Caminhos. Lagos-Luz/Lo stesso sole di altre terre vicini, lontane.

Perché mi metto a scrivere dopo le dieci e trenta di notte? Per pigrizia, per recuperare la stanchezza del primo giorno, perché fuori c’è l’oceano e un silenzio perfetto. Perché temo che in questo cammino non ci saranno luoghi ‘comuni’ nei quali sentirsi trascinato a scrivere o, meglio, a godersi la serata. Esco a guardare l’oscurità dell’oceano e lontano le luci del villaggio. Sono le poche finestre ancora accese dei residences. Ma posso pensare ai pescatori.
Come va? Le gambe hanno retto. Le mie, e quelle di Daniela. Abbiamo usato un trucco, io non ne avrei avuto il coraggio, merito di Daniela: abbiamo affidato gli zaini a Domingo, per tredici euro ce le ha fatte trovare in questo sterminato resort (vi lascio il suo telefono, di Domingo, caso mai: 917814226). Non vi era altro posto nel quale dormire. Belver Porto Dona Maria Resort. Chissà a chi appartiene. Per portarci alla nostra casa, bisogna viaggiare su una minicar da campo di golf. Nessuno che ci parli in portoghese. Non devo parlare questa lingua, qua. Vedo solo beach, pub e fisherman. Josè me lo fa notare subito: ‘Inutile che saluti con Boa Dia, loro ti rispondono Good Morning’. La sola lingua che ascolti è l’inglese. Due ragazzi in bicicletta sono francesi. E poi c’è uno spolverio di lingue ignote al viaggiatore distratto. C’è un canadese che parla italiano. ‘L’Algarve è la terra del portoghese tale e quale non si parla’. Leggo e rileggo e mi va bene questa curiosa grammatica di Josè. Mentre sto per andare a letto in un Resort e ho voglia di un glass of wine.

Qua è estate. Si va al mare. E penso che mi voltassi verso il sole (oggi magnifico) che sorge e tracciassi una linea retta attraverso il Mediterraneo mi troveri dritto dritto in Israele, in Palestina, a Gaza. Pensiero che non condivido: la fortuna di nascere in questo occidente. Guardo il sole.

Metto in funzione wikiloc alla chiesa di sant’Antonio di Lagos. In fondo, io sono qui perché cerco di incontrarlo. E qua lo trovo avvolto in una magnificenza che stordisce. Josè, al solito, mi aveva avvertito: ‘In quella chiesa gli intagliatori hanno perso la testa: tutto quanto il barocco ha inventato si trova qui’. Attorno al Santo. In questa chiesa sfolgorante di ori il viaggiatore distratto si perde in un girotondo. Se Josè sa dove posare lo sguardo, il viaggiatore si smarrisce. Ogni dettaglio lo attira o lo confonde. Non sa cosa fotografare. Decide che qui bisogna tornare. In quanti posti bisogna tornare. So anche quando: il 13 di giugno, di un anno che verrà, il solo giorno in cui un prete, ne sono certo: intimidito dallo sfolgorio, dirà messa. La chiesa di Sant’Antonio oggi è un museo, un bel museo.

Lasciamo gli ormeggi dopo aver ringraziato la custode di questa chiesa. E camminiamo nella città costruita per i turisti. Sta appena svegliandosi e offrendosi pan y mantequilla (magari: eggs and bacon). Niente pasteis quaggiù, niente bifanas. Noi siamo delusi dal sacchetto di pane morbido e uno yogurt cattivo che ci hanno portato come breakfast. Cafè de manha, mi dice il traduttore. Comincio a segnarmi le parole guida. Credo che sia almoço.

Risaliamo il lungo canale, seguiamo la linea dell’oceano, un azzurro sfavillante, i segni quasi timidi, dai colori tenui, scelti per non intromettersi nel paesaggio, ma ben fitti, della Rota Vicentina. Mi tengo a distanza di sicurezza dal ciglio della falesia. E subito arriva Tom. E Rim. Uomo e cane. Tom è di Amburgo. Barba da profeta, occhiali, rughe sulla fronte, occhi felici (sei felice, Tom? Dove dormi stanotte, qua non riesco a vedere un posto per te). Sei in cammino da diecimila e cento chilometri. Ai cento ci tieni. E quindi tu saprai dove stare stanotte. Indossi un cappello da tirolese e impugni un bastone che hai curato, levigato e protetto per tutti questi tuoi passi. Allora è possibile. Quanti anni hai? Posso venire con te? Ci salutiamo, il tuo sorriso, non ci vedremo mai più.

