Terranova/L’ultimo albero

Per dieci giorni, ho inseguito alberi. Gli ultimi alberi di questo lungo viaggio nelle Grandi Feste delle montagne della Lucania. Ha ragione Franco Arminio: più ti avvicini a questi paesi attorcigliati sulle montagne e più te ne allontani. Viaggio da Accettura a Rotonda, cammino dietro ai buoi che trasportano cerri e abeti, corro per non essere travolto dai ragazzi che portano in spalla l’agrifoglio che è Cima, e guardo con emozione uomini che, a mani nude, sollevano (‘alzano’) un tronco di quaranta quintali solo per il gusto di farlo. Gesto di spavaldo orgoglio a Rotonda. Ad Accettura, invece, costruiscono un complesso sistema di paranchi per innalzare l’albero più alto di queste feste e poi quattro uomini lo scalano senza alcuna difesa. Adrenalina pura. Venite a queste feste se volete la più clamorosa delle smentite: in questo Sud si fatica da matti, in ben pochi altri luoghi sarebbero capaci di fare quando fanno questi uomini e donne in questi giorni di follia.

Scavalco il Pollino, da Rotonda a Terranova, per andare a trovare il mio ultimo albero. Facciamo la strada della montagna. ‘Montagna corale’: non ha vette, cime, picchi. E’ una geografia che disorienta chi vi si avventura la prima volta. Ci perdiamo per stradelli senza indicazioni. I navigatori non aiutano. A volte siamo in praterie caucasiche, altre volte percorriamo altopiani mongoli, ci avventuriamo in piccole strade che non dovrebbero condurre da alcuna parte, ma poi sorprendono e ci lasciano in radure tirolesi (con le fontane in legno, le staccionate, i bar isolati con i gerani, i cartelli del Parco). Ma, subito dopo, si infilano in foreste di faggi e abeti dove il sole non filtra. Sfioriamo la Madonna del Pollino. Qui bisognerà andare prima o poi. Infine, ecco il versante orientale della montagna. Le terra della musica. Degli organetti, delle zampogne, dei tamburelli. Ecco i casali sparsi della Casa del Conte. Ma non c’è nessun nobile da queste parti: mi raccontano che qui si contavano le pecore prima di salire ai piani del Pollino. Transumanze.





Terranova non si attorciglia, si allinea al costone della montagna, si allunga come una cintura di stoffa. Va da Sant’Antonio a San Vito. Santi a segnare una urbanistica di montagna. Poco più di un chilometro. Gli uomini dell’albero, in questa mattina appena cominciata, sono già al lavoro. Poche persone: Enzo, Salvatore, Ciccio, i boscaioli della pita, il fotografo Antonio, Nicola….i risvegli sono lenti. L’albero (l’abete, la pita) aspetta da due settimane il giorno di Sant’Antonio. L’ultimo sabato di Maggio era stato tagliato nei boschi di Cugno d’Acero, poi aveva viaggiato per tutto il giorno fino ad attraversare, in trionfo, il paese: ora dovrà essere alzato fra alberi fratelli nel piccolo giardino di fronte alla chiesa di Sant’Antonio.
C’è già la banda di Oriolo a percorrere il paese.

Lavoro lento. Colpi di accetta, brusche accelerate con la moto sega. Si scoperchia la fossa nella quale l’albero dovrà scendere. I più vecchi ricordano: ‘Trent’anni fa, portammo un albero lungo ventiseimetr’. Arrivano i ragazzi. Mi dicono: ‘Fino a pochi anni fa, chi portava giù l’albero dai boschi era considerato un ciute, un grezzo, un tamarro. Ora è diverso: vi è passione attorno alla festa’. Colazione su un muretto: frittata con salsiccia e verdure, pizza, vino aspro, formaggio. I rituali del cibo hanno la certezza delle abitudini.
Si discute sui lavori. Si preparano le corde, il fil di ferro per innestare la cima. L’albero torna a essere unico. E’ il solo paese dove cima e pita provengono dallo stesso albero. Mattinata lenta e bella. Di chiacchiere. Il paese sale a incuriosirsi del lavoro degli uomini. Ci vuole abilità per lavorare l’albero. Un ragazzo azzarda sociologie: ‘C’è uno strano patto: gli ‘intellettuali’ scoprono la festa e si mischiano alla gente che sa del lavoro nei boschi’. Non c’è chi comanda, qualche gesto da chi ha più esperienza, ma la festa qui è storia collettiva. A Terranova, perfino i bambini sono coinvolti. Tirano l’albero, scalano la piccola pita, portata in paese per il loro coraggio.




Messa di mezzogiorno. Il Santo esce dalla chiesa madre, prete argentino in testa. Con il nuovo sindaco, i forestali e i carabinieri. Tavoli con tovaglia bianca ad aspettare fra i vicoli del paesi. I paesani in attesa, le porte di casa aperte, i dolci, le crespelle, il vino e l’aranciata. I soldi in mano per essere messi nella cassette delle elemosine. Un santino in cambio. Il saluto del prete. Una donna indossa il saio francescano e offre dolci alla castagne. Sfiora, con occhi umidi, la statua del Santo. La processione sale fino all’albero. Fino alla chiesa che porta il suo nome. La banda si affatica sotto il sole. Mi salutano, ho già visto la loro musica sotto la pioggia di Alessandria del Carretto.




