Cammino di Santa Barbara, Iglesias-Nebida/I passi dei minatori
Francesco Pinna ci aspettava. Magro, sorridente, capello di lana in testa. Minatore antico. Ne ho conosciuti altri, nella mia Toscana: a Piombino, a San Silvestro, a Gavorrano, a Cavriglia. Accade che chi ha lavorato in miniera, conserva una sorta di orgoglio, quasi di nostalgia. Non so cosa provino nel loro cuore. Chi non è mai sceso in un pozzo minerario non può capire: lavoro durissimo, pericoloso, soffocante. E qui, attorno a Iglesias, le miniere di piombo e di zinco erano sopravvivenza e condanna. Pochi sono sfuggiti alla silicosi. Francesco fu vittima di un’esplosione, si ritrovò in ospedale. Eppure…non riesco a capire se Francesco spera ancora che quel terribile lavoro riprenda. ‘Dicono che hanno trovato un nuovo filone di zinco’. Non accadrà. I tempi della miniera sono finiti. A morire per estrarre minerali sono i minatori di altri continenti.

E dopo Francesco incontriamo una barista. Brillantino piantato appena sotto lo zigomo, uno strano volto dai tratti decisi, spigoli geometrici, un sorriso da risveglio, una lunga treccia. Riesco a fotografarla. Mi dicono che è brava nel fare il caffè.

I due incontri sono un buon augurio per il nostro cammino. Spiego alla mia gamba che deve resistere ancora, ho sempre timore che l’architettura alla mia coscia destra ceda di colpo, il ginocchio scricchiola, un crock sospetto.

Sardegna sud-occidentale. Sono già stato qui. Anni fa. Conobbi allora la storia delle donne di DomusAmiga. L’isola delle miniere. La storia sotto la terra. L’ultima miniera ha chiuso alla fine degli anni ’90. Una lenta agonia. La fatica di questi uomini e di queste donne non poteva essere dimenticata. La lotta per la sopravvivenza delle miniere era perduta, bisogna combattere perché questa regione della Sardegna risorgesse come parco. Bisognava scuotere la politica e allora i minatori scesero ancora in miniera, rimanervi per un anno, nel pozzo Sella, a Monteponi. Una grande storia: nel 2001, dopo un anno di resistenza, là, sotto terra, fu firmato l’atto di nascita del parco. Si scomodò un ministro per promettere lavoro, futuro, memoria. L’epopea delle miniere divenne racconto per visitatori stupiti.
Dovrò raccontare meglio questa storia. Ora è tempo di camminare.

Iglesias nella prima mattina di una domenica non si risveglia. C’è solo Francesco in giro e il bar di questa ragazza, che mi è rimasta negli occhi, è l’unico aperto. Ha un’aria antica Iglesias. Delabrè. L’ostinazione della vecchiaia. Non ha lustrini, ma case di un’altra nobiltà. Siamo vecchi anche noi e allora non saliamo nelle prime montagne, non raggiungiamo il monastero della Madonna del Buon Cammino. Non faccio bizze, mi sarebbe piaciuto salirvi. Nemmeno sui bagagli affidati a taxisti, una rottura di regole, nascondo la linea dell’autostima. Promettiamo di tornare dalle clarisse del monastero.

Scegliamo il cammino che aggira il monte Casula, si rimane lungo la strada provinciale che ci conduce fino all’ingresso della miniera di Monteponi. È una città, un luogo superbo, mezzo diroccato, altezzoso, ma quanto è rimasto in piedi (la chiesa, l’asilo, alcuni palazzi di antica gloria, i circoli, l’arco dell’ingresso) è bellezza. Miniere di piombo e zinco. E oggi, anche, è sorprendentemente per noi profani, riserva di acqua per l’Iglesiente, per un gioco fisico delle acque che hanno annegato i piani più profondi delle gallerie (qualcuno ve lo spiegherà come è stato possibile). Danilo e la donna che sorveglia l’ingresso alle miniere quasi ci aspettavano ed è facile convincerci alla visita imprevista. Vogliamo andare sottoterra e Danilo, un ragazzo alto e bravo, ci conduce per gallerie e pozzi. Monteponi è un luogo fantastico: imponenti rovine industriali, seicento metri di gallerie messe in sicurezza, pozzi e fornelli. Danilo traccia un filo di storie e ci conduce nel cuore della montagna. Ognuno qui ha avuto che fare con la miniera. Il nonno e il padre di Danilo. Giuro che scorgiamo i vecchi minatori preparare le cariche di esplosivo nella ricerca di nuovi filoni.


Andiamo. Di nuovo all’aria aperta. Ancora edifici abbandonati. Macerie. E palazzi di grande bellezza. Le laverie dei minerali. Alla fine ci ritroviamo su un pianoro, lo attraversiamo e scendiamo fino a uno stradello che dovremo seguire fino a Nebida. Panorami selvatici, villaggi minerari, mirto, qualche pino marittimo, boscaglia, ginestre selvatiche, cielo che fa le sue prove, pietra che si spezza, il mare che comincia a afferrare i nostri occhi, il sole bianco dietro le nuvole. Perfezione.
Arriviamo nella piazza-radura di monte Agruxiau, villaggio minerario, la chiesa di Santa Barbara, una grande mimosa, una palazzina-bar abbandonata. Una grande mimosa selvatica, un’insegna della birra Ichnusa. Sosta per il pranzo.

Ora si sale. Bisogna scavalcare il monte Scorra. Un quasi asfalto, ecologico, ci dicono. Paesaggio sardo, con la meraviglia delle fioriture gialle. Saliamo. Attraversiamo le rovine di un villaggio minerario. C’è una foto che racconta di quanti hanno vissuto qua: decine di uomini, tre o quattro donne, qualche bambino. E la bocca della miniera appena dietro le case. Vite che non sono state la mia. Solo fatica, malattia, e ‘le case, le pietre’ e ‘il sole nasceva ma io non lo vedevo mai’. Quanto tempo. Chissà cosa spinse Vittorio a scrivere questa canzone.


Scolliniamo, ci arriva in faccia il vento di tramontana. Rimango ostinatamente in camicia. Discesa. Incontriamo capre al pascolo. Discesa in una piccola valle, sfioriamo un ovile e i ruderi di una laveria. Approdiamo a una strada, andiamo in cerca di carrarecce. I segnali azzurri del Cammino sono a posto. Guardiamo Nebida dall’alto, il mare è uno sfondo splendido. La montagna è il ‘Pan di zucchero’, non assomiglia allo sperone brasiliano, più a un solido panettone. Sabina (qui non si chiamano Hospitaleri, come si chiamano?) ci vede da lontano, ma fatichiamo a raggiungerla. Strada senza marciapiedi. E le auto corrono troppo. Ma ecco la ‘posada’. Istruzione per l’uso, sergente di ferro. Non è la gentile anarchia degli albergues di Santiago. La posada era la vecchia residenza dei carabinieri. Nebida è nato attorno alle miniere, ai primi del ‘900 vi vivevano tremila persone. Si allunga ai bordi della provinciali, in un’economia di turismo. I camminatori di Santa Barbara sono una presenza a cui si è abituati. Isolotti di pietra cercano di navigare in libertà e reclamano attenzione.


Buona cena, al Mustazzedo. Una pizza sarda, ripiena di cipolle, pomodoro, basilico, melanzane. La ragazza ai tavoli è simpatica, il vino, i mallureddos, inevitabile e squisita la seadas. Dimentico il mirto.








