Andrea Semplici
In evidenzaItaliaRacconti di viaggio

Vuelvo al Sur/1

Ancora vuelvo al sur? Sei fermo al tango? Lo hai già fatto anni fa e aveva un senso, ma oggi…

Il cielo si è finalmente abbassato sulla terra. Non siamo più abituati ai cieli di pioggia. A pensare a quello che è successo nelle ultime settimane non sappiamo come difenderci dalla pioggia. Stamattina, su Firenze, piove. Una pioggia fastidiosa. Non è tempesta, non è pioggia ‘inglese’. Piove senza fantasia.

Vado al Sud. E allora perché sul cellulare (devo scrivere ‘smartphone’?) ho un biglietto bicolore che mi conduce a Padova?

Perché non amo i viaggi lineari (questa è la versione letteraria: ho ragioni imprudenti per andare al Sud passano dal Nord).

Due ‘grandi’ (basta con la parola vecchi) sulle strisce pedonali della stazione. Hanno entrambi la stampella. Uno a destra, e lei a sinistra. Si sostengono. Conosco quello sguardo: non ti senti sicuro sulle gambe che sembrano scivolare sull’asfalto. Mi colpiscono, come mi impressiona chi ha difficoltà a camminare: è come uno specchio. Mi rifletto. E un sentimento indicibile quando seguo con lo sguardo i ragazzi che scivolano via come antilopi.

Salgo gradino per gradino la scala della stazione. Non mi sono mai preoccupano di sapere se c’è (ci deve essere) un ingresso zoppicanti (Michelucci ci avrà pur pensato).

I treni da Torino hanno un ritardo di cinquanta minuti.

Un ragazzo nero, prima di me, viene fermato al controllo-biglietti. Io passo senza che qualcuno mi degni di uno sguardo. Il ragazzo, con parole sacrosante, ha da ridire. E mi indica. Comincia un battibecco con il controllore. Un suo superiore (si definisce ‘dirigente’) intuisce la malaparata e capisce che il controllore ha pestato una merda. Si avvicina al ragazzo e cerca di spiegare. Chiede scusa e cerca giustificazioni: ‘Facciamo dei controlli casuali’. Quando c’è poca gente, controlliamo tutti, ma oggi…Il ragazzo nero bofonchia, non è tipo da farsi prendere in giro, ma capisce la situazione. E l’imbarazzo del ‘dirigente’. Io che do del ‘tu’ a tutti, mi secca che stia dando del tu al ragazzo. Alla fine l’uomo delle ferrovie ritiene di aver fatto abbastanza. Si salutano. Il ragazzo corre al treno.

Due ragazzi, seduti su una sbarra di metallo (non ci sono né sedie, né panche alla stazione di Firenze: si aspetta in piedi, guardando i quadri luminosi), mi vogliono cedere il posto. ‘Perché oggi tutti vogliono cedermi il posto?).

In treno, un uomo mi aiuta a metter se il mio trolley. Ho davvero paura a muovermi con trolley, borsa e zaino. L’uomo mi spiega che è salito al volo in treno: aveva un biglietto per un altro treno, uno di quelli con cinquanta minuti di ritardo. Questo treno è semivuoto.

Mentre la Padania dà il meglio di sé in quanto a grigio, mi preparo per tempo. Con coraggio, faccio precipitare il trolley dallo scomparto e lo vedo fuggire per il vagone. Lo recupero, deve essere una scena comica. Mi siedo, aspetto, i treni vanno troppo veloci per il mio equilibrio. Sbando. E davvero mi sento in barca e le gambe non mi sorreggono.

Un uomo (della mia età) gioca in maniera compulsiva a un video gioco. Una macchina che corre nel deserto e salta sulle dune. Ne sono affascinato. E poi penso: oramai social e videogiochi sono arte senile.

Una ventina di persone si assiepano alla discesa dal treno. Ci mettono del tempo. Arrivo io agli scalini. Devo fare attenzione: un gradino e poi il trolley, la borsa mi scivola dalla spalla, la riacciuffo, sono solo tre gradini, sono sull’ultimo, faccio ancora un passo. Le portiere suonano e si chiudono. Sul mio naso.

Panico. Non mio, ma delle due ragazzine dietro a me. Gridano. ‘Bussa, bussa’. ‘Busso a chi?’. Una ragazza da fuori cerca di riaprire la portiera. Niente da fare. Il treno riparte. Le ragazzine quasi piangono. Io cerco di recuperare un equilibrio con il treno in movimento. Vorrei chiedere un aiuto, non riesco a girarmi, sono con il viso contro la portiera. Le ragazzine se ne vanno arrabbiate. Andiamo a Mestre. Io mi aggrappo ai maniglioni. Posizione scomodissima. Sono un arcangelo senza ali e il trolley minaccia di cadere. Passa il controllore.Dico:  ‘Non aspettate mai?’. Frase scema, non me n’è venuta una migliore. ‘Siamo stati fermi a lungo’. L’algoritmo delle fotocellule non mi ha aspettato, ha deciso che non c’era più nessuno.

Il controllore non mi aiuta a risalire dal gradino nel quale sono incastrato e non voglio mollare i maniglioni. ‘Non le faccio pagare il biglietto’. Credo di essere rimasto stupito e di non aver capito. Lui si accorge di aver detto una cazzata e se ne va. Gli sussurro dietro: ‘Non mi fa pagare nemmeno quello di ritorno?’.

A Mestre riesco a scendere in tempo. Con il fiato sul collo delle ragazzine che se potessero mi spingerebbero via. Sono sulla banchina e sento il terreno oscillare come se ci fosse il terremoto. Le ragazzine corrono. Io guardo il quadro dei treni su un televisore. Penso: ‘Ci vedo. Leggo’. Ho un quarto d’ora. Questa volta farò il clandestino. Salgo e scendo dai binari in ascensore.

Per fortuna, i regionali non hanno gradini per entrare nel vagone, ma estraggono una miracolosa passerella. Eccomi a Padova.

Esitazione. No, non prendo la tranvia, tantomeno vado a piedi. Ho troppi pesi sulle spalle, e le scarpe se ne vanno via. Taxi. Mi capita uno simpatico. Voglio sapere come funziona il sistema delle chiamate. Lo invito a nozze. Mi racconta di algoritmi, di sviluppatori, di google, di incastri: ‘Entro breve non ci saranno più centralini umani’. Ecco, appunto. Ma poi sorride quando ricorda che Google spedì una settantina di ragazzi a Este per un concerto di Vasco Rossi. Che, invece, era a Padova. Io gli racconto di come le calli veneziani fanno aggrovigliare perfino Google.

Prima tappa. Faccio in tempo a vedere il pianto di Ronaldo e la felicità di Walid Regragui, allenatore da quattro mesi del Marocco.

Vale la pena raccontare questa storia?

 

 

 

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