Il pomeriggio sono le ore dell’innalzamento. Ora il gioco è serio. Enzo, maglietta bianca senza maniche, basco alla Guevara, controlla le corde, ora sì c’è bisogno di qualcuno che sorvegli, che indichi direzioni, che rassicuri. L’albero è alzato a mano. Non so come avvenga, mi appare sempre un miracolo. Puntelli di ferro, antiche traversine a fare da appoggio. Poi legni a forca per tenere in equilibrio il legno, uomini a controllarne la simmetria con corde laterali, infine scale, dall’aria cigolante, per le ultime spinte. Arriva la musica. Non c’è festa senza orchestra di suoni. I musicisti cercano l’ombra per le note delle zampogne e degli organetti. Arriva mastro Beppe con la sua bottiglia. I vecchi siedono sulla panchina.




Enzo è un folletto. Vola di corda in corda, osserva i movimenti dell’albero, accorre a tirare l’ultima scala. Un ragazzo dall’aria esperta ha funi da alpinista e tira su l’ultima scala. L’albero si alza centimetro dopo centimetro, un passo dopo l’altro. Fatica e divertimento. Incastri di uomini che, alla fine, si trovano tutti uno addosso all’altro. Salvatore sorveglia la coda dell’albero che scivola nella fossa. L’albero si obliqua, sale ancora, torna verticale, sorpassa i suoi fratelli, si raddrizza, trova orgoglio, gli uomini stringono i denti, spingono ancora più forte. Il nuovo sindaco, appena eletto, si dimentica della sua giacchetta e cravatta e va a spingere sotto l’ultima scala. Proprio accanto al suo rivale. Fino a dieci giorni fa se ne erano dette di tutto i colori, ora sono là sotto. Assieme. La festa è anche questo: in qualche modo aiuta a comporre litigi e dissidi.






L’albero è in piedi. Ora c’è gente, c’è musica. Ma tutto è avvenuto con normalità. Si alza, di fianco al campanile, anche la piccola pita. Albero di dieci metri. Qui saliranno i bambini. La Festa è anche loro. I ragazzi cominciano a scalare l’albero. Appare un gioco, non c’è ancora la destrezza di chi vive nei boschi, alcuni si fermano a metà, qualcuno arriva in cima appeso a corde di sicurezza. Il gioco va avanti fino a notte.














Un ragazzo è venuto da Potenza perché ha la tesi sui riti arborei e fa domande complesse. Mastro Beppe cerca risposte: ‘Perché lo faccio? Io amo tutti i santi’. E ancora: ‘La festa è una famiglia’. La festa è frammenti di conversazioni serali, donne che guardano salire i loro figli, uomini dalle braccia conserte, musica, cibo nei magazzini, vino in piccoli bicchieri, notte che scivola davanti alla chiesa, lampioni che si accendono, non c’è un vero finale. Non ricordo come sia finita. In un angolo vengo sorpreso da un Seicento targata Potenza. Mi resta questo fotogramma nella testa. Chiedo: ‘Quando tirate giù l’albero?’. ‘Il più tardi possibile’. Enzo rolla una sigaretta. E offre l’ultima birra.




Il cielo di Terranova ha il colore del cobalto, le montagne insistono a essere verde scuro. Davvero non so come sia finita la festa. L’ultimo albero. E ora?


E poi, giorni dopo, scopri che anche ad Albidona e a Gorgoglione hanno questa folle abitudine di far viaggiare gli alberi fino a tirarli su…

sei proprio del nord
(come l’aspirazione di franco arminio, quindi)
E’ vero, e non so come fare…..non imparo nemmeno la lingua
Complimenti siete stati bravissimi belli immagini auguri.Cordiali saluti Pasquale Ciminelli
Grazie, Pasquale
È un rito bellissimo. Lo ritrae anche il film “le quattro volte” .
Grazie, Stefania….film bellissimo, di Michelangelo Frammartino…
Foto stupende…sembra che Lei faccia vedere qualcosa che non si vede ad occhio nudo delle persone che conosco… insomma la loro parte migliore facendola diventare mito in qualche modo.
Ciao, grazie a te…sai, uno ‘straniero’, come io mi sento nelle vostre terre, vuole vedere ciò che vuole vedere. Io guardo la parte migliore, so che c’è, vengo nei giorni della festa, guardo i ragazzi. Adesso che sono qui da un po’, vedo anche l’altro. Ma credo davvero che ci sia del ‘mito’ in questi paesi. E, in fondo, è questione davvero di ‘punti di vista’. E’ che io vorrei ‘partecipare’, ma questo non sarà possibile. Grazie ancora, spero che ci rivedremo