I cammini dell’Istria.4/Montona-Casa della Grofica (Kringa), la strada dei piccoli paesi (con sorpresa finale)

Ricordo un’intervista di Sergio Zavoli: durante un ‘processo alla tappa’ al Giro d’Italia (questa è una storia che solo chi ha la mia età può capire) ascoltava il racconto del corridore che arrancava in coda al gruppo, era l’ultimo in classifica, indossava la ‘maglia nera’. Ogni volte che si saliva, lui rimaneva indietro e vedeva gli altri andare via. Fu un’intervista dolce. Non ricordo chi vinse quelle tappa, ma quel corridore l’ho bene in mente.
Ricordo Vasco Rossi. Cosa cantava? ‘Voglio una vita spericolata’ o ‘Vado in Messico’? Arrivò ultimo in quel San Remo di mille anni fa. Ma tutti noi ricordiamo lui, mica chi vinse quel festival.
Questo per dire che mi sento tranquillo quando il cammino comincia a salire e Carla e Daniela si staccano, il mio passa rallenta e ben presto veleggio mezzo chilometri più indietro. Senza nessun pensiero a girare. Deve essere questa la meditazione. Mi piace sentire la fatica salite lungo le gambe.

Le vesciche stanno bene, il farmacista ci da cerotti e crema antibiotica. Un grido quando stacco la maglietta dalla spalla, ma tutto va a posto. Ho il mio cerotto e lo spallaccio preme con la sua tenerezza. Come Kevin Kostner quando si mette lo stivale sulla gamba ferita e va a correre davanti ai sudisti.
Cambio scarpe, cambio mutande, cambio maglietta, cambio calzini. Sono tentato di cambiare anche la camicia, mi fa fatica farlo. Il camminare ha questa dote, aiuta a scavalcare i malumori. Li ripiego con cura, ne faccio un tovagliolo e lo spingo dentro un sacchetto. Li ficco fra il ‘sudicio’. Che dovrò lavare. Intanto che stiano in fondo alla zaino.
Insomma, lasciamo Montona per la scalinata di pietre, paese deserto, Disneyland si alza tardi, per fortuna il farmacista è lì dalle sette e parla italiano.

Poi è asfalto. Sì, questa tappa è sull’asfalto. Non è spiacevole, è bella, moribida, lievi saliscendi, una campagna smagliante, una primavera che ha desiderio. C’è anche il tempo per il caffè accanto a una mietitrebbia. Si sale, io arranco un pò, ma ho le gambe allenate da ieri. Montona cerca di illuderci con la sua bellezza. Il castello vorrebbe richiamarci. E io: ‘Fai tornare gli abitanti’. Incorreggibile, i ragazzi del paese hanno una stagione di lavoro davanti. E non lasciano le campagne: le vigne sono ricchezza per questa terra. Se potessi dambare ‘le cose’ che presente vorresti per Montona?
Andiamo. Per vigneti, oliveti, alberi di ciliegio, mele e prugni. La strada sale con ostinazione. Scollina, un gruppo di ciclisti ci sfiora in discesa. Adesso seguiamo una linea di mezza collina. I paese si annunciano con campanile quadrati, severi. Ecco il cimitero di Kaldir, due cipressi, un tabernacolo. Un ragazzo fa acrobazie pericolose con il trattore.

Rassegnati a salite e discese. Senza strappi, inarco la schiena. Appare Silvano con un mazzo di asparagi in mano. 83 anni, una tuta da operaio, già pregusta la frittata. Parla un buon italiano. Dodici anni a Milano. Importava cotone. Dal mondo, ma, ci tiene a dirlo, anche e soprattuto da Aleppo. Piange ancora la città siriana. Hanno bombardato la bellezza. E così è accaduto in questa terra: ‘I serbi hanno bombardato Dubronik, compiuto l’eccidio di Vukovar. Non si può uccidere la bellezza. Non si può uccidere. E oggi c’è Putin che compie gli stessi misfatti. Come Mussolini’. Silvano ha le sue ferite, racconta di sua moglie. Ci dà indicazioni per la strada. Sono felice di averti incontrato, mi fermerei a mangiare gli asparagi con te.
Perché bisogna sempre andare? Silvano ci dice che ha una moglie più giovane, che ha ancora belle gambe.
Saliamo ancora. Ecco Novaki Motovunski, ancora un campanile, le case si allargano attorno alla chiesa. Paese operaio. Ci sono aziende meccaniche, di trasporti, di trattori.