Siamo sulla rotta di chi vuole raggiungere le spiagge. Cartelli avvertono del pericolo degli smottamenti, nessuno sembra farci troppo caso. Hanno costruito un strada di passerelle in legno. Aggiriamo la bellissima praia di Pinhao: ma chi ha dato il permesso a un riccastro senza decenza di costruire quella casa a guastare il paesaggio. Beh, non è il solo: qui attorno l’industria è il turismo che si accoppia con l’edilizia. Gli architetti trovano committenti generosi e si sbizzarriscono in geometrie da cocktail serali. Questa costa, immensamente ardita, è solo lo sfondo per terrazze e finestre per consentire agli immobiliaristi di alzare i prezzi. E’ rimasto solo Tom fra gli hippies? Gli hippies sapevano scovare posti da eccitazione e aprivano il cammino alle ruspe. Per qualche anno se la sono goduta.

La marcia dei turisti raggiunge la Ponta de Piedade. Oramai ci abbiamo già fatto l’abitudine, tutto ‘bellissimo’, potente, perfetto. Mi piacerebbe essere qui, al faro, in un giorno di tempesta. Le passerelle consentono di sporgersi sopra ogni insenature, grotta, arco di pietra, discesa a rotta di collo. Ognuno promette all’altro: ‘Facciamo un giro in barca’. Passano pochi ragazzi con gli zaini. I camminatori qui sono pensionati ben in forma e anziane coppie che si chiedono chi glielo ha fatto fare. Verso Ovest appare la formidabile falesia che ci condurrà a sfiorare il cielo e a raggiungere Luz. Scendiamo fino alla spiaggia di Porto de Mos. Panino al tonno, in un bar con basse cameriere peruviane. Poi è solo salita. Un ragazzo con uno zaino ci sorpassa. I camminatori si diradano. La scogliera ci vorrebbe invitare a volare. Poi ci fa vedere il suo colore nero: la Rocha Negra, affioramento granitico, ai confini dell’oceano, eredità di un eruzione antica di settanta milioni di anni. Una ragazza si affaccia per godere del panorama. Cammina da sola. ha gambe solide.

Adesso sotto di noi è Luz, altro paese del turismo. Case strabelle, che, messe assieme, non riescono a fare villaggio. Le guardiamo dal cielo. C’è un vistoso cippo geodetico bianco e poi il sentiero crolla. Io di lì non scendo. Non scende nemmeno una ragazza francese in bicicletta. Cosa possiamo fare? Alla fine, Daniela mi prende per mano, io guardo a destra e scavalco i quattro metri di vuoto e, sul sentiero ripidissimo, incontriamo un ragazzino che spinge in salita la sua bicicletta. Mi viene voglia di chiamare la ragazza francese. Ehi, ce la possiamo fare. Grandioso il ragazzino: lo troveremo ancora, è salito fin lassù, solo per buttarsi in giù lungo il sentiero pieno di pietre e gradini. Scendo anche io. Ecco Luz. Nome che fa onore al luogo, ma io non farei costruire muri così alti a nascondere le case di chi qua viene in vacanza.


Finale inglorioso e tenace. Il Resort è lontano, almeno altri due chilometri. E poi c’è il viale d’accesso, altri ottocento metri, poi c’è la burocrazia e una mappa che ci dice che la nostra ‘casa’ è la 112: sul bordo dell’oceano e un chilometro più in là. L’uomo capisce, io mi incammino, e lui fa arrivare un auto da campo di golf per trasportarci fino a casa. Quindici casette, un po’ invecchiate, attorno a noi: solo due hanno l’aria che ci sia qualcuno. Scopriamo che abbiamo da mangiare un’arancia e mezzo panino avanzato dalle peruviane. Nessuno voglia di andare a cercare un ristorante. I bar del resort hanno chiuso alle cinque. Però c’è la vasca da bagno…

