La Rotta dei Due Mari, Martina Franca – Trullo 22 – Crispiano.5/Komorebi e le zie del bosco

La tappa più bella. Il cammino lascia a lungo l’asfalto ed esplora il Bosco delle Pianelle. Fitto querceto, dalle grandi fragne, roverelle e lecci. Quasi seicento ettari. E poi ci sono Tina e Rosa, la ‘zie’, oramai sacrosante celebrità della Rotta dei Due Mari. Al punto che lo si percorre solo per fermarsi da loro. Vivono alle porte del Bosco. Insomma, sono felice, siamo felici. I 24 chilometri più sei, mi sono all’improvviso apparsi leggeri. Finalmente poggiamo i piedi sulla terra, sulle foglie, sui sassi, sulle radici e sulle ghiande giganti di un bosco.

Eppure la partenza non era stata così. Tanto è bella Martina Franca (grazie, Giorgio, dovrò tornare a trovarti), quanto è sgradevole la sua uscita a piedi. Scombinata dal traffico, avvolta in incroci e gente che va troppo veloce. Riferimenti utili per trovare la via di uscita? La pizzeria Ricci, l’Euronics, la strada Guglielmi, l’istituto delle figlie di Sant’Anna: il cellulare (maledetto, benedetto) vi può condurre verso questi luoghi e l’avvio del cammino. Strada provinciale, troppo trafficata, le auto vanno come in un autodromo, viavai di furgoni. I segni rosso e blu confortano. Salita insistente, fino alla strada Conserva Palesi. Mi piacciono i nomi delle contrade delle strade comunali. Meritano studio da glottologi. Vuoi mettere lo scioglilingua popolare di Scatta Pignatta. Ripromessa di capirne le ragioni.
Un errore ci conduce in un giusto finale. Preoccupati dalla lunghezza della tappa, 29 chilometri, ci suggeriscono di fermarsi al Trullo 22. Che è distante appena sei chilometri da Martina. Quindi: al mattino ci perdiamo (grazie al vecchio Giorgio, guida a bassa voce e alto sapere) per il labirinto di Martina Franca (gli altorilievi del ‘cinesino’, i simboli orgogliosi del pasticcere e della società operaia – un tempo settemila soci, oggi meno della metà – e lo speck pugliese al gusto del ginepro – ragazzo senegalese al lavoro con la carne di maiale. Il ‘padrone’ non capisce molto il mio non-stupore, un musulmano al lavoro con il maiale, quasi si inquieta: ‘Se vuole lavorare…’) e ci regaliamo mezza giornata senza il cammino. Giorgio ci guida per i dettagli di Martina. Bellissima.

Non si fanno colazioni salate nei bar del mattino. Il ragazzo del Tripoli quasi si arrabbia. Sono permalosi da queste parti.
L’asfalto conduce al Trullo 22. Che Natalia sta restaurando. Finalmente mi sento a casa. Vecchia macchina da scrivere Olivetti (in plastica) davanti al dondolo, un disordine casalingo e piacevole, la porta aperta, un gatto premuroso, il vino sul tavolo. Frigorifero pieno. Natalia cede casa sua, qui ci sono tracce di vita e del piacere del vivere qui. Grazie, Natalia. Mi riconcili con i B&B. Dormiamo nel suo letto, mi inquieta la lenzuola riscaldata, però è una goduria. Mi piace chiacchierare con Natalia. Di muratura e poste, di turisti e camminatori. Nella notte, il fico spoglio illuminato dalle lucine. Laura cucina il suo minestrone.

Ripartiamo. Una buona notte. Questo posto ha bisogno di un lungo stare. Andiamo verso la Provinciale. E male ce ne incolse. Ci sfiorano auto e furgoni. Deviamo per la strada della Masseria Cappella, in cerca di una scorciatoia. Intoppo-avvertimento: si ferma un furgone bianco, un uomo grande e grosso al volante. Gentile, vuole darci informazioni? No. ‘Chi siete? Dove andate?’. Spieghiamo. ‘Di qui non si può passare, strada privata’. Ci guardiamo attorno. ‘Dovete andare via da qui’. Mette in moto e se ne va. Niente male, avrà una mattinata storta o non ama chi non conosce. Ok, torniamo indietro. La tentazione di andare avanti a vedere cosa c’è, è forte.

