Nicaragua/Managua non esiste

Managua è invisibile. Non esiste. Non so se esista. I barrios sono scollegati. Non offre riferimenti. Dall’alto delle colline, non si vede una città. La città si nasconde. Penso che non voglia essere sorpresa da altri terremoti. Gli indirizzi sono un rompicapo (per un europeo): bisogna saperne di punti cardinali. Il mio hostal è una cuadra a ovest dell’optical Munkel e 25 varas a sud.
Trenta e più anni fa, stavo a poca distanza da ‘donde fue la casa de Teodolinda’. Oggi deve essere stata ricostruita.

Non è città per camminanti. Non si va a piedi. Per il sole. Per un sottile senso di panico. Per alcuni giorni non mi concilio con Managua. Mi ostino a camminare. Mi sento solo. Perché sono solo a calpestare marciapiedi. Di notte, le ombre vincono sulla luce dei lampioni. E all’hostal mi consigliano: ‘Che non vada a piedi’. Vado a piedi. Non è previsto che qualcuno attraversi una strada.

Poi scopro che la notte bisogna raggiungere i caffè, i ristoranti. Là c’è la gente. E ascoltare musica bevendo birra Victoria Classica. E giocare con le ombre al ritorno. Nel vuoto della città, ritrovo i poeti che avevo lasciato a Granada.

E’ città di centri commerciali. Gli appuntamenti sembrano ruotare attorno a Metrocentro. A leggere la guida Bradt, dobbiamo passarci le ore. Così fanno gli abitanti di Managua: c’è fresco, si può sedere, c’è ‘tutto’. Perché andare altrove?
Nel supermercato di fronte al vecchio Intercontinental (il solo grande edificio che resistette al Grande Terremoto) vendono tre per due di confezioni di vino Tavernello. I prezzi sono in dollari.

Città che si è smarrita nel 1972 sotto l’onda di un terremoto, della rapacità del tiranno Somoza e solo ora cerca una sua forma. Ma è come se fosse troppo tardi. Ci si è abituati al non-centro. A non-essere. Città di rotatorie. Dove innalzano monumenti di gesso a Chavez e a Cristo. Attorno nascono alberi di ferro, alberi della vita, gialli, illuminati a notte, piantati dal governo. I taxisti ti dicono che sono almeno novanta e che costano ventimila dollari l’uno. E hanno una risata. Sfilata di alberi di ferro per raggiungere il lago. Un albero di ferro giallo è cresciuto persino accanto alla silhouette nera di Sandino sul costone della laguna Tiscapa. Eppure ai tropici, gli alberi veri sono splendidi.

Parco assolato, Tiscapa. Rifugio provvisorio di ragazzi che si frugano nella pelle all’ombra di un grande pappagallo di gesso.
La siccità strema i parchi di Managua. Attorno alla nuova cattedrale le palme non riescono a nascondere la steppa bruciata dal sole. La spianata prima del Malècon è un deserto inattraversabile. C’è un ultimo albero di ferro giallo. E un venditore di refrescos solitario. Che ci fa in mezzo al nulla?


Città di parchi per bambini. Ma non ho mai visto un bambino giocarci. ‘Stanno a casa, con le playstation’, mi dice l’amico un po’ pessimista. Su una panchina tre donne sembrano fare i compiti.

Mi aggiro per martiri. Cappelle al mercato Roberto Huembes, fotografie, murales, graffiti, Busti davanti all’università. I ragazzi caduti mentre erano nella campagna di alfabetizzazione. Ogni angolo ricorda chi perse la vita nelle guerre per liberare questo paese.

La nuova cattedrale assomiglia a una moschea con le sue trentasei cupole. Cattedrale di cemento. Resisterà ai terremoti, immagino. L’architetto messicano l’ha voluta grigia come una fortezza inespugnabile, i nicaraguensi non hanno resistito e hanno sistemato statue di gesso colorato in ogni angolo possibile. La cappella dove ci si inginocchia a pregare è un hammam arabo. Mi piace la cattedrale di Managua. Al mattino una decina di uomini e donne passano il cencio in ogni centimetro quadrato.

La vecchia cattedrale si ostina a stare in piedi. Il terremoto del 1931 impedì che fosse inaugurata. L’altro terremoto, 1972, cercò di abbatterla. Ma lei resiste. Ruben Darìo, il poeta di questa terra, appare sul cornicione: ‘Si la patria es pequeña, uno grande la sueña’. Ruben e Sandino sono onnipresenti. Fronteggiano anche ‘La casa de los pueblos’. Mi avvicino. Troppo. Arriva un soldato: ‘Si allontani’. Sono un po’ stupido: perché? ‘Son la reglas’. Un tempo era casa presidenziale.

Movistar e Claro si fanno la guerra aerea della telefonia. Sponsorizzano tutto quello che si può sponsorizzare. Offrono cene e concerti. Movistar campeggiava sullo sfondo delle parole dei poeti e irrompe fra le chitarre dei due fratelli Mejía Godoy. Il vecchio Cardenal non se ne è accorto, altrimenti vi avrebbe fatto sopra poesia.





Al mercato Roberto Huembes mangio pollo e banane fritte. Guardo le donne preparare tortillas come se fossero al tornio. Le venditrici mi chiedono: ‘Que busca, mi amor?’. E io sono tentato di rispondere. Le macellaie sono bellissime. Un infermiere gira con uno stetoscopio al collo e si offre, per pochi cordoba, di misurare la pressione. ‘Mangiano troppi grassi’, mi dice. L’arrotino ha affittato uno spigolo del suo spazio a una donna con arance e pomodori. Lei si sfoga con me. C’è una palestra di pugilato dentro il mercato. Mi chiamano in inglese. E io mi inquieto. Riflesso anti-gringo. Ma ieri ho ascoltato un giovane poeta parlarmi con affetto di Allen Ginsberg. Mi confondo al mercato: un venditore mi dice di aver studiato fotografia e mi chiede cosa ne penso dei nuovi rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti.

A sera, sto bene al Panal, l’Alveare. Piccolo ritrovo della notte. Un uomo canta Cocciante e Frank Sinatra. I ragazzi suonano Mercedes Sosa, Pablo Milanes e Silvio Rodriguez. Oddio, è accaduto qualcosa da quando sono passato qui l’ultima volta, tre decenni fa?


Stupendo racconto on the road e immagini che Salgado ( forse) invidierebbe..Lui forse no ma io sicuramente.
Conserverò queste tue esperienze e cercherò di imitarle in quel tempo e in quello spazio che forse è diventato chimera.
Grazie, Gloria…vedrai, le chimere sono anche realtà. Un abbraccio
anche io mi sono perduto al mercato huemnes che preferisco a quello di masaya, troppo turistico.dove si trova il Panal?
Quante settimane già sono passate dai giorni di Managua. Troppe. Si dimentica. poi riaffiorano le nostalgie. Al Panal i concerti sono al mercoledì. Lo trovi sul web, sta a cinquecento metri dalla Uca, in una strada-parcheggio parallela al grande stradone principale, sul lato opposto dell’ingresso dell’università. Spero che tu ci possa andare….un saluto