Si alza improvviso un vento gelido, se ne va in pochi minuti, ma ci fa rabbrividire. Prendiamo per un tratturo alle spalle della fermata dei bus. È bella questa discesa, boschetti aggrovigliati, una croce di legno, aria leggera, prati tappezzati di tarassachi. Un paesaggio gentile. Davvero si è combattuto una guerra fratricida in queste campagne. Molte vigne, molti alberi da frutto. La primavera da colori splendidi.

La chiesa azzurra di Škropeti si avvista da lontano. Decidiamo che è un buon posto dove fermarsi: frutta secca, formaggio, una banana. Gli acquisti al market di Montona. Le gambe provano a rifiutarsi a rialzarsi. Un ragazzo gioca a basket, che voglia di fare due tiri. A Škropeti, va detto, ci sono due bar e un market. Chiusi a quest’ora.
Connessioni che si perdono, tracce che scompaiono.

Dobbiamo andare a Livaki. Paolo ha dedicato due pagine a questo paese. Mi incuriosisco. Bel cammino nel bosco. Ecco, le case in pietre raccontate da Paolo. Posso rassicurarlo: a occhio il paese sta preparandosi per una nuova vita. Le antiche case sono state liberate dall’edera. Chissà chi sono questi nuovi abitanti: cittadini che cercano una ‘seconda casa’? Nuovi contadini? Piccola borghesia croata con il desiderio della campagna? Tutto appare lindo, abbaiare di cani, un bambino che gioca solitario in mezzo all’aia. Sentieri e piste ciclabili ben segnalate. Solo la prima, grande casa di Livaki ha l’aria abbandonata, ma l’edera è stata tagliata via. Un uomo sta portando via con una forca un grande fascio di edere e mi dice: ‘Una grande fatica, tanto lavoro, ma la nostra sarà una bella casa’. E ride.

Tre rapaci in cerchio, volteggiano su un prato, poi il più grande si butta in picchiata ai confini di un bosco. Scompare ai nostri occhi, gli altri due li vanno dietro.
Il paese di Jurasi: l’officina dei camion è più grande dell’abitato. Ecco Muntilj e poi Dohuci, quattro case eleganti, tornate a vivere. Grandi finestre. Chi siete? Donne dall’aria cittadina sono alle prese con nuove piante.
Si attraversa una statale, si prosegue. Sono stanco, no, non sono stanco, ho voglia di fermarmi. A me piace fermarmi. Daniela scova una panchina di fronte a una piccola chiesetta. Le ultime provviste, le gambe si paralizzano. Passano due vecchi contadini su un carretto a motore. Lui mi saluta, lei fa un sorriso imbarazzato. C’è una ragazzino che corre come se fosse inseguito da fantasmi, riappare cinque minuti dopo con quattro ragazzine colorate e belle. Saltellano. Siamo a Tinjan. C’è perfino una ‘casa del prosciutto’. Chiusa.

Ancora cinquanta minuti per la Casa della Grofica.
Mi spiegheranno: la Grofica era la contessa. Una ragazza a Montona mi aveva detto: ‘Quasi una regina’.

Eccola. Ecco il finale, fantastico: due donne francesi, una mezza età, due figli ciascuna in Francia, per anni e anni hanno viaggiato per l’Europa in cerca di un luogo dove passare una pezzo della loro vita. Non sanno spiegarselo. Non sapevano dov’era la Croazia, men che meno sapevano dov’era l’Istria. Eppure quell’annuncio di un’agenzia di Lione, gestita da una donna croata, le aveva incuriosite. Una casa diroccata, nell’Istria di mezzo, fra i boschi. Era il 2020, piena pandemia. Appena fu possibile vennero a vederla. Guardarono quelle pietre, quel tetto crollato, quelle mura pericolanti. Poi le due donne chiesero un foglio di carta. Scrissero una proposta…
E oggi…Carla dice che è un pezzo di Provenza. Io non so se mi abbiano detto tutta la verità, ma la casa della Grofica, la Casa della Contessa, mi ha reso felice. Questa è l’ostinazione felice.
Una bottiglia di acqua fresca un dolce. Hai altri desideri?
Mi godo una notte sul grande tavolo della cucina, Daniela mi porta patate arrosto con prosciutto e cipolla. Va via la luce, va via internet, continuo a scrivere al buio, ritorna la luce, salta di nuovo. Ascolto i rumori della casa e della campagna.