La strada Carrucola, un’altra provinciale rurale e meno trafficata viene in nostro soccorso per raggiungere la Rotta dei Due Mari. E alla fine la traccia ci conduce a un passo dalla Zie. Masseria antica, due cani bianchi e contenti. Due mucche, un vitello. Aria di stalla, un asino. Questo è un luogo importante. Si è avvolti dall’accoglienza di Tina e Rosa. Apparecchiano la tavola in due minuti. Caciocavallo, pecorino, taralli, vino. E se avessimo chiamato, non sarebbero mancate le orecchiette. Camino. Il nonno di Tina e Rosa è nato qui. Il padre non se ne è andato e nemmeno loro due. Il senso della Rotta (e del Cammino Materano) è in queste due donne. Che mai sono state a Venezia. Mi sta venendo un’idea. E se…
Sosta felice, buoni formaggi. Veronica, che di formaggi sa, chiede: ‘Come misurate la temperatura?’. Rosa la guarda stupita e mostra le mani. Veronica è di Reggio Emilia, abituata ai caseifici del parmigiano. Guarda e studia il pentolone in cui si scioglie il caglio. E poi mangia di gusto.
Un bel querceto ai confini dell’allevamento Fusillo. E, infine, a mezzogiorno passato, il Bosco delle Pianelle. Reticolo di sentieri. Adesso sono sei chilometri di foresta. Fogge per la conservazione dell’acqua, trulli selvatici, masserie. Soprattutto un bosco che chiude e apre il cielo. Sentiero numero tredici, e poi sentiero del Girocavallo. Luogo in cui perdersi con calma. Il cielo scompare sopra la cortina delle foglie. Occhi all’insù, pensiero immediato: Perfect Days, komorebi, la luce che filtra attraverso le foglie. Per annunciare il Grande Albero, l’albero che sorregge il tetto del bosco. Lo tocchiamo, lo abbracciamo, lo guardiamo, lo baciamo, lo accarezziamo. Questo è il cuore delle Pianelle. Cuore pulsante. Il sentiero girotonda. Tentazione di deviazioni. Eppoi appaiono le due psicologhe. Amiche dei deserto di Daniela. Un’altra Laura, un’altra Daniela. Ci accompagnano fino al Centro Visite. Chiuso. Panino con il formaggio delle zie. Poi ancora bosco, in discesa, versa ionico, antico trattura. Il bosco che si fa scuro, pietroso, umido. Muschi sulle pietre. Ho voglia di musica.

Infine, il bosco alza il suo sipario. La piana tarantina davanti a noi. Orizzonte di mare. Solo che illumina la macchia mediterranea. Lentisco, cisto, alloro. Sono tornato ai miei primi cammini maremmani. I piedi hanno le ali, vorrebbero godersela. Si sfiora la grande masseria Scorace. Che io sappia terra di Negroamaro. Raggiungiamo i binari della ferrovia, due passaggi a livello. Crispiano si avvicina, è laggiù, si allontana, ora è di lato. Non so che paese sia. Metà dei suoi abitanti ha lavorato, lavora all’Ilva, non la gloria di Martina Franca o di Locorotondo. Ma ha costruito un viale di pietre per raggiungere la grande chiesa. E un ristoratore ci racconta di Verdeca, dell’uva del Martini, di tacchino al miele, di cicorie, di cavatelli. Discussione un po’ troppo dotta.

Gli amici non resistono alla tentazione di dare un occhio alle previsioni del tempo. La nostra vita decisa da un algoritmo. Che non sbaglia. E che ti dice se piove sui tuoi passi dell’indomani. Pioggia dalle tre del mattino. E tramontana gelida. In realtà non abbiamo voglia di continuare. Elio dice che il cammino è fangoso e scivoloso. Come a sconsigliare. Io ho voglia di Taranto. In nome di un passato recente e bello. E poi non finisco mai un cammino, non finisco mai qualcosa: per la possibilità di ritornare, per lasciare qualcosa di incompiuto, qualcosa da finire. Per lasciare, per pensare di tornare, anche se così non accadrà, ma potrebbe accadere. Remo dice: ‘Domattina vediamo’. Ma già sappiamo che il cammino finisce qui. Con una ragazza che ci vende un biglietto del bus e una barista dalla gonna nera, la pancia scoperta dedicata all’inverno e piercing al naso. Finisce così? Finisce così. Senza trucchi.
La corriera ci porta fino alla stazione di Taranto. Casa. Il ristorante L’Orologio, mi assicuro che sia aperto, Porta Napoli, la piazza con il monumento all’acciaio, la città vecchia, l’ortolano, le finestre sul mare, Paisiello, San Cataldo, gli sci appesi sulla facciata di una casa, la lingua che non capisco, il mare, la bellezza raspata di Taranto. Che felicità essere qui. Finisce così. D’altra parte, non vi sarete mica aspettati un gran finale. Ne un trionfo. È solo un passo dopo l’altro. È semplice. Come diceva: ‘è la semplicità che è difficile a farsi’. I tubetti con le cozze e i fagioli, SpazioPorto, palazzina Laf, il sottomarino del Comandante Todaro, i magazzini abbandonati del porto e, a sera, ‘A casa vostra’, riso, patate e cozze. Avrei altri desideri, ancora desideri. Mi accontento. Sotto le coperte. Finisce così.

E adesso?



