossa fino a Sette Fiumi, Sete Rios, un capannone dove è possibile ogni delitto. Grandi bus della Rede Expresso. Bus ipernuovi. La febbre nasconde il viaggio, dormo, mi risveglio ogni tanto per un paese da savana di sughero. L’Algarve arriva in fretta. Qui si parla più inglese che portoghese. L’aria di un luogo perditempo e lontano. Per chi ci ha pensato in tempo e ha avuto la fortuna di nascere nell’Occidente del mondo.

Abbracciarsi alla stazione

 

 

 

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