Viaggio nel terremoto.4/Il tetto della stalla

Vado ad Accumoli. So che non è rimasto nessuno lassù. ‘Mezzo paese sta scivolando su un pendio’. Ordine di sgombero, cinque mesi fa: ‘Sono al mare. Hotel Relax’. Alzo gli occhi a questo nome e quasi sorrido. ‘Volevamo che me ne andassi – racconta Giorgio – E le mucche? Io vivo per loro. Non le lascio’. A leggere i dati ufficiali, Accumoli ha poco meno di settecento abitanti. Sono rimasti, nelle frazioni, in quarantotto. Otto a Terracino, tre allevatori. Fra cui Giorgio. Terracino è paese lontano. Sotto il crinale dei Sibillini. Il vento può essere feroce, il freddo, il silenzio. Il tetto della stalla di Giorgio è crollato con la neve impossibile del 18 gennaio che venne con un nuovo terremoto. Cinquanta vacche hanno passato le settimane del gelo siberiano senza un riparo. Il tetto della stalla è in eternit. Giorgio, sua moglie, il figlio sono in container accanto alle loro stalle. Nei finesettimana vanno a prendere altre due figlie all’Aquila e si affollano. Ci sono i fiori gialli, un televisore, un pappagallino, le zeppole sul tavolo. Giorgio, 54 anni, ha al collo una collanina hippy di perline. Non se la toglie da trent’anni.

Agnese dorme vestita. Giorgia e la sua amica hanno spostato il letto vicino alla porta. Sono le figlie di Giorgio e Annarita. Studiano a L’Aquila, cinque giorni la settimana vivono là. Paura è una parola-guida. Sono sismografi viventi da queste parti: stanotte scossa appena superiore al terzo grado. Non ho sentito nulla, loro ci scherzano sopra.
Si impara una nuova lingua: coc, map, cas, coi, ccr, pass, sae, ccr…non si dice vado in comune (che non esiste più), ma vado al coc. Passione autentica per le sigle. Antropologia delle parole. Gioco dell’oca degli uffici. Leggo un decreto e non ci capisco nulla.

Vado a L’Aquila. Impalcature per tutto il centro storico, business della ricostruzione. Hanno riaperto gioielliere e negozi di lusso. Il mercato di piazza del Duomo è stato spostato, via dal centro. Lina, geografa urbana, ha ‘mappato’ i cambiamenti sociali dopo il terremoto. Le parole guida qui sono: disorientamento, dispersione, frammentazione. Nessuno va più a piedi. Troppo distante il lavoro, la scuola, i luoghi del tempo libero. Altre parole- guida: ancora paura, insicurezza. Il questore si sgola: i furti sono diminuiti. ‘Sai quale era un grande desiderio nei mesi dopo il terremoto? – mi chiede Lina – Una mela fresca. Nessuno ha ascoltato quello che la gente chiedeva, nessuno ha tenuto conto dei loro bisogni’.
Il terremoto ha accelerato processi di solitudine, di spopolamento. La gente va via dall’Italia interna.

Torno ad Amatrice. Non so cosa mi prende. Lungo la strada, vedo un piccolo supermercato. Mi fermo. Compro insalata, due pomodori, radicchio, focaccia per le mie vicine di container. Non ci sono negozi ad Amatrice. Si continua a mangiare tonno, fagioli e ceci degli aiuti. ‘Non ne possiamo più’.

A tutti dico: ‘Non c’è il pane ad Amatrice’. In sette mesi non è stato possibile riaprire un forno, non è stato concesso, non ne capisco le ragioni. Mi dicono: il sindaco ha vietato il commercio ambulante. Non possono venire ortolani con i furgoni a vendere verdure. Ma ci sono due tabaccherie (si fuma molto, più di prima), ci sono le banche dentro un container. Fatemi grazia: la banca ci vuole, ma cosa capisco? Che una banca è più importante del pane.

La condizione di quell’allevatore è comune a tutti gli altri che sono rimasti nel comune di Accumoli, che comunque resistono in silenzio, senza compiangersi e senza apparire alla ribalta della stampa.
So bene che è una condizione comune, quell’allevatore (che non si compiange e resiste in silenzio) non ha fatto nulla per apparire sulla stampa (ammesso che io sia stampa). Io ho girato per quel che ho potuto e racconto le situazioni che ho incontrato (il più delle volte per caso). Grazie per il tuo intervento.