Andrea Semplici
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La Rotta dei Due Mari, Castellana-Alberobello.2/La via dei mandorli

Pioggia al mattino

Quando comincia un andare?

Le previsioni non sono buone. Giornata che sa di pioggia. Sono piovaschi in un cielo grigio. Le chianche di Castellana sono scivolose. Colazione al New Life Bar. Affollato e vivace. Mi piace. Pasticciotto. Da un po’ di tempo mi piace ‘il dolce’, mi manca pane e olio e za’atar. Mauro sta per tornare in Libano, spero che mi lasci un po’ di Za’atar. Il barista chiede del nostro camminare.

Poi c’è Bartolo, panettiere, ha l’aria di chi ha sempre lavorato nella notte. Magro, pallido, infarinato. Due gambe secche che escono dai pantaloncini. Le sue focacce sono irresistibili. A fatica taglia una ‘torta’ con gli sponsali, le ‘cipolle porraie’, come mi precisa wikipedia. Al Nord non ci sono. Una sciccheria.

Non ho fotografato Bartolo.

La fatica degli uomini

 

La scuola rurale di San Nicola di Genna

Poi ci perdiamo. Confondiamo i segni. L’errore ci consente di sorprenderci di fronte alla cattedrale di San Leone Magno. Piove con più forza. Mantella, ombrello. E segni invisibili. Ruotiamo su una grande piazza. Al ‘centro studi Castellana’ non capiscono cosa stiamo cercando. Wikiloc ci aiuta e io penso ai primi anni del camminare: andavamo di passante in passante a chiedere dove cominciava il sentiero per il paese vicino. Insomma, bisogna raggiungere via Serritella per uscire da Castellana.

Corso di formazione per gli operatori (B&B, baristi…) che lavorano attorno alla Rotta. Pretendere che almeno una volta percorrano il cammino. Per capire perchè si ha voglia di camminare.

Non abbiamo visto le grotte.

Chiacchiera da bar, umore dell’Italia, l’uomo avrà cinquant’anni: ‘Nessuno lavora più in campagna. Colpa nostra: dobbiamo mandare i figli a scuola. Per fortuna ci sono gli immigrati che lavorano. Nessuno fa più il lattoniere’. Come gli sarà venuto in mente. ‘Quanto li pagate gli immigrati?’. ‘Qui, bene. Ma a Foggia…’. Andiamo, dai.

Nel confine dei muretti

Usciamo da Castellana. Rotonda. Strada comunale (sc) del Convento. Saliamo al santuario della Madonna della Vetrana. Frati francescani minori. Io appartengono ai conventuali. Devo scrivere a Massimo che sono fra la sua gente. Una statua di Antonio: sembra danzare con il Bimbo in braccio. Scatto una foto per Fabio. Un abitudine. E poi una per Massimo, questa è la sua gente. I frati sono protagonisti anche del presepe.

Ci rassicurano

 

Il gioco dei trulli

Mi raccontano che la ‘vetrana’ è la peste. Alla fine del ‘600, chiesa in rovina e l’epidemia dilagava per questa parte della Puglia. Le preghiere incessanti di due frati e le loro cure riuscirono ad arrestare i contagi. Le chiesa venne restaurata, affidata ai francesca e l’11 gennaio si accendono i falò, le ‘fanove’. Siamo arrivati con un giorno di ritardo.

In fila indiana, sotto la pioggia.

Rifiutiamo la possibilità di un passaggio.

Attesa

Il cammino di oggi è quasi interamente su asfalto. Dopo un po’ se ne avverte la fatica. Deviazione che conduce al convento benedettino dell’Immacolata. Strada comunale della Cucumo. Come vorrei sapere perchè si chiama così. Le altre ‘strade comunali’: Pozzo Stramazzo, Regio…

Non si incontra nessuno. La pioggia cessa con lentezza. Val d’Itria, paesaggio di trulli. Li guardi e cerchi di capire come hanno fatto a costruirli.

Cambiamenti climatici

Mandorli. Campi di grano. È scomparsa l’agricoltura degli orti. I mandorli sfidano gli olivi. Vigneti.

All’improvviso si incontrano almeno sette strade. Al centro del crocicchio, una chiesa bianca, bella. San Nicola di Genna. Mi viene il sospetto che quel ‘genna’ si riferisca al Natale degli ortodossi. Nessun indizio per controllare. Un edificio vicino è un cubo. Un cartello spiega che una neviera. Non c’è pavimento, ma si è scavato per almeno dieci metri: qui si stendeva paglia e ghiaccio, in modo da conservarla fino ai mesi caldi e venderlo.

Seguiamo i cartelli che conducono alla scuola interculturale di Genna. Piccolo edificio. Dai colori pastello. Negli anni ’30 era una scuola rurale. E questa collina era un territorio salubre: nelle piane costiere vi era la malaria. Oggi si cerca di rianimare questa scuola. Una pineta cerca di proteggere l’edificio.

Le ragazze

 

Sosta (foto di Remo Fattorini)

 

Discariche diffuse. Abbiamo un lavoro da fare

Il cammino si fa lungo, camminiamo a strappi successivi. All’altezza di una radura, cintata per allevarvi maiali, lasciamo finalmente l’asfalto. Le scrofe accorrono a curiosare. Le ghiande sono assicurate da un bel querceto. Uno spaventapasseri ci accoglie quando ritroviamo lo stradello asfaltato. Cerca di sorridere e di convincerci a visitare un’azienda agricola. Agricoltura sintropica e permacultura. Cerco di capire cosa sia l’agricoltura sintropica. I trulli sono dovunque: alcuni sontuosamente ristrutturati. Chi fu il primo a costruire un trullo? I contadini delle terre bonificate dovevano pur inventarsi un modo per costruirsi case senza usare nessuna malta per evitare le tasse. Leggenda e vita dura. C’è da studiare.

Il querceto

 

Finalmente, la terra

 

Acquedotto

 

L’ultimo spaventapasseri

Gli ultimi due chilometri sono una salita leggera e costante. Una pasticceria rurale, ci fermiamo? Ha un’aria chiusa. Alberobello sembra allontanarsi a ogni curva della strada. L’ingresso al paese è senza sfarzo. Prima volta da queste parti. Gennaio, deserto. Stanchezza, rifugio nella casa. Numeretti ed elettronica per entrare in casa, quasi non trovi più qualcuno ad aspettarti. Ricordo il mio primo B&B, in Cornovaglia, con Marina. Mezzo secolo fa? Oggi, era elettronica. Il caldo è benvenuto.

Ricordo quando a Matera dicevano: ‘Non diventeremo come Alberobello’.

Il raggio di sole

Sul muro della nostra casa, una targa ricorda don Beppino Contento, parroco del paese. Alberobello a gennaio si assopisce, si rannicchia, alberelli di plastica illuminati nel corso. Lo immagino occupato dai turisti. Cambiamento. Mutazione antropologica. Accade ovunque. Bar e ristoranti chiusi, il mese delle ferie, prima della tempesta della buona stagione. Prezzi alti, molto alti per le nostre tasche. Nessuno in giro. Una donna con una stampella, due ragazzi con la felpa, il cappuccio e le mani in tasca. Fermo i pensieri. Dolore importante al ginocchio. Cosa sta accadendo? No, ti prego. No, non ora. Orecchiette con le cime di rame, puntarelle, carote dalla pelle scura, verdeca. Grandi foto del paese contadino alle pareti. I tempi duri come ricordo. Dovremmo consentirci del tempo, il meccanismo delle prenotazioni non lo permette. La modernità o le relazioni?

Il sole vuole ricompensarci. L’ultimo sole sfolgora il paese deserto. La grande chiesa si illumina, la pietra si inorgoglisce, le ombre trovano il loro gioco. Se Alberobello fosse un gioco di sole.

Chiedo ai miei compagni di cammino, la storia più bella della giornata: i campi del grano; oggi siamo stati un buon gruppo, compagnia ‘sfiziosa’; la focaccia con gli sponsali. E per me? Due: il panettiere Bartolo e il gioco delle ombre nella grande chiesa di Alberobello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

recanata casars acerenza nzelanda

1454 via asfalto stredallo deietor muretto a secco, maiali

querceto

sintripica, permacultura rottamazione

ore 15.34 sasatatele 172

collina

 

Papareala 15,51…appare albebello

 

 

 

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